martedì 26 agosto 2014


L’inchiesta di Dario Clemente su Tanamerica.it è di quelle che colpiscono forte, come un pugno allo stomaco, e lasciano un profondo amaro in bocca. Le righe che seguono provano gli intrecci segreti tra Mujica, il presidente dell’Uruguay, Soros, il finanziere artefice di alcune tra le più grandi malefatte americane, e Rockfeller, il miliardario statunitense fondatore del Bilderberg. Ecco tutti i dettagli.
Di Dario Clemente

L’immagine del presidente uruguayano Pepe Mujica in Italia si divide tra due opposte e monolitiche narrazioni.  Viene attaccato, da destra, con il tipico argomento riservato per anni a Chavez: populista, utopista romantico, rottame di una sinistra ormai tramontata. Fino al killeraggio mediatico dallo scarso spessore analitico e dal molto livore ideologico . Per la sinistra è invece una specie di santo socialista.  


Ex-guerrigliero Tupamaro, lider pacato di un piccolo paese di 3 milioni scarsi di abitanti, la democrazia più  resistente del Sudamerica, candidato al nobel per la pace dal quotidiano inglese “The Guardian”. A prima vista il meno attaccabile dei presidenti “progressisti” del continente, oltretutto dedito al pauperismo e quindi facile sponda di varie argomentazioni “anti-casta”. Entrambe le “fazioni” si esercitano spesso nel gioco della spettacolarizzazione dei suoi atti, in un senso o nell’altro (a proposito, la contraffazione di notizie non è prerogativa unica del “nemiko imperialista”, come dimostra il falso diventato virale su internet qualche settimana fa di Mujica che faceva la coda in un ospedale pubblico).

È forse più interessante perciò prendere in considerazione (stando a nostra volta attenti a “non prendere una parte per il tutto”, “buttare il bambino con l’acqua sporca” ecc ecc) le critiche al suo operato che ci vengono dal continente sudamericano, tendenzialmente più imparziali e documentate. E che in questo caso prendono di mira la recente liberalizzazione del consumo e autoproduzione di marijuana in Uruguay.

Un aspetto importantissimo dell’attività dei movimenti sociali sudamericani e infatti il lavoro di ricerca e di opposizione alle attività nel continente della tristemente nota  multinazionale statunitense Monsanto. Mentre in Argentina, dove dal 1996 è permessa la coltivazione di soia transgenica, di cui è prima esportatrice mondiale, è in discussione la nuova “Ley de semillas” che garantirebbe a diverse multinazionali un maggior controllo sulle licenze di semi a discapito dei piccoli coltivatori, l’ombra minacciosa di Monsanto si allunga anche sulla recente legge sulla marijuana approvata in Uruguay.

A fine 2013 il paese sudamericano era stato infatti il primo al mondo a legalizzare la produzione e consumo di marijuana, con l’intento dichiarato di mettere fine al narcotraffico e al consumo di erba di pessima qualità proveniente dal Paraguay. Oltre a potersi costituire in cooperative di consumo e coltivare fino a 6 piante per persona, gli Uruguyani iscritti ad uno speciale registro potranno da fine 2014 comprare in farmacia marjuana prodotta da aziende private e commercializzata dallo Stato , ad un prezzo del 30% inferiore al mercato illegale, meno di un dollaro a grammo.

Il problema verterebbe però proprio sui soggetti che verranno autorizzati alla produzione destinata alle farmacie. I primi clamori erano stati suscitati da un incontro fra Mujica, Rockefeller e Soros a New York lo scorso settembre , proprio per parlare del processo di approvazione della legge, la cui campagna promozionale è stata finanziata al 60% dalla “Open Society Foundation” di Soros.


Il multimilionario statunitense, additato dalle sinistre di mezzo mondo come appendice della strategia della “destabilizzazione” dei governi invisi a Washington attraverso le sue innumerevoli associazioni, ha dichiarato che “l’Uruguay è un esperimento” nell’ambito della sua pluriennale campagna contro il narcotraffico nel continente.


Il fatto è che Soros è anche un importante azionista di Monsanto e non pochi hanno collegato la presenza della multinazionale nella produzione nazionale di soia e mais, nonché il suo ingresso nel paese nel 2013 con una nuova tipologia di soia transgenica, al nuovo business della marijuana.


