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LO PSICHIATRA MATTEO PACINI: 'LA CORRELAZIONE TRA DEPRESSIONE E VIOLENZA TERRORISTICA E' UNA GIGANTESCA BUFALA'

terrorismo depressione
Di Matteo Pacini (psichiatra) *
La depressione come fonte di comportamenti violenti e distruttivi non è affatto un’equazione plausibile. Forse non è noto al pubblico, ma la depressione non è neanche la condizione psichica che è più a rischio per il suicidio stesso, che pure potrebbe apparire un comportamento allineato con l’essere depressi. I comportamenti violenti, spesso privi di un vero e proprio fine ultimo, sono formalmente diretti verso un nemico reale o immaginario, in maniera grandiosa (strage) e magari disorganizzata. Non è inverosimile che elementi psichicamente disponibili a compiere atti violenti siano reclutati “last minute” da organizzazioni che hanno comunque come scopo finale quello di mettere la firma su atti di terrore.
Soltanto, non vediamo che c’entri la depressione, né il disturbo da stress post-traumatico. Queste sono situazioni mediche che producono isolamento, alienazione, passività o stati d’allarme e di preoccupazione.
Nei casi gravi la persona può certamente far pensieri non realistici, ritenersi perseguitato o destinato alla rovina, e può talvolta togliersi la vita o scomparire. Chi invece cerca il rapporto con gli altri, in maniera distruttiva, chi produce un effetto su più persone (omicidi di massa, attentati) e spesso si compiace della visibilità che riceve, è uno che tende ad esplodere più che implodere. Lo stesso fatto che questi individui aderiscano, seppur superficialmente, a qualche ideologia in cui intravedono una soluzione o uno specchio del proprio stato d’animo, indica che sono in una fase eccitata, non inibita. Un depresso è ideologicamente piatto, arido, improduttivo. Tende a non agire, a non fare. Questo naturalmente non vale solo per gli immigrati, ma in generale per le diagnosi giornalistiche assegnate a questo tipo di eventi, per esempio i “femminicidi”. Un esercito di diagnosi di fasi “maniacali” gabellate per depressioni. Vale anche per le tossicodipendenze, che sono dai più ritenuti degli stati di ansia o depressione curata con le droghe, idea lontana dalla logica dei fatti e dai dati della letteratura scientifica. Il pilota suicida che si schiantò insieme ai passeggeri sulle Alpi, anche lui depresso. Pare che il giornalismo non conosca altra parola chiave.
Partiamo dai pochi dati e una osservazione sulla diversità dei fenomeni migratori. Le migrazioni esplorative sono certamente diverse dai flussi di fuga da situazioni di guerra, anche se vi è commistione tra i due fenomeni. Chi fugge dalla guerra non è detto che non sia anche spinto, rispetto a chi invece resta, da uno stato mentale predisposto a cercar fortuna altrove. Chi cerca fortuna altrove spesso sceglie di partire quando si sviluppano condizioni sfavorevoli nel proprio paese d’origine, come persecuzioni, conflitti o crisi economiche. Non deve quindi essere sottovalutato il fenomeno della concentrazione, nelle popolazioni che migrano, di determinati “tipi” mentali, a cui corrispondono alcune vulnerabilità biologiche, come ad esempio quelle alla psicosi. A migrazione conclusa, o ancora in corso, per assenza di una collocazione definitiva, è quindi più che possibile che queste vulnerabilità biologiche si manifestino, a maggior ragione se la persona ha subito una serie di eventi di cambiamento, rischi per la vita, separazioni o lutti. I dati italiani indicano concordemente un aumentatorischio di psicosi (Bologna e Padova) tra gli immigrati, in parte associato allo spostamento geografico in sé, indipendente dall’etnia. I giovani maschi sono più a rischio. La psicosi consiste in uno stato spesso eccitato dominato da allucinazioni e convinzioni scollate dalla realtà, in cui una persona può compiere azioni in risposta automatica a voci, associazioni mentali, o preso da una missione in cui vede una verità e giustizia assoluta. Dati Europei indicano che il rischio di psicosi è mantenuto attraverso le generazioni, il che non depone per un fenomeno legato alla migrazione in sé, né al difficile adattamento, poiché anche i nati nel nuovo paese di residenza manifestano un rischio significativo.
Un inquadramento della salute mentale delle persone che si aggiungono alla comunità è altrettanto importante quanto l’organizzazione del loro destino socioeconomico. Entrambi gli aspetti al momento sono riversati sulla comunità ospitante. La psichiatria è chiamata in causa con termini impropri, secondo una linea di informazione che ormai tende, in automatico, a ritenere che la “furia” sia depressione, e sia in parte colpa di chi la subisce (collettivamente). Se questo vuol poi dire che il terrorismo, i fatti di sangue, e le stragi potrebbero essere evitati con una maggiore comprensione umana, si cade non solo in una ingenuità utopistica, ma anche in un errore tecnico. Si tratta di persone convinte, per quanto confusamente, di quel che vogliono fare. Lo progettano, spesso lo preannunciano, ne pregustano l’impatto mediatico, il che probabilmente amplifica la loro motivazione ad agire. Una parte di tutto ciò prende poi la forma del tema dominante (per esempio l’islamismo radicale) senza magari avervi a che fare. In ogni caso, la distinzione è anche oziosa alla fine. Le nostre politiche migratorie non si preoccupano né di identificare i soggetti a rischio psichiatrico (trattando l’immigrato come fosse persona da proteggere e mai da contenere), né di prevenire i traumi migratori (finché favorirà nei fatti la tratta di esseri umani), né di prevenire il radicamento terroristico sul territorio. Nel voler idealizzare “l’altro” come categoria intoccabile, o da giustificare, ci si è già scordati che può presentare gli stessi disturbi mentali che imperversano anche da noi. In nome di una non meglio giustificata esigenza di muovere masse di persone, al momento risulterebbe che si espongano a rischi sia i migranti, che gli autoctoni.
Matteo Pacini (psichiatra)
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