domenica 30 agosto 2015



"Il mondo è un labirinto dove l’anima deve errare fino alla sua liberazione."
(lppolito, 3' secolo dopo Cristo)


Dedalo e labirinto: enigmatici simboli che, nel corso dei secoli, furono impiegati in diversi modi ed evocano delle immagini molto differenti. Questi due termini sono spesso usati con lo stesso significato.
Il labirinto, sino al momento in cui viene riconosciuto l'unico cammino che conduce al centro, somiglia molto a un dedalo; esso presenta una rete di tortuosità sorprendenti, apparentemente senza scopo, se non si capisce chiaramente che tutto ciò porta a un determinato fine. Nel labirinto, contrariamente al dedalo, il cammino termina al centro. In un dedalo vi sono molti itinerari praticabili: i bivi insidiosi e le vie senza uscita non consentono una chiara visione del percorso, ci si smarrisce facilmente.





Il labirinto ermetico simboleggia la via che porta al principio centrale, interiore, dei microcosmo. Chi trova l'entrata può raggiungere il centro, purché non torni indietro. In un labirinto non c'è scelta tra sinistra e destra, ma solo fra l'avanzare o il tornare indietro. Chi non persevera muore. Chi riesce a vincere diventa un altro uomo.
Il termine labirinto evoca le parole latine labor intus, che significano "lavoro interiore". Da questo punto di vista, il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere fino alla fine. Chi l'ha trovata non può più sbagliare, purché non ritorni nel dedalo delle sue percezioni sensoriali.
Il dedalo è, infatti, lo spazio chiuso in cui erra l'uomo che si lascia guidare da una coscienza orientata sulle impressioni dei propri sensi. Il dedalo, allora, mostra innumerevoli possibilità e indica scelte apparenti, spesso contraddittorie.
E’, dunque, un simbolo appropriato della vita esteriore dove regnano solo lotta e confusione. Il poeta Virgilio (70- 19 a. C.) descrive differenti dedali. Dice che sono costituiti da migliaia di percorsi e presentano molteplici direzioni contrarie. Errare in un dedalo, secondo lui, equivale a fare dei nodi inestricabili, poiché il cammino inverso non è visibile.
Gli autori che hanno collaborato a questo scritto tentano qui di sottolineare, il più chiaramente possibile, le differenze dei significato di questi due simboli - dedalo e labirinto -, dimostrando che non possono confondersi. Hanno constatato che il cercatore di verità è sensibile all'immagine degli uomini erranti in questi nostri tempi incerti. Il dedalo e il labirinto si trovano nell'uomo! Egli è costretto a esplorarli per ritrovare se stesso, risolvere i suoi problemi e raggiungere il vero scopo della sua vita.
Il numero dei cercatori cresce, con una velocità sempre maggiore, in tutto il mondo. Di solito, però, il velo dell'ignoranza è talmente spesso che pochi cercano la verità iniziando da un'immagine pura e concreta.
Attualmente, come nel lontano passato, il labirinto affascina perché fa un chiaro riferimento al cammino di ritorno. L’inizio del viaggio di ritorno in patria è nascosto al centro del microcosmo.
Cercheremo di mostrare questo aspetto. Speriamo che i lettori possano trovare in queste considerazioni delle indicazioni per avvicinarsi sempre di più alla sorgente centrale che è in loro; speriamo, inoltre, che possano cambiare il dedalo della coscienza terrestre con un cammino chiaro, visibile e sicuro verso il tesoro nascosto al centro del loro labirinto.
Se il dedalo evoca l’andirivieni tra i valori estremi della vita, il labirinto si presenta a chi intraprende un altro cammino. L’errare precede sempre il ritorno in patria.


IL LABIRINTO: ORIGINE E SIGNIFICATO


Chi sente la parola "labirinto" pensa forse a un complicato dedalo, abilmente elaborato, a una sorta di attrazione esotica in cui ci si perde facilmente: trovare l'uscita fra tutti i possibili percorsi è un gioco, una scommessa e un'arte. La parola labirinto viene anche utilizzata per indicare circostanze intricate, confuse; o per indicare - ad esempio - che qualcuno si è perso o è bloccato in una situazione inestricabile.
Se si cerca l'origine e il significato del labirinto, ci si scontra con il paradosso della somiglianza e della differenza tra "labirinto" e "dedalo". Il labirinto può anche essere un dedalo, ma un dedalo non è un labirinto.
Quasi ovunque, nel mondo, esistono delle costruzioni che rappresentano un labirinto: esse sono composte da insiemi di corridoi e di spirali edificati con pietre più o meno grandi. Il labirinto è anche riprodotto su manoscritti, su rocce, su monete, e cosi via. A volte tali costruzioni hanno migliaia di anni; se ne parlava già nell'antichità classica, e si visitavano con curiosità le rovine. Lo storico greco Erodoto (484-425 a.C.) descrive nelle sue Storie ciò che vide visitando, in Egitto, le rovine del "labirinto" situato vicino al lago Moeris (attualmente lago Karoum) presso Arsinoé. Questo sito è chiamato "Il Tempio dell'ingresso del lago", o "Amenemhet vive". Nella seconda parte della Dottrina segreta, H.P. Blavatsky dice che tale tempio è ancora più antico della piramide di Cheope, e che si tratta di una descrizione simbolica delle razze umane e delle tre dinastie (gli Dei, i Manas - semidei della terza e quarta razza - e gli eroi della quinta razza) antecedenti le dinastie regali puramente umane. Tali dati sono, in parte, rappresentati nelle gallerie e nei corridoi di questo labirinto egiziano. Poiché le tre inversioni dei poli modificarono naturalmente l'aspetto dello zodiaco, ogni volta fu necessario costruirne uno nuovo.
E’ possibile che Erodoto abbia chiamato labirinto questo insieme di edifici, di camere, di colonnati e di tombe regali. Tale parola, infatti, veniva spesso usata per indicare un insieme di costruzioni in cui era facile perdersi.
Non è certo che il nome originale di questo complesso iniziatico corrisponda alla nozione di labirinto. Gli storici suppongono che il gigantesco complesso egiziano possa essere stato il modello a cui si ispirò il famoso labirinto di Creta, costruito molto più tardi e collegato al celebre mito di Teseo, del Minotauro e del filo di Arianna.