Il timore, insomma, è che l’Uruguay sia un pilot-test su larga scala per una sperimentazione sui semi di marijuana che Monsanto starebbe conducendo da anni, seppur indirettamente, via Olanda e Colombia.
Oltretutto Mujica intenderebbe sviluppare un codice genetico unico per la qualità di marijuana venduta dallo Stato, con lo scopo di differenziarla da quella proveniente dal narcotraffico.  Un brevetto quindi, che potrebbe facilmente essere una varietà sviluppata da Monsanto, non nuova a distribuire semi gratis per poi in seguito rivendicarne la proprietà, e che potrebbe garantire una pianta “resistente” e adatta a coltivazioni estensive.
Sia il governo Uruguayano che Monsanto negano questo scenario. Anzi, la corporation statunitense arriva ad escludere completamente sia un suo interesse allo sviluppo di marijuana o.g.m. nel mondo sia un qualsiasi collegamento con Soros. Il quale sarebbe invece implicato nella vicenda anche come azionista della azienda di produzione di biocombustibile “America del Sur Adecoagro”. 


E non è finita qui perché l’interesse nordamericano alla sperimentazione uruguayana potrebbe estendersi ad altri imprenditori, intenzionati ad una  commercializzazione della sua marijuana negli Stati Uniti (Colorado e Washington) e Canada. L’Uruguay sarebbe infatti ormai più “affidabile” per l’approvvigionamento di altri paesi ( come il Messico ad esempio), anche se Mujica ha finora escluso che vi sarà una produzione per l’esportazione.

La produzione di Marijuana o.g.m. su larga scala aprirebbe inevitabilmente a tutte le problematiche connesse alle coltivazioni transgeniche presenti nel continente: monopolio dei brevetti da parte delle grandi multinazionali, abuso di pesticidi altamente intossicanti per la popolazione,  distruzione della biodiversità e della produzione contadina, nonché ovviamente delle implicazioni rispetto alla qualità del prodotto. Un ulteriore penetrazione di Monsanto renderebbe inoltre il paese ancora più dipendente dagli interessi del capitale “sojero” nazionale e straniero, avvezzo a tentativi di destabilizzazione politico-militari come dimostra il non lontano caso di colpo di stato in Paraguay nel 2012.

AGGIORNAMENTO
Nel frattempo la legge sta subendo un ritardo nella applicazione dovuto alla scarsa legislazione in materia presente a livello internazionale. L’erba destinata alle farmacie non è ancora stata piantata così come l’appalto per scegliere le aziende fornitrici non è stato ancora svolto. Infobae America riporta un sondaggio per cui il 64% degli uruguayani sarebbe contrario all’ applicazione della legge e il 62% favorevole a una sua derogazione parziale. Di sicuro c’è che se la coalizione oficialista di Mujica non risulterà vincente alle elezioni di ottobre (per ora si assesta sul 40% dei consensi) l’opposizione procederà a derogarla, almeno nella parte che avoca la coltivazione allo stato, lasciando in piedi solo la possibilità di auto-produrla.

Posted on 00:53 by Informazione Consapevole

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lunedì 25 agosto 2014




Di Salvatore Santoru

Il giornalista Ishaan Tharoor, in un recente articolo pubblicato sul Washington Post e tradotto in italiano dal sito web il Post, ha affermato che sulla Siria Putin aveva ragione.

Nell'articolo, Tharoor fa riferimento alla lettera che il presidente russo aveva scritto sul New York Times, in cui sconsigliò agli States di intervenire nel paese.



In tale lettera, Putin affermava che :

Un attacco [in Siria] aumenterebbe gli episodi di violenza e provocherebbe una nuova ondata di atti terroristici. Potrebbe danneggiare gli sforzi comuni intrapresi per risolvere il problema del nucleare iraniano e la questione israelo-palestinese, e destabilizzare ancora di più il Medio Oriente e il Nord Africa. Potrebbe sbilanciare l’intero sistema dei contrappesi internazionali. "



Sempre nella stessa lettera, Putin scrisse che « in Siria non c’è una battaglia in favore della democrazia, ma un conflitto armato fra il governo e l’opposizione in un paese multireligioso», e denunciando l'avanzata dei gruppi fondamentalisti islamici e terroristi tra le fila dei ribelli :

" I militanti che combattono laggiù che arrivano dai paesi arabi, dall’Occidente e persino dalla Russia, sono un fatto che ci preoccupa molto. Chi ci dice che non torneranno nei nostri paesi forti delle cose che hanno imparato in Siria? "



Tharoor ricorda che al giorno d'oggi questa preoccupazione è ufficialmente condivisa dai governi europei e da quello statunitense, mentre si può ben affermare che ai tempi era pressochè inesistente.

