venerdì 31 ottobre 2014

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Di Francesca Mancuso
Auto elettriche, sinonimo di modernità. Dimenticatelo. Già alla fine dell'800 i veicoli alimentati da motori elettrici avevano fatto capolino nel panorama della mobilità. Come la P1 di Porsche. Il celebre marchio tedesco già nel 1898 aveva messo a punto l'auto ecologica per eccellenza.
Ad un primo sguardo sembra un carro ma in realtà si tratta di un'automobile a tutti gli effetti. La P1 è stata progettata e costruita da Ferdinand Porsche ed è uno dei primi veicoli immatricolati in Austria. In giro per le strade di Vienna dal 26 giugno 1898, il veicolo deve il suo nome al fatto di essere la prima auto elettrica.
Una vera bellezza per gli occhi. Il volume di idee realizzate all'interno di questo veicolo rimane notevole anche oggi. A partire dal motore elettrico molto compatto, che pesa solo 130 kg, offrendo 
allora una potenza di 3 cavalli, come ha spiegato Porsche. Per brevi tratti, l'auto poteva muoversi utilizzando invece 5 cavalli, permettendo all'auto di raggiungere fino a 35 km/h.
L'autonomia? Notevole. La P1 infatti era in grado di percorrere fino a 80 chilometri.Successivamente fu arricchita di altre innovazioni tecnologiche.
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La prima prova pratica dell'auto fu a settembre del 1899 alla mostra automobilistica internazionale che si svolse a Berlino. All'epoca, la concorrenza per produrre i migliori sistemi di azionamento era già agguerrita.
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Fu annunciata una gara per i veicoli elettrici in grado di percorrere una distanza di 40 km. Con tre passeggeri a bordo, Ferdinand Porsche alla guida della sua P1 tagliò il traguardo 18 minuti prima del concorrente successivo. Più della metà dei partecipanti non riuscì a raggiungere il traguardo a causa di difficoltà tecniche. Ma non solo. La P1 conquistò il primato anche nella prova di efficienza, con il minor consumo energetico nel traffico urbano.
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La vecchia auto elettrica esiste ancora. Un esemplare è in mostra al Museo Porsche di Stoccarda, in Germania anche con una versione traslucida blu di plastica, inserita per dare ai visitatori una migliore idea dei posti a sedere originali della vettura.
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Una tecnologia che esiste da oltre 100 anni e che ancora oggi, per ragioni decisamente discutibili, stenta ancora ad affermarsi.

Posted on 16:20 by Informazione Consapevole

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Se dal punto di vista economico il Giappone si identifica nel sistema capitalista, la società Giapponese è ben lontana dall’idea di individualismo occidentale, basandosi invece sul concetto di comunità. Da questo semplice concetto, nascono usanze e convinzioni che potrebbero sorprenderci, ma anche insegnarci qualcosa di nuovo. Non resta difficile immaginare come molte persone possano rimanere affascinate da questa meravigliosa cultura, iniziando a provare un senso di appartenenza reciproco verso questo paese. Tuttavia, la verità è che nella maggiorparte dei casi (anche trasferendosi in Giappone) difficilmente si interiorizza e metabolizza il nuovo sistema di vita nella sua interezza. Quella Giapponese è, infatti una delle culture più distanti dal nostro punto di vista; di conseguenza, le loro abitudini rimangono molto difficili da imparare, o persino da comprendere. Cosa possiamo noi italiani imparare dal Giappone? Da cosa possiamo prendere ispirazione? Quali filosofie e comportamenti migliorerebbero la nostra vita quotidiana?
Pulizia: Visitando il paese del sol levante immediatamente salta all’occhio la pulizia maniacale, che è consuetudine per i Giapponesi. A partire dall’igiene personale (considerando che il Giappone è l’unico paese al mondo a possedere un apparecchio sanitario per l’igiene intima migliore di quello Italiano [vedi “Toto Washlet”], senza contare che di solito la doccia occupa una stanza intera) fino ad arrivare alla pulizia dei luoghi pubblici. Non c’è da stupirsi infatti, se ci viene chiesto di togliere le scarpe per entrare in un ristorante o di utilizzare le apposite pantofole per entrare nella toilette dei luoghi pubblici. E sì, rientrano nella norma anche gli addetti alla pulizia del corrimano delle scale mobili.