UN SOLO INGRESSO, UN SOLO CAMMINO
Nell'Antichità, la parola labirinto indicava una costruzione con un solo ingresso e con una pianta così complessa che, all'interno di essa, i profani potevano soltanto perdersi. All'epoca dei Rinascimento si aggiunse la nozione di "dedalo".
Secondo Erodoto, fu il faraone Amenemhet (1842-1797 a.C.) che costruì, come tomba, il labirinto egiziano ai piedi della piramide di Hawara. I custodi raccontarono allo storico greco, durante la sua visita, che nella tomba si trovavano dodici faraoni e un gran numero di coccodrilli sacri; gli fu, però, vietato l'accesso. Più tardi, altri visitatori considerarono questo insieme - di circa trecento metri per duecentocinquanta - come una delle sette meraviglie del mondo. Attualmente ne restano soltanto poche colonne. L’archeologo inglese Flinders Petrie cercò, nel 1888, di liberare dalla sabbia queste costruzioni per scoprire come i saccheggiatori della tomba avessero potuto, qualche migliaio di anni prima, raggiungere il loro scopo attraverso la rete di corridoi e di passaggi. Secondo lui dovevano possedere una mappa. La sua ricostruzione del labirinto non riproduce, però, la forma conosciuta del labirinto dei Misteri. Lo storico tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) fece un magnifico disegno seguendo la ben nota leggenda. Ma tutti questi tentativi non fanno altro che trasporre sulla carta la fantasia personale di ognuno. Stando alle descrizioni stilate dai diversi storici, dopo l'avvento dell'era cristiana, si tratta di un enorme complesso che suscita molte domande e dà poche risposte.
La descrizione di Erodoto (484-425 a.C.) è interessante: una costruzione inimmaginabile comprendente dodici grandi strade coperte e tremila vani, di cui la metà sotto terra. Seguendo un altro autore greco, Diodoro di Sicilia (primo secolo a.C.), il labirinto egiziano era la tomba di dodici re che regnarono sulle dodici province, o nomi, d'Egitto.
Nelle descrizioni di questi due autori greci, non si trovano complesse reti di corridoi. La regolarità armoniosa degli edifici non permetteva di errare come in un labirinto. Senza dubbio, le loro dimensioni e la loro complessità hanno giustificato l'impiego della parola labirinto, termine che - molto più tardi - fu legato alla nozione di "lavoro interiore".
Un vero labirinto dei Misteri evoca i temi della morte fisica e spirituale, della nascita e della resurrezione; questi temi avevano un ruolo centrale nei Misteri egizi e nel culto che ne derivava. Le camere sotterranee fanno certamente pensare a un tempio funerario, ma era anche un luogo d'iniziazione in cui il faraone veniva preparato per il suo compito di sacerdote-re. In numerosi labirinti troviamo tematiche simili. In Malesia, su una delle isole delle nuove Ebridi, Malekula, esiste un rito in seguito al quale l'anima del defunto si avvicina al labirinto tracciato da un guardiano che ne cancella, poi, la metà. Un anima, per guadagnare l'immortalità, deve ripristinarlo nella sua totalità prima di poter raggiungere il centro.
Quasi ovunque, nel mondo, si trovano dei disegni incisi sulle rocce e delle rappresentazioni di labirinti. I più antichi risalgono a migliaia di anni fa. Mostrano tutti una struttura omogenea comprendente un cammino in spirale che porta fino al centro. La forma di base è una croce circoscritta in un cerchio, generata - per così dire - dal movimento intorno al centro. La croce simboleggia la terra o la personalità, composte tutte e due da quattro elementi o forze eteriche che si manifestano anche nei quattro corpi, o veicoli, della personalità. Il cerchio può essere il simbolo dei sole, del macrocosmo o dei microcosmo. Il labirinto con i suoi sette, nove, dieci o dodici giri o circonvoluzioni può essere considerato come un luogo di orientamento. Colui che vi entra è in cammino per la destinazione finale: il centro, il nucleo del suo essere.
All'interno dello spazio chiuso del labirinto, cioè in se stesso, si sforza di conciliare due principi: la croce dell'uomo terrestre e il cerchio dell'eternità.
Nel labirinto, il cammino non conduce dunque direttamente al centro, ma segue una "deviazione massima".

IL DEDALO E’ LA DEGRADAZIONE DEL LABIRINTO?
La più antica rappresentazione di un dedalo risale al Rinascimento italiano, all'inizio del XV secolo. Più tardi, all'epoca barocca (che si manifestò in Italia nel XVI secolo) e rococò (che seguì il barocco), la concezione del labirinto si trasforma in un percorso nel quale ci si inoltra fra siepi potate, in un giardino, senza altro scopo che divertire o sviare i visitatori. Si dice che il Papa Clemente X amasse inviare i suoi servitori nel dedalo e che, quando si erano perduti, li richiamasse in fretta ai loro doveri.
Il cammino è la differenza essenziale fra il dedalo e il labirinto. Il labirinto, nella sua forma più antica, comporta una via, un percorso, un accesso. Il dedalo offre numerose vie e possibilità. Nel dedalo, i muri - o pareti - sono così alti che è impossibile guardare al disopra. In un labirinto non ci sono incroci o biforcazioni. La via unica conduce sempre verso il centro, nonostante ogni tipo di giro e di percorso. Chi vi entra non può dunque sbagliarsi. E’ un meraviglioso simbolo del cammino che deve percorrere chi cerca la verità.

IL FILO D'ARIANNA
Il labirinto dei Misteri è una figura geometrica con forma rotonda o rettangolare. La sua pianta, vista dall’alto, è bella, armoniosa e mostra le seguenti caratteristiche:
-          presenta una sola apertura;
-          il percorso è sconcertante e si dispiega, serpeggiando fino al centro, in una maniera imprevedibile;
-          le circonvoluzioni occupano l'intero spazio interno;
-          il cammino passa, periodicamente, molto vicino al centro.
Seguendo il percorso, il raggio d'azione diviene più piccolo. Questo può significare, dal punto di vista filosofico, che si perde la zavorra, i propri beni terrestri, ma in compenso si acquista concentrazione, interiorizzazione e orientamento sul principio stesso del cammino verso l'interno.
Si resta colpiti dal fatto che il movimento presenti - a fasi alterne - espansione e riduzione, inspirazione ed espirazione. Questo movimento alternato, la cui direzione cambia senza sosta, si svolge su tre piani.
La parola labirinto fu "latinizzata" nel Medio Evo in “labor intus”, lavoro interiore. Sebbene questa etimologia sia inesatta e non corrisponda al significato originale, la traduzione designa comunque il processo che vi si svolge, corrispondente al labirinto. Chi entra per la porta stretta non ha più riferimenti esterni, ma deve seguire il cammino interiore. Sul suo tragitto passa molte volte vicino al centro, ma senza poterlo osservare. Non si tratta di una perdita di tempo poiché - avvicinandosi al centro per esserne poi allontanato - subisce un processo di maturazione nel corso dei quale viene provata la sua volontà e la sua perseveranza. Un cammino in linea retta non potrebbe offrire lo stesso auspicabile risultato.
Questo centro viene rappresentato in diversi modi: può esserci un albero della vita, una torre o un tempio, la morte, il Minotauro, un pellegrino, una montagna.
Qui, nel centro, avviene finalmente il confronto. Nel racconto simbolico che si svolge nel labirinto di Creta, l'eroe Teseo arriva davanti al Minotauro (un toro metà uomo, metà animale). E’ necessario sacrificargli sette giovinetti e sette fanciulle: i sette poteri dell'anima. Ma Teseo, grazie ad Arianna, trionfa sul mostro e pone fine al suo insaziabile appetito.
Così il cercatore, arrivando al centro del proprio labirinto, può incontrarvi un aspetto del suo io egocentrico, forma che emana da se stesso e si manifesta come un insaziabile mostro. Con l'aiuto dell'anima pura, simboleggiata da Arianna, ha la possibilità di neutralizzare questo aspetto dell'ego e vincerlo. Solo Arianna conosce l'entrata e l'uscita del labirinto. Chiunque osi intraprendere la lotta col suo personale Minotauro, riceve dall'anima tre poteri che si manifestano nel cuore, nella testa e nelle mani.
Quando questi tre poteri collaborano in armonia, costituiscono una. forza di opposizione capace di addormentare l’io animale, il Minotauro. Solo allora, la spada dello Spirito può decapitare il mostro. Il tenero legame dell'amore divino, il filo di Arianna che lega Arianna a Teseo, permette all'eroe di ritrovare l'uscita.
Per liberarsi dall'ego, che è molto complesso, l'uomo deve effettuare numerosi giri attorno al principio centrale del suo essere. Nel corso di questo periplo, abbandona i suoi poteri personali: in altri termini getta via il suo intero fardello. Deve prima osservare e comprendere per poi abbandonare tutto ciò che possiede, tutto ciò che è. Attraverso i tratti del suo carattere, contraddittori e laceranti, perviene allora alla comprensione; raggiunge finalmente quel punto, all'interno di se stesso, in cui può abbandonarsi all'unità. Ma sino a quel momento, questo luogo è sempre occupato dal Minotauro. L’Ego rivendica tutto per se stesso. Ma se l'io accetta l'aiuto indispensabile dell'anima pura - l'atomo originale la scintilla divina - riprende il suo vero posto al centro del microcosmo.
Questo stato d'essere è rappresentato in numerosi labirinti in cattedra del Medio Evo, labirinti in cui figura il Cristo come forza divina centrale.

