ADESSO L'UE SCARICA ERDOGAN


Di Alessandra Benignetti

Da partner privilegiato per la gestione della crisi dei migranti, ad alleato scomodo ed imbarazzante per Bruxelles. Non che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non lo fosse già prima. Però, per contenere l’ondata migratoria verso l’Europa, l’Unione Europea e la Germania, avevano chiuso un occhio sulle limitazioni alla libertà di stampa, sulla scarsa vigilanza sul confine turco-siriano attraverso il quale, nella quasi indifferenza del governo di Ankara, sono transitati per anni armi e jihadisti stranieri diretti in Siria, sui bombardamenti contro il Pkk nel sud-est del Paese che hanno provocato la morte di centinaia di civili e sulla progressivaislamizzazione della società turca. Ma ora, davanti alle purghe generalizzate seguite al tentativo di colpo di Stato, che il governo di Ankara continua ad imputare all’organizzazione che fa capo all’imam Fetullah Gulen, e alla minaccia della reintroduzione della pena di morte nel Paese, l’Unione Europea non può più fare finta di niente.
Così alle parole di Omer Celik, ministro di Ankara per gli Affari Europei e capo negoziatore con Bruxelles per il processo di adesione, che venerdì scorso aveva detto che la situazione generatasi a seguito del golpe non sarebbe stata “la fine del percorso di adesione del Paese all’Unione Europea”, hanno fatto eco stamane le dichiarazioni di Jean-Claude Juncker. Dirette, però, in tutt’altro senso. In un’intervista a France 2, infatti, il presidente della Commissione Europea, ha detto che, attualmente la Turchia “non è nella posizione di diventare uno Stato membro a breve termine, e neanche nel lungo periodo”, con riferimento all’ipotesi formulata dal presidente turco Erdogan la scorsa settimana, di reintrodurre la pena capitale nel Paese, e, soprattutto, alla repressione messa in atto dal governo contro i simpatizzanti e gli appartenenti all’organizzazione di Gulen, considerato la mente del golpe. In sessantamila, finora, sono stati, infatti, vittime delleepurazioni avviate dal governo turco. Gli ultimi ad essere licenziati, ieri sera, sempre per presunti legami con Gulen, sono stati più di 100 dipendenti della compagnia di bandiera turca, la Turkish Airlines, 198 dipendenti della società di telefonia Turk Telekom, e 42 giornalisti, tra cui anche l’editore dell’edizione online del quotidiano Hurriyet, Bulent Mumay.
La risposta di Ankara alle dichiarazioni di Juncker, però, non si è fatta attendere. L’Europa dovrebbe “evitare dichiarazioni minacciose che non hanno alcun effetto sulla Turchia”, ha fatto sapere il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu. L’Europa dovrebbe, inoltre, secondo Cavusoglu, “esprimersi con prudenza” sull’incompatibilità dell’introduzione della pena di morte con la membership europea, “per evitare che gli si ritorca contro”. Ankara non ha risparmiato nemmeno gli Stati Uniti, informando Washington, sempre tramite il ministro degli Esteri che si prepara a partire domani proprio per gli Usa, che se i partner Nato non estraderanno Gulen, “le relazioni tra i due Paesi potranno inasprirsi”. Cavusoglu ha annunciato inoltre la decisione di sospendere, nelle prossime ore, alcuni membri del personale di ambasciata delle rappresentanze diplomatiche di Paesi stranieri.

Nonostante il comportamento dell’alleato Erdogan continui ad imbarazzare Bruxelles, però, l’Europa fa fatica ad imporsi sul tema del rispetto dei diritti umani. L’arma di ricatto di Ankara, infatti, sono i tre milioni di migranti presenti sul proprio territorio, per i quali l’Europa ha stanziato sei miliardi di euro. Le minacce per la sospensione del processo di adesione della Turchia all’Ue non sono state accompagnate, quindi, da dichiarazioni analoghe sull’accordo Ue-Turchia sui migranti, la cui tenuta non è mai stata messa in dubbio, né da Bruxelles, né da Ankara. Nonostante il governo turco abbia sospeso, contemporaneamente alla dichiarazione dello stato d’emergenza, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha fatto sapere che la sospensione del trattato è conforme agli obblighi stabiliti dall’art. 15 della stessa Convenzione e che quindi la Turchia resta un Paese sicuro per procedere con l’applicazione dell’accordo sui migranti, anche se da tenere “sotto osservazione”. Nel corso della settimana il portavoce dell’esecutivo di Bruxelles, ha quindi rassicurato Ankara sulla tenuta dell’accordo e lo stesso ha fatto il ministro turco, Celik, che ha dichiarato che l’accordo sui rifugiati “continua senza alcun intoppo”. Se la tenuta dell’accordo Ue-Turchia sui migranti non è in discussione, però, il golpe non è rimasto senza conseguenze sul fronte dei flussi migratori. Nelle ultime ore, 345 rifugiati sono stati raccolti sulle coste dell’Egeo, mentre cercavano di raggiungere la Grecia dalla Turchia e la stampa ellenica ha riferito che il numero di rifugiati provenienti dalla Turchia è aumentato nei giorni successivi al tentativo di golpe. Dal 15 luglio ad oggi, infatti, oltre 700 rifugiati sono sbarcati a Lesbo. Un numero che rischia di aumentare, quindi, anche a causa dell’instabilità seguita al tentato colpo di Stato.
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