KOSOVO, I CAMPI D'ADDESTRAMENTO DELL'ISIS




Di Elena Barlozzari

Enkeledja Zace, la donna albanese accusata dalla procura antiterrorismo francese di aver fornito l’arma all’attentatore di Nizza, già nota ai carabinieri che – lo scorso anno a Ventimiglia – l’avevano arrestata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, riporta alla mente il sodalizio tra Balcani e terrorismo internazionale.

Prima di lei, grazie alla maxi operazione “Damasco”, era finito in manette anche l’imam Hussein Bosnic, conosciuto nella comunità wahabita della Bosnia-Erzegovina con il nome di Cheb Bilal, con l’accusa di finanziamento di attività terroristiche, pubblica istigazione, reclutamento e organizzazione di gruppi terroristici.
Dalle colonne de La Stampa di qualche mese fa, un report dell’intelligence italiana metteva in guardia su una rete di fiancheggiatori di Daesh alla ricerca di nuovi reclutatori, proprio nei Balcani, da infiltrare negli ambienti islamici del Belpaese.
Sul contributo offerto dalla “polveriera” d’Europa al jihadismo globale, di recente, si è soffermato uno studio condotto dall’International Centre for Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR). La ricerca, che guarda ai Balcani non solo come corridoio di transito ma anche di uscita, ha incoronato la Bosnia come paese leader nell’esportazione di terroristi nel mondo arabo, seguita a corto giro proprio da Kosovo, Albania, poi Serbia, Macedonia e Montenegro.
Molti dei foreign fighters cresciuti a “pane e Corano”, come racconta a SputnikNews una fonte vicina ai servizi di intelligence di Pristina, sono transitati per uno dei cinque campi di addestramento di Daesh in Kosovo.
Nel paese più giovane d’Europa sorge una “costellazione nera”, distribuita lungo il confine tra Albania e Macedonia, che si articola in campi minori e maggiori. Il più grande si troverebbe in un’area adiacente a Urosevac e Djakovica, nel distretto di Decani, gli altri, i più piccoli, nelle regioni di Pec e Prizren.
Prizren, divenuta la città dei minareti e famosa per i violenti pogrom di fine anni Novanta, era già finita al centro dell’attenzione delle forze di polizia del Kosovo che, su ordine della procura, lo scorso anno, avevano perquisito le sedi di cinque ong di orientamento islamico, sospettate di finanziare il terrorismo e di riciclaggio di denaro.
Proprio il florilegio di ong e scuole private – sulle cui facciate sventola molto spesso la mezzaluna turca – gioca un ruolo di primo piano nel processo di sempre crescente radicalizzazione delle comunità islamiche locali. Secondo lo 007, è in seno a queste strutture che avviene il “lavaggio del cervello”.
Poi, alla teoria, segue la pratica di combattimento. “Inoltre – prosegue la spia – in ogni campo c’è qualche miliziano di Daesh incaricato di decidere se la recluta verrà mandata in guerra, oppure, preparata a compiere attentati suicidi”.
Secondo la fonte di Sputnik, proprio le ex roccaforti dell’Uck , oggi, offrono accoglienza ai campi di addestramento di Daesh che verrebbro gestiti direttamente dalla vecchia guardia irredentista pan-albanese, ovvero, dagli ex membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck).
Gli Uck, i guerriglieri con l’aquila nera a due teste cucita sulle mimetiche, alla fine degli anni Novanta misero a segno centinaia di incidenti armati negoziando segretamente con gli Usa dell’allora segretario americano Madeline Albright la fornitura di armi.
Come conferma l’antropologa di Tirana Armanda Kodra ad Osservatorio Balcani Caucaso, “il nazionalismo non è mai scomparso dal discorso pubblico albanese, ma è divenuto più intenso dopo la proclamazione di indipendenza dal Kosovo”.
Nella regione di Kosovska Mitrovica, sede di tutte le istituzioni serbe nel Kosovo non riconosciute da Pristina, ad esempio, la presenza dell’Esercito Nazionale Albanese (Ana) è stata recentemente confermata da un filmato diffuso dal portale albanese Veriu.info. Il video, che mostra combattenti armati, come osserva Momir Stojanović, ex direttore dell’Agenzia per la sicurezza militare, prova come alla fine degli anni Novanta l’ex Uck non sia stato debitamente disarmato.
Ed è proprio su quel passato terroristico che l’occidente non ha mai voluto riconoscere, né ha provveduto a smantellare nonostante la presenza quasi ventennale della missione Nato Kosovo Force, che poggia l’asse tra il sedicente Califfato e il territorio delle repubbliche ex jugoslave, a cui – non a caso – il Califfo rivolge il suo messaggio di auto proclamazione “Honor is in Jihad. A Message to the People of the Balkans”.

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