MORTE, NASCITA E RESURREZIONE
Per l'uomo che viveva prima dell'era cristiana, lo scopo del labirinto era diverso da quello dell'uomo del Medio Evo. Quest'ultimo si volgeva verso la Nuova Gerusalemme per divenire cosciente dei mondo decaduto. Il percorso del labirinto era una sorta di pellegrinaggio che il credente doveva compiere camminando sulle ginocchia. Non era una cosa da poco! Il labirinto della cattedrale di Chartres ha un diametro di dodici metri con un percorso interno di duecento metri. Il paradosso del labirinto risiede nel fatto che, se da una parte rende accessibile il centro, dall'altra lo protegge dagli intrusi. Questo doppio significato mostra che ci si riferisce a un cammino d'iniziazione. I labirinti più antichi servivano soprattutto a rappresentare il ciclo che va dalla nascita alla morte e dalla morte alla nascita, e così via. Spesso era il simbolo di un percorso nel seno della terra, verso una "regina sotterranea”. In India, il labirinto è raffigurato su degli amuleti che servono ad alleviare le doglie del parto. Anche presso gli Hopi, i Kivas, il labirinto simboleggia la (ri)nascita. Il simbolo della Santa Terra Madre è rappresentato nei loro santuari sotterranei con queste parole: "Tutte le linee e i corridoi del dedalo-abirinto formano il piano universale del Creatore, che l'uomo deve seguire nel cammino della sua! vita".

LIBERAZIONE FUORI DAL DEDALO
Il labirinto, nel XX secolo, non ha perso nulla della sua attualità. Nella confusione e nella frammentarietà della vita moderna, mostra a molti la via del ritorno che può, in una certa misura, neutralizzare la ragnatela tessuta dalle impressioni sensoriali. Il pensiero materialista, con le sue specializzazioni, il suo determiniamo senza fine, il suo ridurre tutto a concetti, le sue analisi e la sua ricerca di referenze, incatena la natura su un letto di torture. Perciò qui è meglio parlare di dedalo, il dedalo delle chimere che tengono l'uomo prigioniero delle abitudini dei suoi pensieri, sentimenti e azioni. Ciò significa che mente e cuore seguono una falsa pista all'interno del dedalo e che gli atti che ne sono la conseguenza, dunque, generano il caos. La testa, il cuore e le mani, tuttavia, - cioè la parte intellettuale, emozionale e motoria dell’uomo - sono stati concepiti per essere dei santuari attraverso i quali la saggezza divina possa manifestarsi.
Quando, con l'aiuto dei poteri dell'anima pura che emana principio fondamentale del proprio essere - il principio spirituale - si è in grado di percepire chiaramente le illusioni del proprio ego, si può anche fare l'esperienza dell'unità con la vita originale. Guidata dalla forza spirituale chiamata "Gnosi" - il nuovo sapere interiore che deve occupare il posto centrale in ciascuno - la mente ha la possibilità di compiere la missione per cui era stata creata: essere lo specchio della saggezza divina.
Anche il cervello è composto da un gran numero di circonvoluzioni, simili a quelle di un labirinto. Lo spazio occupato dal cervello è, così, ugualmente sfruttato al massimo. Tuttavia, per poter utilizzare al meglio le sue immense possibilità spirituali, ognuno deve prima trovare l'uscita dal dedalo delle sue percezioni sensoriali.

Posted on 22:38 by Informazione Consapevole

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«Quando alzate lo sguardo al cielo e vi meravigliate della bellezza delle stelle, queste vi appaiono non come sono ora, ma come furono innumerevoli milioni di anni fa. Stando alle apparenze, è una nuova stella quella che vedete risplendere, ma quella stella brillò per la prima volta quando in Egitto regnava Tutankhamon e può darsi che oggi non esista più. 




Se per miracolo tutte le stelle del cielo venissero spazzate via da un momento all’altro, noi continueremmo a vederle […] ancora: dopodicchè, forse, inizierebbe a scomparire la prima, e venti o cinquant’anni più tardi potrebbero seguirla altre, ma il cielo continuerebbe a starsene là come prima, e ci vorrebbero innumerevoli milioni di anni prima che svanisse l’ultima.


Lo «zarathustra» di Nietzsche. Seminario Tenuto nel 1934-­39. Vol. 3



Perciò noi viviamo sempre in tempi in cui cose che sono state esistono ancora. La sola cosa spiacevole è che non sia possibile vedere ciò che si trova nel futuro. Il nostro inconscio, però, è in qualche modo in anticipo rispetto ai nostri occhi e ha una qualche nozione delle cose che saranno, poiché è dal passato più remoto che viene creato il futuro.»
(C.G.Jung – dai seminari dello Zarathustra di Nietzsche tenuti del 1934-39. Edizioni B.Boringhieri, p.48-49, 2014)

Posted on 22:21 by Informazione Consapevole

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http://storiaepolitica.forumfree.it/?t=51711955

Martin Bormann viene condannato a morte in contumacia al Processo di Norimberga. All'epoca risultava ufficialmente "fuggito" dopo la caduta di Berlino. Ma era veramente fuggito? L'SS Erich Kempka disse di averlo visto morire insieme al medico delle SS Ludwig Stumpfegger nella Invalidenstrasse, in seguito all'esplosione di un carro armato colpito da un colpo di mortaio sovietico. Ma Kempka era l'autista personale di Adolf Hitler e, considerando che il corpo di Martin Bormann non fu rinvenuto (neanche quello di Stumpfegger), la sua versione non fu giudicata attendibile.