Gentilezza e Rispetto: Due concetti che molto spesso vengono amalgamati dando vita ad un delizioso nonchè imbarazzante comportamento, che ci lascia con un solo problema: l’incapacità di ringraziare adeguatamente. Sicuramente causa di equivoci per gli stranieri che visitano il Giappone (soffiarsi il naso oppure offrire il proprio posto a sedere ad un anziano ad esempio, sono entrambi comportamenti sconvenienti), gentilezza e rispetto sono una delle principali cause del buonumore: la somma delle piccole gentilezze ricevute a fine giornata infatti, non può che strapparci un sorriso. Il senso di completezza che deriva dalla pratica giornaliera del rispetto è impagabile: nulla è futile, tutto diventa rispettabile.



 Insomma, se i Giapponesi pongono l’ascolto al primo posto nella conversazione, non è solo perchè il verbo viene inserito alla fine della frase (e bisogna quindi ascoltarla interamente per capirne il significato), ma perchè non è gentile interrompere. Non sarebbe rispettoso. Come non lo sarebbe pagare porgendo le banconote con la mano (vanno adagiate sul piatto apposito); lo è invece indossare una mascherina igienica se si è raffreddati, per non contagiare gli altri. La somma di tante piccole azioni dunque, può fare la differenza.
Senso del dovere: Uno dei risultati del senso del dovere Giapponese si traduce in un eccellente forza lavoro: se l’impiego è onesto e dignitoso allora è accettabile. Questo permette al Giappone di mantenere il tasso di disoccupazione intorno al 3% (tra i tre piu’ bassi al mondo!). Inoltre, la forza lavoro Giapponese non è solo quantità, ma anche qualità: ogni genere di mansione viene svolto infatti con tale meticolosità ed impegno che solo il sol levante puo’ concepire. La sola esistenza di lavori come “il massaggiatore di bovini” o “l’adagiatore di valigie” (nel breve salto che le valigie compiono sul rullo dei bagagli in aeroporto fino alla piattaforma girevole), dovrebbe suggerirci quanto la precisione e la cura in ogni cosa siano parte integrante di questa società, tanto da rasentare il ridicolo forse, ma quanto basta per non smettere mai di provare a raggiungere la perfezione anche nelle piccole cose.
Paragonando Giappone ad Italia infatti, il Prof. Inoue della Hiroshima City University, giornalista e professore di Mass media e comunicazione politica, spiega ai lettori di Angry Italian come secondo l’immagine (che tuttavia non considera credibile, ndr) creata dai media Asiatici, “l’Italia sia un paese dove oltre al buon cibo regna l’allegria, affiancata però da pigrizia e mancanza di serietà nel lavoro” (preceduto da un “sorry”, ndr).

しょうがない: Agli occhi di un Italiano, i Giapponesi non si chiedono mai il perchè delle cose. “Perché?” domanderebbe dunque un italiano?
Se all’apparenza questo li rende passivi, in fin dei conti il risultato è una vita più semplice. Se qualcosa va storto, le lamentele non risolveranno certo la situazione. Se è nostro dovere fare qualcosa è inutile discutere, meglio iniziare subito. Se qualcosa non dipende da noi… Allora perché crearci un problema? しょうがない (Shoganai), è una parola che rappresenta un concetto che può essere espresso con “Non si può fare nulla al riguardo”. Piove? Shoganai. Devo lavorare nel weekend? Shoganai. Questa parola esprime perfettamente l’abilità dei Giapponesi di mantenere compostezza e dignità di fronte ai problemi ricorrenti della vita quotidiana ma anche al cospetto di grandi tragedie o ingiustizie, che vanno oltre il nostro potere.
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Nella vita non si finisce mai di imparare, e chi scrive non vuole che proporre un piccolo spunto, da utilizzare come punto di partenza per migliorarsi; “rubando” qui e là, imparando dagli altri, in particolar modo da chi è diverso. Nessuno di noi è perfetto, ma il tentativo di migliorare, non si può certo mettere in atto volgendo lo sguardo ad un solo paese. È importante non dimenticare mai le nostre doti innate; sarebbe una mera rinnegazione della nostra cultura. Quello che possiamo fare invece, è imparare a conoscere le doti di altri popoli, per provare a comprenderle, apprezzarle, e perchè no, adottarle.
Cosa possiamo quindi, imparare dal Giappone? Il rispetto di noi stessi e dei luoghi in cui viviamo, importante quanto il rispetto per gli altri. Ad essere gentili, a non lamentarsi inutilmente, a fare il nostro dovere, raccogliendone i frutti e ad apprezzare il mondo che ci circonda. A vivere la vita come questa si presenta, con impegno certamente, ma anche con accondiscendenza. A vivere, in serenità.