Nell'articolo viene ricordato anche che già nel novembre del 2011 il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov criticò le maggiori potenze mondiali – Stati Uniti compresi – perché non stavano contribuendo a fare pressione sull’ opposizione siriana invitandola a discutere con Assad".



Inoltre, il giornalista cita un incontro avvenuto alle Hawaii fra i ministri degli Esteri dei paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, in cui lo stesso Lavrov disse: « sentiamo la responsabilità di fare tutto il possibile affinché in Siria inizi un dialogo interno » .



L'articolo di Tharoor si conclude ricordando che l'appello dei russi al dialogo poteva benissimo essere un bluff, ma col senno di poi, costituiva effettivamente un'opportunità di una precoce rappacificazione, che oggi appare molto lontana, ma il governo statunitense in tal periodo non voleva compromessi e credeva che un cambio di regime in Siria sarebbe stato un «inevitabile» dato di fatto.



Facendo alcune considerazioni sulla tematica trattata nell'articolo, si può sostenere che l'atteggiamento russo nei confronti della Siria sia stato indubbiamente prudente e responsabile, al contrario dell'irresponsabile e sfrontata presa di posizione di USA e alleati, intenzionati a procedere per un'intervento militare contro Assad, intervento che avrebbe portato la Siria a diventare una colonia del fondamentalismo e del terrorismo islamista.

Situazione, che grazie al veto della stessa Russia e della Cina, è stata scongiurata.

Posted on 19:36 by Informazione Consapevole

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Di Eugenio Palazzini
Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, in arabo chiamato al-Dawla al-Islāmīya, si sarebbe formato nel 2003 come Jamāʻat al-Tawḥīd wa-al-Jihād(Organizzazione del Monoteismo e della Jihad) con a capo Abu Musab al-Zarqawi. 



L’attuale denominazione di Isis è stata adottata il 9 aprile 2013 in seguito all’ occupazione di vaste aree a cavallo tra Siria ed Iraq. A partire dal 14 maggio 2014 il Dipartimento di Stato statunitense ha iniziato a chiamare Isil (riferendosi con la lettera L a Levant) questa organizzazione. L’ultima S di Isis sta invece per Siria o Sham. Gli acronimi vengono tuttora alternati dai media, ma la sostanza a ben vedere non cambia. Districarsi comunque nella galassia dei gruppi islamisti del Medio Oriente non è facile, spesso è difficile accertare l’attendibilità delle fonti, a volte leader dati per morti risorgono improvvisamente, d’un tratto spuntano nuove sigle di organizzazioni che rivendicano attacchi armati o conquiste territoriali.
L’attuale capo dell’Isis è comunque l’autoproclamatosi califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi che al momento dello scoppio della guerra in Siria sostenne la nascita della formazione antigovernativa Jabat al Nusra.



Dall’aprile 2013 una scissione interna avrebbe portato alla separazione tra l’Isis di al-Baghdadi e il nucleo di al Nusra capeggiato da Abu Mohammed al-Joulani. Fatto è che sul fronte anti-Assad si ritrovano tuttora diverse formazioni di cosiddetti ribelli più o meno sostenuti dagli Stati occidentali.

Ma quali sono i reali obiettivi dell’Isis?
Stando ad un video diffuso in rete intitolato “la fine di Sykes-Pikot” il gruppo di al Baghdadi punta all’eliminazione dei confini tra gli stati del Medio Oriente finalizzata alla creazione di una grande nazione islamica e ad eliminare le organizzazioni considerate apostate, Hamas ad esempio è vista come un freno all’avanzata dell’Isis. L’attuale califfato sarebbe quindi soltanto l’inizio, l’apripista di un nuovo progetto panislamico. Nel frattempo in Iraq e in Siria la legge imposta è una soltanto: eliminare tutti gli infedeli, parte dei sunniti compresi.



Viene da chiedersi a questo punto chi ha finanziato e armato un gruppo così pericoloso che ha mostrato in pochissimo tempo una forza militare sul campo non indifferente. Qualcuno a riguardo ha le idee piuttosto chiare: “Abbiamo armato noi l’Isis in Siria per poi combatterlo in Iraq”. A dichiararlo è il senatore americano Rand Paul, uno dei papabili candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2016, in un’intervista rilasciata alla CNN lo scorso giugno.

Su Il Giornale Marcello Foa non ha usato mezzi termini: “nessuno racconta com’è nato l’Isis, chi l’ha voluto, chi l’ha finanziato. La risposta è sorprendente: sono gli stessi americani con alcuni alleati tra cui Paesi del Golfo, primo fra tutti il Quatar, con il consenso, pare, di israeliani e britannici.Già perché l’Isis rappresenta l’evoluzione di quelle bande armate – composte da fanatici e da criminali – che gli Usa assieme agli alleati hanno appoggiato e armato nel tentativo di rovesciare il regime siriano di Assad.”