Venne ritenuto rifugiato in Sudamerica (probabilmente fuggito grazie all'ODESSA), ma la ricerca da parte dei "cacciatori di nazisti" prima e successivamente del Mossad non diede risultati soddisfacenti, nonostante numerose testimonianze sulla sua presenza oltreoceano. Poco dopo la resa nazista venne arrestato un uomo che marciava di notte per le strade di Berlino con un'uniforme delle SS e che diceva di essere stato nominato ufficiale quella notte in una cerimonia segreta presieduta proprio da Bormann: venne giudicato bisognoso di cure psichiatriche.
Probabilmente si rifugiò come molti nazisti a San Carlos de Bariloche, cittadina nelle Ande argentine fondata da tedeschi ed abitata in maggioranza da popolazione di origine europea. Questo luogo è noto anche per essere (all'epoca) difficilmente raggiungibile e quindi ideale per nascondere latitanti, considerando che all'epoca la legge argentina vietava l'estradizione (Adolf Eichmann, catturato a Buenos Aires, fu portato in Israele di nascosto).
Secondo fonti del governo Paraguaiano mori ad Asuncion e venne sepolto in una fossa comune; più testimoni raccontarono di averlo incontrato e di averci anche parlato insieme. Venne rintracciato anche dal figlio del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, che però lo giudicò ormai una persona priva di qualsiasi importanza.
Nel 1972 degli scavi in un cantiere in un giardino pubblico di Berlino portarono alla luce due corpi. Uno dei due venne identificato come quello di Bormann grazie al calco dentario. L'enigma sembrava risolto, ma la presenza di residui di uno strano terriccio sullo scheletro fece sorgere dei dubbi. Esami più approfonditi rivelarono che il terriccio rinvenuto era di una tipologia non presente a Berlino, ma comune in Sudamerica. Questo fa supporre Bormann morì in Sudamerica e che il corpo fu trasumato successivamente, per sviare le indagini sulla fuga di altri gerarchi nazisti.

Posted on 22:10 by Informazione Consapevole

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1) INTRODUZIONE AL METODO

Metodo di Giovanni Climaco.

Senza alcun dubbio, fra tutti i metodi il primo posto spetta a quello raccomandato da Giovanni Climaco. Tale metodo, infatti, è particolarmente pratico e no presenta alcun pericolo: è necessario e addirittura indispensabile per l’efficacia della preghiera; esso è alla portata di tutti i cristiani che vivono con pietà e cercano la salvezza, siano essi monaci o laici. Giovanni Climacogrande guida dei monaci, parla di tale metodo in due punti della sua Scala che conduce dalla terra al cielo: nel gradino che tratta dell’obbedienza e in quello sulla preghiera. Il fatto stesso che egli esponga il primo metodo nel capitolo consacrato alla dottrina riguardante l’obbedienza dei monaci cenobiti, mostra chiaramente che esso è concepito anche per i monaci. L’esposizione di tale metodo è poi ripresa nel lungo capitolo consacrato alla preghiera, dopo le istruzioni concernenti gli esicasti; è rivolta quindi anche ai monaci più avanzati nel cammino spirituale. Lo ripetiamo: il suo grande merito consiste nel fatto che esso dà piena soddisfazione evitando qualsiasi pericolo. “Rinchiudi il tuo pensiero nelle parole”.




Nel gradino sulla preghiera Giovanni Climaco dice: “Sforzati di ricondurre o esattamente di rinchiudere il pensiero nella preghiera. Se, dato il suo stato d’infanzia, il tuo pensiero viene a mancare e si disperde, riconducilo. La mente tende all’instabilità. Ma colui che mette ordine in tutte le cose può darle stabilità. Se tu perseveri inquesta attività e la custodisci costantemente, colui che stabilisce in te dei limiti al tuo mare verrà e le dirà durante la tua preghiera: “Fin qui giungerai e non oltre”(Gb38.11).
Non è possibile legare lo spirito; ma là dove si trova il creatore di tale spirito, tutto si sottomette a lui”. La fase iniziale della preghiera consiste  nel respingere i pensieri fin dal loro nascere,  mediante la preghiera; la fase centrale si ha invece quando la mente rimane esclusivamente nelle parole pronunciate vocalmente o mentalmente; il coronamento, infine, è il rapimento della mente verso Dio. Nel gradino sull’obbedienza, Giovanni afferma: “Lotta costantemente con il tuo pensiero e fallo ritornare a te ogni volta che prende il volo. Dio non esige dai novizi una preghiera totalmente libera dalle distrazioni; non affliggerti se derubato, ma resisti e fai costantemente ritornare la mente verso di te. Pregare con attenzione. Il metodo esposto qui consiste nel pregare con attenzione, sia che lo si faccia vocalmente che mentalmente. Quando si prega con attenzione, il cuore non può estraniarsi, come ha detto Marco l’Asceta: “La mente che prega senza distrazione rende il cuore contrito”. Così, dunque, colui che prega secondo il metodo esposto da Giovanni Climaco pregherà con le labbra, con la mente e con il cuore; e chi avrà progredito in questo modo di pregare possiederà la preghiera della mente  e de cuore e attirerà su di sé la grazia divina, come si può vedere dalle parole del grande maestro dei monaci. Chedesiderare di più? Nulla, certamente.
Quando si pratica la preghiera di Gesù in questo modo, in quale illusione si potrebbe incorrere? Si rischia solo una cosa: lasciarsi trascinare nelle distrazioni. Ma questo è un difetto che appare chiaramente: è inevitabile nei principianti, ma lo si può immediatamente correggere facendo ritornare il pensiero alle parole della preghiera. Infine può essere completamente eliminato, grazie a alla misericordia e all’aiuto di Dio, e al prezzo di un costante sforzo ascetico.

Come Giovanni Climaco parla della preghiera del cuore.

Certuni si chiederanno forse se un Padre tanto illustre e vissuto in un’epoca in cui l’orazione mentale era fiorente non abbia detto niente della preghiera compiuta dalla mente nel cuore. Ne parla sì ma in un modo così velato che soltanto coloro che conoscono per esperienza tale preghiera possono comprendere di che cosa si tratti. Il santo ha agito così in quanto guidato da quella sapienza spirituale con cui tutto il suo libro è stato scritto. Dopo aver esposto a riguardo della preghiera l’insegnamento più sicuro possibile e che può condurre chi lo pratica a uno stato di grazia, Climaco si espresse in modo allegorico su ciò che si compie quando la grazia viene a coronare la fatica della preghiera. “Una cosa”, dice, “è volgersi frequentemente verso il proprio cuore [....], pregare con attenzione, con la partecipazione del cuore; altra cosa è, però,  discendere con la mente nel tempio del proprio cuore e offrirvi una preghiera mistica piena della forza e della grazia di Dio: la seconda tuttavia procede dalla prima.L’attenzione della mente durante la preghiera attira la  partecipazione del cuore; quando l’attenzione aumenta, la partecipazione Del cuore alla mente si trasforma in unione del cuore con la mente; quando infine si opera la ‘fusione dell’attenzione e della preghiera, la mente discende nel cuore per compiervi il vastissimo servizio sacro dell’orazione. Tutto ciò si realizza sotto la direzione della grazia di Dio, secondo il suo beneplacito e il suo giudizio.
Ricercare  il secondo stato prima d’aver realizzato il primo è non soltanto inutile, ma può anche causare grossi danni. Per salvaguardare il lettore da un tale rischio, il mistero della preghiera, in questo libro destinato all’uso comune dei monaci, viene protetto contro la curiosità  e la leggerezza di spirito. In  quei tempi benedetti, in cui numerosissimi ricettacoli  della grazia, si poteva ricorrere ai loro consigli ogniqualvolta le circostanze lo richiedessero.