Posted on 16:16 by Informazione Consapevole

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mercoledì 29 ottobre 2014


Con il land grabbing le multinazionali si sono accaparrate nel mondo almeno 35 milioni di ettari dal 2006 al 2012 in 66 paesi e questo rappresenta solo ciò che l’associazione Grain è riuscita a documentare. Ma le vittime del land grabbing possono unirsi; spesso nemmeno immaginano quanto potente ed efficace sia l’unione tra forze “dal basso”, quindi l’informazione anche in questo caso può fare la differenza. Per lottare contro l’accaparramento dei terreni «bisogna creare forti movimenti sociali e cercare di cambiare le leggi. Questa è l’unica soluzione» dice Eric Holt-Giménez di Food First.
La raccolta dei dati fornisce un'istantanea di come l’agribusiness sia in rapida espansione in tutto il mondo e come tutto ciò stia sottraendo la produzione di cibo dalle mani degli agricoltori e delle comunità locali.
L'Africa è l'obiettivo primario dei land grabbers, ma sono ingenti anche i veri e propri saccheggi in America Latina, Asia ed Europa dell'Est, a dimostrazione che questo è un fenomeno globale. Chi sono i land grabbers? Nella maggior parte dei casi si tratta di società del settore agroalimentare, ma ci sono anche società finanziarie e fondi sovrani,  responsabili di circa un terzo delle offerte.
Investitori europei, soprattutto da Regno Unito e Germania, e asiatici, da Cina e India, rappresentano i due terzi dei land grabber. In corsa anche gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita.
Il Mozambico è uno dei Paesi che maggiormente sta subendo il land grabbing, con un totale di 25 investimenti da parte di ben 13 nazioni (Brasile, Cina, Francia, India, Italia, Libia, Mauritius, Portogallo, Singapore, Sud Africa, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) di cui 21 portati a termine e 5 in via di definizione per un totale di 1 milione e 583.149 ettari di terreno espropriati ai contadini.
«Abbiamo una legge che difende la terra, ma non è osservata» dice Ana Paula Tauacale, vicepresidente dell'UNAC, Unione Nazionale di Contadini del Mozambico. Insieme a una rete di cooperative e associazioni ha fatto partire una petizione contro ProSavana, progetto che ha come obiettivo di trasformare un’area di 14,5 milioni di ettari, 145mila chilometri quadrati, in un territorio di scorribanda per imprese nippo-brasiliane interessate alla monocoltura da esportazione. «Noi vogliamo portare avanti la nostra agricoltura familiare tradizionale e non abbiamo nessuna terra da regalare alle multinazionali».
Il concetto fondamentale è quello di resistenza sul campo, come spiega Themba Chauke di Landless Peoples Movement del Sud Africa. «La resistenza si fa sul campo ma anche con l’educazione dei contadini, insegnando loro che è possibile coltivare sementi sane e creando una rete di scambio tra gli agricoltori». La lotta deve continuare anche nell’opposizione alle scelte sbagliate dei governi, che troppo spesso svendono le terre in nome del profitto. «Vogliamo continuare a essere contadini, indigeni e persone affezionate alla terra», afferma María Luisa Albores González della cooperativa Tosepan Titataniske del Messico. «Molto spesso siamo intimoriti di fronte a queste difficili battaglie, ma sappiamo che vale la pena combattere perché non siamo soli e, anzi, abbiamo qualcuno che ci sostiene».
Poi, non solo land grabbing, ma ocean grabbing, l’attacco ai nostri mari. «La privatizzazione delle zone di pesca, dovuta all’ossessione della crescita economica dei Governi, ha permesso il proliferare del fenomeno», dichiara Naseegh Jaffer, segretario generale del World Forum of Fisher Peoples. «È ora non solo di parlare di queste cose, ma di agire, e tutti noi possiamo fare la differenza. È sufficiente cambiare il nostro stile di vita e abbracciare una filosofia più ecosostenibile per arrivare all’obiettivo finale: la sovranità alimentare dei popoli».

Posted on 00:31 by Informazione Consapevole

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martedì 28 ottobre 2014



Di Salvatore Santoru

Il consumismo economico ormai è finito da un pezzo, ma ha lasciato grosse conseguenze sul piano sociale e psichico degli individui, contribuendo a una radicale trasformazione di essi.