Il premier iracheno Nouri al Maliki in un’intervista alla tv France 24 ha poi accusato esplicitamente Arabia Saudita e Qatar di sostenere l’Isis e i gruppi fondamentalisti che agiscono a cavallo tra Siria ed Iraq: “Incoraggiano i movimenti terroristici, li armano e li sostengono politicamente ed economicamente. Stanno conducendo una guerra aperta contro di noi”. A spingere i ricchi paesi del golfo a sostenere l’Isis sarebbe sempre il buon vecchio oro nero. Per Kate Dourian, redattore capo dell’autorevole Middle East Economic Survey, destabilizzando l’Iraq si mette fuorigioco l’industria petrolifera locale e così “ci guadagnano tutti gli altri produttori, soprattutto i sauditi”.

L’accusa più pesante è però quella, secondo quanto riportato da Global Research, che avrebbe avanzato l’ex informatico della CIA Edward Snowden: “Sono stati Gran Bretagna e Usa in collaborazione con il Mossad a creare l’Isis”. Per Snowden l’intelligence dei tre paesi avrebbe agito così per attrarre estremisti in un’unica zona del Medio Oriente concependo una strategia denominata “the hornet’s nest”, il nido di vespe.



Perché, sempre secondo Snowden, “l’unica soluzione possibile per lo stato ebraico è la creazione di un nemico vicino ai propri confini che diffonda slogan tipici dell’estremismo islamico”. Stando ad alcuni presunti documenti della Nsa (l’Agenzia statunitense per la sicurezza nazionale), citati sempre da Global Research, il Mossad avrebbe addirittura addestrato l’attuale califfo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante Al Baghdadi per generare il caos in Siria ed Iraq e per alimentare un sentimento antislamico a livello globale. Alcuni analisti, va detto, hanno espresso dubbi circa il fatto che Snowden abbia davvero fatto queste rivelazioni.



Un modus operandi machiavellico ma allo stesso tempo rischioso per gli stessi ideatori del piano, come testimoniano le parole del parlamentare iracheno Mohammed Sehoud riportate da Tg24 Siria: “gli Usa hanno bombardato l’ISIS perché si è esteso più di quanto concordato con essi”.

Posted on 17:45 by Informazione Consapevole

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Di Salvatore Santoru

Recentemente il mondo è stato scosso dalla tremenda esecuzione del giornalista statunitense James Foley da parte dei terroristi dell'ISIS.



Il maggior sospettato dell'omicidio è il terrorista 23enne Abdel-Majed Abdel Bary, già rapper e dj di origine egiziana ma residente in Gran Bretagna, le cui canzoni venivano trasmesse anche dall'emittente radiofonica di proprietà della BBC, BBC Radio One.



In passato Abdel era già diventato noto per aver pubblicato su Twitter una foto che lo ritraeva con in mano una testa mozzata, e ancora prima per essere stato torturato da parte dei terroristi islamisti legati al Fronte Al Nusra ( "legione di Al Qaeda in Siria ), con cui l'ISIS si contendeva e contende il controllo del territorio e il monopolio della rivolta islamista contro il governo di Assad.
Di questi due ultimi episodi ne avevo già parlato in un recente articolo, che trattava del ruolo avuto dall'ISIS e dai terroristi esteri nella destabilizzazione della Siria.

Bary walked out of the family home last year in order to join rebels fighting in Syria. Since then he has been tweeting under the names 'Terrorist' and 'Abu Klasnikov' though his account in now suspended


Difatti, Abdel è uno dei tanti terroristi che hanno scelto di arruolarsi nell'internazionale islamista per combattere il governo di Assad, e disintegrare la Siria.




Altri casi noti sono quelli del terrorista ISIS e rapper di origini ghanesi ma residente in Germania Deso Dogg, ucciso in Siria dal clan rivale di Al Nusra, o del terrorista di origini arabe ma residente in Australia Khaled Sharrouf(anch'egli ISIS), il quale su Twitter aveva postato una foto in cui raffigurava il figlio di sette anni ( vestito all'americana, con capellino da baseball e orologio di plastica al polso), con in mano la testa mozzata di un'individuo che il criminale aveva appena ucciso,o ancora di Mohamed Merah, il serial killer di origini algerine residente in Francia, che si era reso responsabile di una tremenda strage in una scuola ebraica di Tolosa, uccidendo quattro civili, tra cui tre bambini, e quattro militari, e che poco tempo prima aveva combattuto tra le fila dei "ribelli" islamisti in Siria.