Linguaggio simbolico dei Padri

Fra i monaci di Raito, per i quali il beato Giovanni scrisse la  Scala, l’orazione mentale era fiorente sotto la direzione di guide spirituali esperte. Il santo scrittore vi fa nuovamente allusione, in modo velato, nella sua “Lettera al pastore”. Ecco come si esprime: “Innanzitutto, venerabile padre, noi abbiamo bisogno di forze spirituali per poter prendere per mano come fossero bambini e poter liberare dalla folla dei pensieri coloro che desideriamo condurre nel Santo dei Santi e ai quali speriamo di mostrare il Cristo che riposa sul loro altare mistico e segreto, e questo quando si trovano nell’anticamera di quel luogo, allorché vediamo che la folla li stringe e  li spinge nell’intento di impedire loro l’entrata desiderata. E se questi bambini sono estremamente deboli e nudi, bisogna che ce li mettiamo sulle spalle e li portiamo fino a che abbiano raggiunto la porta d’entrata. So benissimo che lì abitualmente ci si accalca e scoppiano risse di ogni genere. Ecco perché c’è chi ha detto a questo proposito: Questa fatica è dinanzi a me fino a che io non entri nel santuario di Dio (Sal 72.16-17). La fatica, però, dura solo fino all’entrata.

Isacco il  Siro

Colui che desidera vedere il Signore in se stesso si sforza di purificare il proprio cuore con l’incessante memoria. Il paese spirituale di un uomo la cui anima è pura si trova dentro di lui, il sole che vi brilla è la luce della santa Trinità, l’aria che vi respirano i suoi abitanti è lo Spirito Santo, la gioia, l’esultanza di quel paese è Cristo, Luce dalla Luce che è il Padre. Questa è la Gerusalemme, il regno di Dio nascosto in noi di cui parla il  Signore (cfLc  17.21). Quel paese è la nube della gloria  di Dio: solocoloro che sono puri di cuore vi entreranno per vedere il Volto del loro Maestro e per avere la mente illuminata dai raggi della sua luce”. “Sforzati di entrare nella cella che è in te e vedrai la cella celeste. L’una e l’altra  sono una sola: è attraverso un’unica entrata che penetri in entrambe.  La scala che porta al regno dei cieli dei cieli è in te: essa è misteriosamente issata nella tua anima. Entra nel profondo dite stesso, lontano da ogni peccato, e là troverai i gradini per salire in cielo”.

Barsanufio

Barsanufio fu un monaco che raggiunse le più alte vette della vita spirituale e seppe introdurre i propri discepoli nel santuario della preghiera del cuore mossa dalla grazia e negli stati cui essa conduce. Fra le sue istruzioni leggiamo ora quella che egli diede  a un esicasta che si trovava sotto la sua direzione: “Dio, che solo è senza peccato e che salva quanti sperano in lui, renda forte l’amore col quale tu lo servi nella santità e nella giustizia tutti i giorni della  tua vita nel santuario e sull’altare dell’ uomo interiore, là dove sono offerti a Dio sacrifici spirituali, l’oro, l’incenso e la mirra, dove è sacrificato il vitello grasso, dove è sparso il sangue prezioso dell’Agnello senza macchia e dove risuonano gli inni armoniosi dei santi angeli.   “Allora si offriranno vitelli sul tuo altare (Sal 50.21). Allora... quando, dunque? Quando verrà il nostro Signore, questo sommo sacerdote che offre e che riceve il sacrificio non  cruento; quando,  nel suo Nome, lo storpio seduto alla porta Bella sarà giudicato degno di udire l’annuncio gioioso: ‘Alzati e cammina (At3.6). Egli entrerà allora nel santuario camminando, saltando, lodando Dio. Allora avrà fine il sonno della negligenza e ignoranza; allora si ritirerà dalle palpebre la sonnolenza dell’acedia e della pigrizia; allora le cinque vergini sagge accenderanno le loro lampade (cf. Mt 25.3) ed esulteranno con lo sposo nella santa camera nuziale, cantando a una sola voce e senza turbamento: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore: beato l’uomo che mette in lui la sua speranza” (Sal 33.9).  Allora avranno fine le lotte, i turbamenti, i monti; allora regnerà la pace della santa Trinità; il tesoro sarà sigillato e resterà al sicuro. Prega, perché tu possa comprendere e realizzare tutto questo,  e rallegrarti in Cristo, nostro Signore”.

Pregare alla porta del santuario.

La maniera grandiosa con cui i Padri descrivono la di­sciplina spirituale della preghiera del cuore ispira in noi la grande riverenza per essa. Questa riverenza e la stessa prudenza esigono da noi che rinunciamo a ogni sforzo prematuro, presuntuoso e scriteriato di entrare nel santuario segreto; esse ci insegnano a perseverare nella preghiera attenta, nella preghiera del pentimento,  stando alla porta del tempio. L’attenzione e la contrizione di spirito: ecco la cella offerta come rifugio ai peccatori che si pentono. E’ l’anticamera del santuario: vi troveremo riparo, vi ci rinchiuderemo, lontano dal peccato. Si radunino in questa Betzaeta tutti coloro che soffrono di paralisi, tutti i lebbrosi, tutti i ciechi e i sordi, in una parola tutti coloro sono malati di peccato e “che attendono l’agitarsi dell’acqua” (Gv 5.3), cioè l’azione della misericordia e della grazia di Dio. Il Signore in persona, e lui solo,  nel tempo a lui noto, concederà, secondo la sua insondabile benevolenza, la guarigione e l’ingresso nel santuario.“ Io conosco quelli che ho scelto (Gv 13.18), dice il signore. “Non voi avete scelto me”, dice ai suoi eletti, “ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio Nome ve lo conceda” (Gv 15 16)


 
2)    COME INIZIARE

Lo ieromonaco Doroteo, asceta e autore spirituale russo, ha proposto un metodo eccellente per imparare la preghiera di Gesù: “Colui che prega con le labbra”, scrive questo autore, “ma trascura la sua anima e non custodisce il suo cuore, fa salire le sue preghiere in aria, ma non verso Dio, e s’affatica invano, perché Dio è attento allo spirito e allo zelo e non alla molteplicità delle parole. Bisogna pregare con grande fervore: con tutta l’anima, con tutto lo spirito, con tutto il cuore, con timor di Dio e con tutte le proprie forze. L’orazione mentale non permette di entrare nella cella interiore né alle fantasie né ai cattivi pensieri. Vuoi imparare a praticare la preghiera della mente e del cuore? Te la insegnerò. Sta bene attento, amico e obbediscimi. Per cominciare, devi dire la preghiera vocalmentecioè con le labbra, la lingua e la voce, forte quanto basta perché tu possa udire te stesso. Quando le labbra, la lingua e i sensi saranno sazi della preghiera detta vocalmente, la preghiera vocale cessa e si comincia a dirla in un sussurro. Dopo di ciò si deve imparare a fissare costantemente la propria attenzione sulla zona della gola. Allora, a un segno, la preghiera della mente e del cuore comincerà a sgorgare spontaneamente e incessantemente: si presenterà da  e agirà in ogni momento, durante qualsiasi attività e in qualsiasi luogo”.

