Vita, morte e rinascite del Libro della giungla

Di Anna Momigliano
 In principio furono la gloria e un premio Nobel; poi vennero gli Scout, anzi i “lupetti”; dopo arrivò il cartone animato che tutti conosciamo, e da allora quel «Bastan poche briciole, lo stretto indispensabile» continua a ronzare nelle teste di bambini ed ex bambini di almeno tre generazioni; dopo ancora iniziò un periodo d’infamia, il dimenticatoio forzato, specie nel mondo anglosassone. Adesso è il momento della riscoperta e, naturalmente, del film in sala questi giorni, ennesimo esempio di questi anni di reboot Disney da animazione a film con attori in carne, ossa e computergrafica. Rudyard Kipling e il suo capolavoro Il libro della giungla hanno vissuto molte vite. Eccone un breve riassunto.
Prima vita: un romanzo, una tragedia e un Nobel
La prima edizione completa del Libro della giungla risale al 1894, ma negli anni immediatamente precedenti alcuni dei racconti contenuti nel volume erano già stati pubblicati su varie riviste e testate. Anche Kim, unico altro testo dell’autore che forse può rivaleggiare per fama con Il libro della giungla, era apparso a più puntate, in questo caso romanzo d’appendice anziché serie di racconti, sul magazine McClure’s prima di essere pubblicato sotto forma di volume nel 1901. Nato a Bombay (così chiamata sotto il dominio inglese, oggi Mumbay) da genitori inglesi nel 1865 e morto a Londra nel 1936, nonché simpatizzante del partito conservatore, Rudyard Kipling incarnava lo spirito dell’Impero britannico nel momento del suo massimo splendore e del massimo sostegno dei cittadini inglesi all’impresa coloniale.
Sia Il libro della giungla sia Kim ebbero un enorme successo di pubblico. Nel 1907, a soli 42 anni, ricevette il Nobel per la Letteratura, primo autore inglese a ottenere il premio. A oggi Kipling resta il più giovane Nobel per la Letteratura (Camus, che di anni ne aveva 44, fu quello che andò più vicino al record). Soltanto molti anni dopo la scomparsa dell’autore, si scoprì che le storie del Libro della giungla erano originariamente state scritte per sua figlia Josephine, morta di polmonite nel 1899 all’età di sei anni. Se ne accorse un’archivista che trovò una copia della prima edizione con la dedica dell’autore: «Questo libro appartiene a Josephine Kipling, per cui è stato originariamente scritto».
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Seconda vita: il manuale dei Lupetti
Rudyard Kipling era buon amico di Robert Baden-Powell, il lord inglese, nonché alto ufficiale dell’esercito imperiale, che fondò il movimento scoutistico: infatti tra i carteggi di Kipling figura anche una corrispondenza tra lo scrittore e Baden-Powell. Sebbene la nascita dei Boy Scout sia antecedente, l’idea di formare un gruppo scout per i ragazzi più piccoli, in età da scuola elementare, risale al 1914 e fu messa in pratica soltanto nel 1917, anno di nascita di quelli che in Italia vengono chiamati i “lupetti” e che oggi in Gran Bretagna e Stati Uniti si chiamano “cub scouts”. Nel periodo di  progettazione del movimento, Baden-Powell, che era un ammiratore dei lavori di Kipling e del Libro della giungla in particolare, prese ispirazione dalle avventure di Mowgli come modello di comportamento e fonte di ispirazione per gli scout più giovani.
Scrisse anche all’amico per chiedergli se poteva utilizzare il suo libro come sorta di manuale e Kipling accettò. Dunque il nuovo gruppo di giovanissimi esploratori prese il nome di “wolf scouts” e fece propri i motivi dei racconti kiplinghiani (il branco, i lupi, eccetera), incoraggiando i bambini a leggere il libro. A partire dagli anni Sessanta il rapporto tra scoutismo e Libro della giungla si è andato progressivamente allontanando, ma qualche elemento è rimasto. I “wolf scouts” divennero “cub scouts” (in Italia però continuano a chiamarsi “lupetti”). I leader adulti del gruppo continuano a prendere il nome “Akela”, come il capo del branco di lupi che adottò Mowgli.