Vedendo i tanti terroristi stranieri presenti nell'ISIS e nelle fila dei "ribelli" islamisti in Siria, verrebbe da pensare che la stessa ISIS e molti gruppi attivi nella cosiddetta "rivoluzione siriana", non siano altro che bande di mercenari perlopiù di origine straniera, il cui scopo sia quello di fare il lavoro sporco per precisi interessi di potere e dominio nell'area.

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Tra l'altro, come ha ricordato il giornalista Maurizio Molinari su un articolo pubblicato sul quotidiano "la Stampa", l'ISIS risulta essere il gruppo terrorista più ricco del pianeta, con un tesoro di oltre 2 miliardi di dollari, e con buona parte dei finanziamenti derivati dal Quatar e dal Kuwait, due paesi da sempre alleati degli USA, i quali contro tale gruppo hanno deciso di iniziare una campagna di bombardamenti anche in Siria, oltre a quella attuale sull'Iraq.



Il giornalista statunitense Alex Kane, in un editoriale su Alternet, ha definito tale situazione "imbarazzante", e una "grande contraddizione" il fatto che gli USA bombardino un gruppo estremista finanziato dai loro stessi più grandi alleati dell'area, come i già citati Quatar e Kuwait, e sopratutto l'Arabia Saudita, tutti paesi fortemente coinvolti nel finanziamento della "rivoluzione" in Siria.



Tale "rivoluzione" è stata sempre appoggiata dagli USA, e presentata nei mass media occidentali come un'idilliaca rivolta per la democrazia e la libertà, quando in realtà si trattava e si tratta di un'insurrezione armata, perlopiù eterodiretta, monopolizzata da gruppi islamisti e terroristi.



Obama, che oggi parla di "estirpare il cancro del terrorismo" dal mondo, sino a pochi giorni fa tollerava e sosteneva il terrorismo nella stessa Siria, tanto che aveva finanziato e armato tali gruppi, in quanto utili nella destabilizzazione di un paese visto come ostacolo ai progetti di dominio nell'area da parte degli USA.



Inoltre aveva già deciso per un'intervento militare nella stessa Siria a favore di tali gruppi, ma il veto di Russia e Cina aveva bloccato tutto, e come riportato da Ishaan Tharoor in un articolo sul Washington Post, tradotto in italiano dal Post, tale decisione ha scongiurato il peggioramento della situazione, visto che se l'intervento fosse andato in porto, molto probabilmente la Siria sarebbe stata completamente conquistata dal terrorismo islamista.




Tra l'altro Obama aveva già finanziato e armato i terroristi di Al Qaeda in Libia, e grazie all'intervento militare fatto a marzo del 2011, ha de facto consegnato il paese in mano ad essi, tanto che ancora oggi tali gruppi si contendono il territorio in modo violento.



Ora Obama bombarda in Siria i terroristi di ISIS, che però sino a ieri sosteneva in quanto anti Assad, e voleva bombardare quest'ultimo.

Sembrerebbe che dovrebbe dare ragione e collaborare con il presidente siriano, che perlomeno il pericolo del terrorismo lo denuncia dall'inizio della la guerra civile siriana.

Difatti, come ha notato Federico Rampini su "Repubblica", bombardare ISIS in Siria, "significa, obiettivamente, mettersi dalla parte di Assad".



Ma sembra che tale linea difficilmente sarà seguita dal governo statunitense e dai suoi alleati.

Difatti, già il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond ha scartato qualsiasi ipotesi di collaborazione con il governo di Assad, e il segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel, ha affermato che Assad è parte del problema mediorientale.



Sembra proprio che l'obiettivo di far cadere Assad e conquistare la Siria non sia stato abbandonato, solo che ora non si esprime più con il diretto sostegno ai terroristi, ma usandoli come pretesto per introdursi nel paese.



Forse ci sarà in futuro anche una breve e passeggera alleanza tra potenze occidentali e governo siriano, ma sicuramente il fine dei primi difficilmente cambierà, in quanto la Siria è un paese dal punto di vista strategico molto importante, troppo per far sì che rimanga indipendente e sovrano.



D'altronde tale strategia è sempre la stessa, ed ha funzionato alla perfezione nei confronti della Libia, solo che con la Siria le cose sono assai diverse.

Posted on 02:47 by Informazione Consapevole

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