L’insegnamento di Serafim di Sarov

    Il beato starec e ieromonaco Serafim di Sarov prescrive al principiante, in conformità a un costume già stabilito nel “deserto” di Sarov, di dire incessantemente la preghiera: “SIGNORE GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME, PECCATORE”. “Durante la preghiera”, insegna lo starec, “sii presente a te stesso, cioè raccogli la tua mente e uniscila alla tua anima. All’inizio, per uno o due giorni o anche più, fa’ questa preghiera con la sola mente, staccando le parole e fissando la tua attenzione su ciascuna di esse in particolare. Quando il Signore riscalderà il tuo cuore con il calore della sua grazia e unificherà il tuo essere in un solo spirito, questa preghiera si metterà a sgorgare in te incessantemente: essa sarà sempre con te e ti porterà gioia e nutrimento”. E’ proprio questo il senso delle
parole pronunciate dal profeta Isaia: ‘La rugiada che è con te è guarigione per loro’ (Is 26.19). [...] Taci, custodisci costantemente il silenzio, ricordati sempre della presenza di Dio e del suo Nome. [...] Quando sei seduto a tavola [...] sii attento a te stesso e nutri la tua anima con la preghiera”.Dopo aver dato questa istruzione al principiante che conduce la vita attiva ed avergli insegnato la pratica della preghiera adatta a lui, l’anziano gli proibisce di slanciarsi in modo prematuro e scriteriato verso la vita contemplativa, perché è impossibile arrivare alla seconda senza passare per la prima. La vita attiva ci purifica dalle nostre passioni peccaminose, ci fa salire fino alla perfezione attiva e, per ciò stesso, ci spiana la strada che porta alla vita contemplativa. Non possono avvicinarsi se non coloro che si sono purificati dalle proprie passioni e hanno ricevuto una formazione completa nella vita attiva, come si può vedere dalle parole della Sacra Scrittura: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt5.8) e da quelle di Gregorio Teologo: “Possono avvicinarsi alla contemplazione solo coloro che hanno acquisito un’esperienza perfetta nella vita attiva. E’ necessario avvicinarsi alla vita contemplativa con timore e tremore, con cuore umile e contrito, scrutando a lungo le Sante Scritture e sotto la direzione di una guida esperta - se se n’è potuta trovare una - e non con temerarietà e di propria iniziativa. A detta di Gregorio Sinaita, l’uomo temerario e presuntuoso ricerca uno stato spirituale elevato che lo supera e si sforza con orgoglio di raggiungerlo prematuramente. E ancora, se, ispirato da un desiderio satanico e non autentico, qualcuno sogna con la sua fantasia di raggiungere uno stato elevato, il diavolo lo prenderà nelle sue reti e lo farà suo schiavo”. [...]

Vigilanza e preghiera incessante

“Solo coloro che hanno l’attività interiore e che vigilano sulla propria anima”, afferma Serafim, “ricevono i doni della grazia”. Quelli che hanno realmente deciso diservire Dio devono esercitarsi alla memoria Dei e alla preghiera incessante al Signore Gesù Cristo, dicendo in spirito: “SIGNORE GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME, PECCATORE”. A condizione che ci si metta al riparo dalle distrazioni e che si custodisca la pace dell’anima, questa pratica permette di avvicinarsi a Dio e di unirsi a Lui. Secondo le parole di Isacco il Siro, non possiamo avvicinarci a Dio se non mediante la preghiera incessante.
(Questa prima parte dello studio sul metodo è tratta in gran parte dalla preziosa opera di IGNATIJ BRJANCANINOV, Preghiera e lotta spirituale, ed. Gribaudi, a cui rimandiamo vivamente per un serio approfondimento).


3) IL METODO

Nil Sorskij prescrive di far silenzio interiormente, proibendo a se stessi non soltanto di pensare a qualcosa di peccaminoso o di vano ma anche a qualcosa di apparentemente utile o di spirituale. Invece di pensare, bisogna guardare incessantemente nelle profondità del proprio cuore e dire: ”SIGNORE GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME, PECCATORE”. Si può pregare in piedi, seduti, coricati. Coloro che sono robusti e in buona salute preghino stando in piedi; i deboli, invece, possono pregare anche stando coricati, perché in questa preghiera l’ascesi spirituale prende il sopravvento su quella del corpo. Bisogna dare al corpo una posizione che procuri allo spirito ogni libertà per l’attività che gli è propria.
Tuttavia, è da tenere presente che qui si parla del modo di agire dei monaci che, mediante un’ascesi corporale adeguata, hanno messo ordine nelle proprie inclinazioni corporali e che, in seguito ai progressi già compiuti, sono passati dall’ascesi del corpo a quella dell’anima.

Controllo del respiro

Nil Sorskij raccomanda di rinchiudere la mente nel cuore e di controllare, per quanto è possibile, il respiro, per non respirare troppo spesso. In altre parole, bisogna respirare molto adagio. In generale, bisogna reprimere tutti i movimenti del sangue e mantenere il corpo e l’anima in uno stato di tranquillità, di silenzio, di adorazione, di timor di Dio; altrimenti l’attività propriamente spirituale non può manifestarsi in noi: essa lo fa quando tutti i movimenti e i ribollimenti del sangue si sono placati. L’esperienza insegnerà che il controllare il fiato, cioè il respirare con minor frequenza e lentamente, contribuisce molto a farci entrare in uno stato di calma e a ricondurre la mente dal suo vagabondare. “ Vi sono molte opere virtuose”, dice Nil, “ma sono tutte parziali; LA PREGHIERA DEL CUORE, invece, E’ LA SORGENTE DI TUTTI I BENI: essa irriga l’anima come fosse un giardino. Quest’opera, che consiste nel mantenere la mente nel cuore senza nessun pensiero, è estremamente difficile per coloro che non hanno imparato a praticarla; [...]. Ma quando l’uomo riceve la grazia, allora prega senza sforzo e con amore, perché è da essa consolato. Allorché sopraggiunge l’attività della preghiera, essa attira a se la mente, la riempie di allegrezza e la libera dalle distrazioni.
Per abituarsi al metodo raccomandato da Nil Sorskij è molto utile combinarlo con quello di Giovanni Climaco e pregare senza nessuna fretta.