Terza vita: un classico indimenticabile, un franchise dimenticabilissimo
Nel 1967 esce Il libro della giungla, uno dei cartoni Disney di maggiore successo. Considerato a pieno titolo un classico, il Libro della giungla disneyano è con ogni probabilità più conosciuto dai bambini di tutto il mondo della raccolta di racconti che lo ha ispirato. Per la casa di produzione, è stato anche un long-seller, particolarmente amato a più riprese dalle famiglie consumatrici di home video: è uscito in cassetta nel 1991 e nuovamente distribuito nel 1997. Ben quattro invece le pubblicazioni in dvd: nel 1999, nel 2007, nel 2010 e nel 2014 (quest’ultima in Blu-Ray). Il “franchise” disneyano  del Libro della giungla comprende inoltre un film del 1994, altro caso di reboot del cartone con attori in carne ed ossa, di cui nessuno si ricorda, nonché un sequel a cartoni animati del 2003 intitolato Illibro della giungla 2. Era il periodo in cui la Disney, che appena uscita dal suo momento di “Rinascimento” degli anni Novanta faticava un po’ a trovare il suo posto nella catena alimentare mediatica, sfornava uno dopo l’altro sequel pensato direttamente per il consumo da casa (Peter Pan 2,Pocahontas 2Mulan 2, eccetera). Anche Il libro della giungla 2 era stato originariamente pensato per essere distribuito solo in dvd, ma poi si decise di mandarlo in sala, dove ottenne un discreto-ma-nulla-più successo di pubblico.
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Quarta vita: messa all’indice di un libro “orientalista” e coloniale
Kipling cominciò a piacere sempre meno alla gente che piace già subito dopo la Prima guerra mondiale, quando il suo sostegno impenitente all’impresa coloniale cominciò a riflettere sempre meno lo Zeitgeist. La vera e propria messa al bando dell’autore negli ambienti colti e di sinistra risale però a molti anni più tardi, e risale alla diffusione degli studi post-coloniali negli anni Settanta, insomma quella branca della critica ispirata a Fanon ed Edward Said che analizza le opere artistiche e culturali del mondo occidentale alla luce del loro rapporto con l’imperialismo, cioè della rappresentazione dell’uomo bianco rispetto alle altre etnie e culture. Che le opere di Kipling tradiscano una certa convinzione dell’autore nella superiorità dell’uomo bianco è piuttosto evidente: il personaggio Mowgli, il bimbo indiano cresciuto allo stato brado, probabilmente riflette una visione del popolo indiano come “selvaggio” tipico di un certo pensiero dell’epoca; gli stereotipi negativi sugli indiani sono ancora più evidenti in Kim, dove lo scrittore utilizza espressioni come «l’imperscrutabile mente orientale» che oggi ci sembrerebbero (e a ragione) razziste tout court. Il processo contro Kipling toccò forse il suo apice nel 1987, quando Penguin pubblicò un’edizione di Kim con la prefazione di Edward Said, lo studioso autore di Orientalismo, un modo di mettere le mani avanti, quasi a dire: pubblichiamo questo libro non come una bella, seppure un po’ datata, lettura per l’infanzia, ma come uno strumento per comprendere i mali dell’orientalismo.

Quinta vita: sdoganamento, riscoperta e perdono
La Disney ha riportato Il Libro della giungla in sala nell’aprile del 2016, con un film fatto di attori in carne ossa e molta computergrafica: è l’ennesimo esempio di una strategia di film ispirati a vecchi classici a cartoni, iniziata con Alice nel paese delle meraviglie nel 2010 (Alice nello specchio, altra produzione Disney sotto la direzione di Tim Burton, uscirà sempre quest’anno), poi proseguita nel 2014 con Maleficent, il sequel dellaBella addormentata con Angelina Jolie che fa la strega cornuta, e nel 2015 con Cenerentola. Il reboot del Il Libro della giungla avviene in una fase di timida riscoperta di Kipling a sinistra; a destra, che risulti, non è mai stato messo all’indice. Quest’anno per esempio il Guardian ha dedicato due articoli al quasi-sdoganamento dello scrittore uber-coloniale, mentre nel 2015 ne aveva pubblicato un altro che segnalava un «rinnovato interesse» per l’autore. Sam Jordison, giornalista e editor della editrice indipendente Galley Beggar, ipotizza che sotto una coltre di razzismo potrebbe forse forse celarsi una profonda conoscenza dell’animo umano (un po’ come per ilMercante di Venezia, potrebbe notare qualcuno, solo che Shakespeare non è stato massacrato come Kipling).
In un articolo successivo, e forse più interessante, lo stesso autore notache sì, in effetti le opinioni di Kipling sui non-maschi-bianchi-e-cristiani sono quanto meno retrograde per i canoni dei giorni nostri, eppure erano piuttosto diffuse tra gli autori suoi coevi, ma per qualche ragione nessuno di loro ha subito un processo paragonabile a quello del premio Nobel. Oliver Twist, di solo mezzo secolo antecedente alle avventure di Mowgli, è sfacciatamente antisemita nella rappresentazione di Fagin, il perfido ebreo deforme che picchia i bambini per costringerli a rubare; però nessuno si è mai sognato di mettere all’indice Dickens, né tanto meno Oliver Twist ha generato il numero di saggi sul razzismo che invece hanno accompagnato le opere di Kipling nei decenni scorsi.
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