Come risultato di ciò, si è arrivati gradualmente a una costante mercificazione dello stesso essere umano, e si può ben dire che si è creato una sorta di "uomo nuovo".

Un'uomo nuovo "liberato" dalle stesse caratteristiche e limiti umani, senza una reale identità interiore e totalmente dedito a vendere sé stesso e le proprie qualità esteriori, proprio come un prodotto economico qualsiasi.



Si può ben dire che oramai il processo di mercificazione è concluso.

Infatti, viviamo in tempi sempre più contraddistinti dalla precarietà, non solo lavorativa, in una sorta di "eterno presente" basato su un costante vuoto di valori e su un nichilismo totalizzante e totalitario, una condizione storica che ricorda la descrizione della "società dell'ultimo uomo" fatta da Friedrich Nietzsche.



C'è anche da dire che oramai anche le stesse relazioni sociali e interpersonali sono basate sui meccanismi che regolano il mercato: come per una qualsiasi merce, si valutano le persone solo per quanto sono "cool" o per le qualità e quantità degli aspetti esteriori e così via.

Sembra proprio che per il momento, non ci sia alternativa a questo processo, a meno che la gente non incominci a capire tali questioni e agisca di conseguenza.

Posted on 12:21 by Informazione Consapevole

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sabato 25 ottobre 2014


Ogni anno l'associazione Corporate Accountability International (CAI), chiede al pubblico di votare per la multinazionale che ritiene essere il "peggio del peggio". La "vincitrice" viene ammessa alla "hall of shame", un' ideale "sala della vergogna". Dopodichè la CAI si occupa di diffondere l'informazione a vari gruppi di pressione, in modo da spingere queste compagnie a cambiare il loro modus operandi, oppure per spingere governi o autorità locali ad introdurre regolamentazioni per ridurre gli scempi. 
Nel mirino non c'è solo l'inquinamento ambientale. La distorsione del sistema politico (corruzione, ecc), l'abuso di diritti umani ed il danneggiamento della salute pubblica sono gli altri fattori che, secondo l'associazione, vanno presi in considerazione quando si deve giudicare la nefandezza di una società piuttosto che un'altra. Comunque il giudice finale restano i votanti.

Se vuoi, vota anche tu!

Nella pagina dedicata al voto si può scegliere tra varie aziende proposte da loro (dalla Philip Morris, a Veolia, da Monsanto a Credit Suisse, da McDonalds alla Bayer), ma c'è anche un bottone per inserire e votare una società di vostra scelta che non compare sull'elenco.
Un'idea niente male, questa dell'assegnazione del voto di peggior azienda dell'anno. Un'etichetta scomoda, che se pubblicizzata e condivisa dalla rete nella giusta misura, può contribuire a modificare l'atteggiamento dell'azienda vincitrice, e forse a limitarne i danni.
In fondo tentar non nuoce, e un clic non costa niente.

Posted on 17:53 by Informazione Consapevole

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Di Salvatore Santoru

La politica è lo specchio della società, e viceversa.
Certamente questa frase può sembrare banale o meramente retorica, ma le cose stanno così, e la dimostrazione la si ricava ogni giorno.

Pensando alla situazione italiana, un Renzi o un Berlusconi e più in generale la famigerata "casta" rappresentano alla perfezione la società italiana nel suo insieme, tanto che si potrebbe dire che ne costituiscono una sorta di "inconscio collettivo".



Clientelismo, affarismo, esibizionismo, degrado etico e arroganza è ciò su cui prospera la "casta", così come la società italiana.



A livello internazionale, oltre agli aspetti già elencati sopra la politica è basata sui rapporti di forza e la sudditanza ai diktat economici, proprio com'è la società mondiale nel suo insieme.

C'è anche da dire che tutto ciò è stato reso possibile grazie all'intesa campagna di propaganda veicolata dai mass media, che ha imposto quei modelli disfunzionali e distruttivi che ci stanno portando alla rovina culturale,etica e sociale.



Alla fine ha ben poco senso prendersela con un Berlusconi o Renzi qualunque o con il "sistema", perchè se si vuole realmente cambiare le cose, bisogna partire dal basso e dalle relazioni interpersonali.

Solo così si può cambiare la società, e per inteso portarla verso un cambiamento positivo, visto che sino ad ora è stata radicalmente cambiata ma negativamente per volere di una ristretta oligarchia parassitaria.



Può sembrare inizialmente impossibile, ma come diceva Ezra Pound "tutti i grandi cambiamenti sono semplici".

Posted on 00:02 by Informazione Consapevole

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