La tecnica di Niceforo l’Esicasta

Nella seconda metà del XIII secolo, l’eremita Niceforo l’Esicasta è il primo che attesti un legame tra la preghiera di Gesù e una tecnica di respirazione.  Dopo aver chiarito la funzione del cuore e i suoi rapporti con il respiro, egli insegna il raccoglimento dello spirito che devE essere introdotto nelle narici e spinto sin dentro al cuore contemporaneamente all’ aria inspirata. Quando lo spirito, placato, è entrato nel cuore, bisogna gridare dentro di sé: “SIGNORE GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME!”.
Su Niceforo è degna di nota la testimonianza di san Gregorio Palamas: “Niceforo che aveva confessato la vera fede (antiunionista) e per questa ragione fu condannato all’esilio dal primo imperatore Paleologo che accettò il pensiero dei latini; che era di origine italica, ma riconosciuta l’eresia di quelle genti, raggiunse la nostra chiesa ortodossa.... qui venuto, adottò la vita più rigorosa, quella dei monaci, e scelse come abitazione quel luogo che porta il nome della santità, cioè l’Athos, casa della virtù, posta al limite del mondo e del soprannaturale. Dimostrò subito di saper obbedire sottomettendosi ai padri più eminenti, dopo un lungo tempo dette loro la prova della sua umiltà; allora anche lui ricevette da loro L’ARTE DELLE ARTI,  cioè l’esichia come esperienza (Triadi II, 2,2).  Nel suo celebre scritto sulla pratica esicastica, Trattato della sobrietà e della custodia del cuore, Niceforo invita i lettori ad imparare la TECNICA D’ORAZIONE e afferma: “Ritorna dunque, o più esattamente torniamo, cari fratelli, a noi stessi, rigettando col massimo disprezzo il consiglio del serpente [....].
Perché non vi è che un mezzo per accedere al perdono e alla familiarità con Dio; prima di tutto, ritornare per quanto è possibile in noi stessi”. Niceforo fa seguire poi un Elenco di brani patristici che invitano all’attenzione e alla custodia del cuore e nell’ultima parte dello scritto parla della preghiera e del METODO: “Prima di tutto la tua vita sia tranquilla, libera da ogni preoccupazione, in pace con tutti....Orbene: in quanto a te siediti, raccogli il tuo spirito, introducilo – lo spirito intendo - nelle narici; è appunto questa la via di cui si serve il respiro per arrivare al cuore. Spingilo, forzalo a discendere nel tuo cuore insieme con l’aria inspirata. Quando vi sarà, tu vedrai quale gioia ne consegue: non avrai nulla da rimpiangere... Fratello mio, abitua dunque il tuo respiro a non essere sollecito a uscirne. Agli inizi gli manca lo zelo... per questa reclusione e questo sentirsi alle strette. Ma una volta che abbia contratta l’abitudine, non proverà più alcun piacere a circolare al di fuori, PERCHE’ IL REGNO DI DIO E’ DENTRO DI NOI e a chi volge verso di lui i suoi sguardi e lo ricerca con preghiera pura, tutto il mondo esterno diviene vile e spregevole. Se fin dall’inizio riesci a penetrare con lo spirito NEL LUOGO DEL CUORE che ti ho mostrato, sia ringraziato Dio! Glorificalo, esulta e attaccati unicamente a questo esercizio. Esso ti insegnerà ciò che ora ignori. Sappi che mentre il tuo spirito si trova là, tu non devi né tacere né stare inerte. Ma non avrai altra preoccupazione che quella di GRIDARE: “SIGNORE GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, ABBI PIETA’ DI ME”.
Ma fratello mio, se malgrado tutti gli sforzi, non giungi a penetrare nei luoghi del cuore pur seguendo le mie indicazioni, fà come ti dico e, con l’aiuto di Dio, arriverai allo scopo. Tu sai che la ragione dell’uomo ha sede nel petto.... Dopo aver bandito da questo luogo ogni pensiero (lo puoi, basta volerlo), donagli l’invocazione “SIGNOREGESU’ CRISTO ABBI PIETA’ DI ME”  e costringiti a gridare interiormente queste parole, escludendo ogni altro pensiero. quando, col tempo, sarai reso padrone di questa pratica essa ti aprirà senz’altro l’entrata nel luogo del cuore.
All’esicasta dunque che vuole avvalersi di un metodo psicofisico nella sua vita di preghiera, Niceforo consiglia una strada che comprende una pluralità di esigenze: scegliersi una guida esperta; sedersi, creando calma, anzitutto fisica, in se stessi; concentrare l’attenzione sulla respirazione, costringere la mente a seguire il respiro che scende verso il luogo del cuore. Infatti la mente dispersa nelle cose esteriori può essere raccolta solo facendola scendere nel cuore, centro di tutto l’uomo. Quando la mente sarà discesa nel cuore, sgorgherà la preghiera. Il metodo d’altra parte non opera da solo. E’ per questo che Niceforo invita a legare ad esso la
recita interiore della preghiera di GesùInfatti è la ripetizione del NOME DI GESU’  la vera arma contro il demonio e l’autentica via per elevarsi all’amore e al desiderio di Dio. Tale metodo pur esprimendo una condizione della preghiera dell’esicasta, non ne costituisce né l’essenza né lo scopo.
La Preghiera del cuore, pur legata alla respirazione, non può tuttavia essere separata da una mistica sacramentaria e da una teologia della grazia.


Gregorio il Sinaita

In Gregorio il Sinaita la preghiera di Gesù è esplicitamente accompagnata da pratiche volte alla concentrazione dello spirito: «A partire dal mattino, siediti su una seggiola bassa, spingi il tuo spirito dalla mente nel cuore e mantienivelo […]; faticosamente chino, con vivo dolore  al petto, alle spalle e alla nuca,  griderai senza posa nel tuo spirito o nell’animo: “SIGNORE GESU’ CRISTO ABBI PIETA’ DI ME!”. In seguito, a causa della costrizione e del disagio dovuto alla persistenza, trasporterai il tuo spirito sulla seconda metà dicendo: “FIGLIO DI DIO ABBI PIETA’ DI ME!”.
Le indicazioni sono più precise, e va notato come l’atteggiamento del corpo che viene suggerito si diversifichi dalle posizioni per la meditazione codificate in Asia. A parte questo, sono doverosi degli accostamenti per quel che riguarda l’uso ed il controllo della respirazione. Gregorio prescrive una posizione che rende tale respirazione difficoltosa in quanto «la tempesta del respiro che proviene dal cuore oscura lo spirito e agita l’ anima, la distrae, rendendola soggetta all’oblio….” Ne scaturirà l’esigenza di calmare il ritmo respiratorio per difendersi dall’oblio. Citando Evagrio egli precisa che un monaco deve avere il « ricordo di Dio» per respirazione e perseverare in cuor suo nella ricerca del Signore. Controllare i moti dell’ anima e concentrare lo spirito costituiscono i due primi obiettivi per colui che desidera dedicarsi alla preghiera d’invocazione del nome. Non viene precisato che occorre sincronizzare la ripetizione della formula con il ritmo della respirazione.

Simeone il Nuovo Teologo

A Simeone il Nuovo teologo viene attribuito dalla tradizione un piccolo opuscolo dal titolo: Metodo della santa preghiera e attenzione e che invece sembra essere di un autore sconosciuto che una parte degli studiosi ha chiamato Pseudo-Simeone. L’autore inizia il suo scritto descrivendo tre metodi o forme di preghiera. Invita a scegliere quindi lo stato migliore al fine di raggiungere la sobrietà del cuore e l’attenzione.  Infatti la preghiera e l’attenzione sono “vere e senza errore” solo quando “la mente, pregando, custodisce il cuore e ritorna sempre all’interno di questo e dal suo profondo fa risalire le sue domande verso il Signore. Allora la mente, avendo gustato quanto è buono il Signore, non è più espulsa dal soggiorno del cuore”. il transito della mente verso il cuore avviene  soprattutto con l’invocazione del Nome di Gesù: “Quando la mente trova il posto nel cuore, vede subito quello in cui non avrebbe mai creduto: vede l’aria all’interno del cuore e se stessa tutta luminosa e piena di discernimento; appena spunta un pensiero, prima che si completi e prenda forma, lo scaccia e lo annienta con l’invocazione di Gesù Cristo. Allora la mente piena di risentimento nei confronti dei demoni, desta la collera secondo natura e colpisce, cacciandoli, i nemici spirituali. Il resto lo apprenderai con l’aiuto di Dio, nella custodia della mente, mantenendo Gesù nel cuore”.
L’autore consiglia infine UN METODO NATURALE  PER L’INVOCAZIONE DEL NOME e la custodia del cuore: “Quindi, seduto in una cella tranquillo, in disparte, in un angolo, fa’ quello che ti dico: chiudi la porta, ed eleva la tua mente al di sopra di ogni oggetto vano e temporale. quindi appoggia la barba sul petto, volgi il tuo occhio corporeo, assieme a tutta la mente, nel centro del tuo ventre, cioè nell’ombelico. Comprimi l’inspirazione che passa per il naso, in modo da non respirare agevolmente ed esplora mentalmente all’interno delle viscere, PER TROVARE IL POSTO DEL CUORE ove sono solite dimorare tutte le potenze dell’animo. Dapprima troverai oscurità e una durezza ostinata, ma, PERSEVERANDO IN QUEST’OPERA NOTTE E GIORNO, troverai, oh meraviglia!, una felicità infinita.
Il METODO raccomanda, durante la ripetizione della preghiera “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”, una posizione rilassata: “seduto in una cella tranquilla”; una disciplina della respirazione; una pratica immaginale alla ricerca del luogo del cuore nelle viscere: Sembra che questa tecnica avesse un preciso significato: “L’ombelico, secondo l’anonimo – che seguiva un’antichissima concezione già attestata nel Timeo di Platone – era la sede della concupiscenza. La trasmutazione che viene operata con questo metodo, il raffreddamento delle potenze dell’anima, non va intesa come repressione o annientamento di qualche parte, ma come UNA TRASFORMAZIONE DELLE DIVERSE COMPONENTI PSICHICHE. Di qui la necessità di una discesa nella zona ombelicale, per poi risalire nel luogo del cuoreMasarà proprio questa concezione a suscitare polemiche e difficoltà.
Tale metodo psicofisico sembra infatti mostrare più di una affinità con le tecniche yoga dell’estremo oriente sia di derivazione indiana (tanta induista), sia di derivazione tibetana e cinese (tantra buddhista, zen, taoismo) che mirano, appunto, alla trasformazione delle energie interne in vista dell’illuminazione e/o della lunga vita. La stessa alchimia occidentale, nel suo risvolto mistico-spirituale, opera con delle tecniche simili che mirano alla trasmutazione delle energie sessuali in vista del cosiddetto “corpo di luce”. Paralleli importanti si ritrovano, infine,
anche nell’ambito della mistica islamica (sufismo) sia sotto il profilo della tecnica (dihkr), che dal punto di vista teorico-concettuale.



(Il presente lavoro è tratto dal sito www.esicasmo.it )

Posted on 21:58 by Informazione Consapevole

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http://www.archivio900.it/it/sigle/sigl.aspx?id=473

Il 22 Maggio 1945 il generale nazista Reinhard Gehlen, ex comandante delle Armate Straniere Est e responsabile nei servizi segreti nazisti della sezione che curava lo spionaggio antisovietico, si consegna agli americani che lo spediscono a Washington da William Donovan, direttore centrale dell'OSS, con 52 casse contenenti la schedatura dei comunisti europei "pericolosi". In breve tempo Gehlen diviene direttore della sezione affari sovietici dell'OSS e successivamente della CIA.






L'ex generale torna in Europa il 12 Luglio del 1946 dove crea l'Organizzazione Gehlen, servizio spionistico alle dirette dipendenze dei servizi segreti USA. l'1/4/1956 l'Organizzazione Gehlen passa sotto il controllo del governo della Germania Occidentale, nasce cosi' il servizio informazioni federale BND. Gehlen e' promosso generale di corpo d'armata e direttore del BND.
E' la polizia politica del regime fascista. Viene istituita nel Novembre del 1926.
L'OVRA estese in Italia, ma anche all'estero, una fitta rete di informatori e delatori con lo scopo di reperire ogni genere di notizie su qualsiasi tipo di attivita' antifascista. Agiva in stretta collaborazione con il tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Posted on 21:36 by Informazione Consapevole

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http://b-earth.it/tibet-il-monte-kailash-e-le-porte-del-paradiso/

Vi ricordate la celebre canzone dei Led Zeppelin Stairway To Heaven? Bene, sappiate che sulla Terra esiste davvero un luogo che porta al paradiso!
Stiamo parlando del Monte Kailash, nell’estremo ovest del Tibet, una montagna della catena transhimalayana che si sviluppa per circa 1.600 chilometri sulla direttrice ovest-est.
Sebbene poco conosciuto in occidente, il Kailash è uno dei luoghi più sacri al mondo.





È infatti la montagna sacra di buddhisti, induisti e jainisti. In un raggio di 50 chilometri nascono inoltre alcuni dei fiumi più lunghi e importanti dell’Asia come l’Indo, il Brahmaputra, il Sutlej e il Karnali.
Kailash deriva dal sanscrito kelasa, che significa cristallo. Secondo il Purana, testo sacro dell’induismo, le quattro facce della montagna sono fatte di cristallo, rubini, oro e lapislazzuli.
Sulla vetta del Kailash siedono in perenne meditazione Shivae sua moglie Parvati, mentre per il buddhismo tantrico la montagna è la casa del Buddha Demchok, che rappresenta la felicità eterna.
Le cime intorno al Kailash formano inoltre l’immagine di un loto.
Come vi abbiamo detto all’inizio, scalare il monte Kailash in Tibet significa raggiungere le porte del paradiso.Pellegrinaggio sul Monte Kailash, Tibet
Sarà per questo motivo che nessun alpinista ha mai effettuato l’ascesa fino alla vetta, nonostante non presenti particolari difficoltà tecniche. Reinhold Messner venne invitato a compiere l’impresa nel 1980 ma rifiutò per non urtare la sensibilità dei fedeli.
Il monte Kailash è un importante luogo di pellegrinaggio. Ogni anno migliaia di fedeli giungono qui da tutto il Tibet per effettuare il kora, l’itinerario circolare intorno alla montagna; si tratta di un percorso piuttosto impegnativo, che si sviluppa su 50 chilometri di sentieri impervi e comprende un passaggio a 5.600 metri di quota. Il kora viene effettuato in senso orario da induisti e buddhisti e in senso antiorario dai bon.
Ora che vi abbiamo svelato dove si trova la scala che porta al paradiso non resta che partire per il Tibet, cosa ne dite?

Posted on 20:53 by Informazione Consapevole

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