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Scudo da 150 miliardi per le banche italiane. C'è l'ok di Bruxelles

Di Antonio Signorini
Una scialuppa d'emergenza piena di centocinquanta miliardi di euro - parliamo di circa il 9% del Pil italiano - da lanciare alle banche entro il 2016 se dovessero rimanere a corto di liquidità.
Garantita dallo Stato. Ovvero da noi contribuenti.
L'Italia l'ha chiesta domenica scorsa alla Commissione europea. E la Commissione europea ha detto di sì. Però lo si è saputo solo oggi, dopo il teatrino fra Renzi e la Merkel sul no tedesco al congelamento del bail-in. E lo si scopre non da un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi. Ma da indiscrezioni del Wall Street Journal, confermate dalla portavoce della Commissione che puntualizza che il piano è stato approvato sotto «le regole straordinarie di crisi per gli aiuti di Stato». Quanto basta per far scattare i titoli bancari in Borsa a fine seduta, quando la notizia è cominciata a circolare. Solo in serata è arrivata la nota ufficiale del Tesoro per precisare come la garanzia pubblica riguardi le emissioni delle banche che si dovessero trovare in difficoltà e si applicherà solo ai bond senior di nuova emissione.
Nel frattempo, a filtrare sulle agenzie di stampa erano stati solo i messaggi tranquillizzanti di anonime «fonti governative»: è tutto da vedere se sarà necessario usare lo schema di garanzia per le banche che non hanno problemi di capitale. Anzi: la Commissione dice apertamente che «non ci si aspetta» che venga usato. Ma comunque vadano le cose, il «salvagente» c'è. Lo schema di garanzie per le banche chiesto dall'Italia e autorizzato dalla Ue avrà inoltre un costo per gli istituti di credito che ne faranno richiesta. Non solo. L'ammontare della garanzia eventualmente attivata inciderà solo sul debito pubblico e non sul deficit.
In sostanza, si tratta di una specie di fidejussione che lo Stato italiano fornisce alle banche che chiedono liquidità alla Bce senza avere un collaterale (ovvero titoli di Stato, messi a garanzia del pagamento di un debito) sufficiente. I rischi maggiori potrebbero arrivare dal rifinanziamento dei bond che scadono nei prossimi dodici mesi, che le banche potrebbero non riuscire a finanziare con raccolta «classica». A quel punto, interviene lo Stato con una garanzia.
«Il problema è che il primo che chiederà queste garanzie si metterà in croce da solo», commenta un analista. Sottolineando anche che i negoziati con Bruxelles sono tutt'altro che finiti. Anche perché sul tavolo del sistema bancario c'è un'altra questione ancora caldissima: i crediti deteriorati in pancia agli istituti. Ed ecco che Atlante potrebbe fare il bis creando una seconda Sgr dedicata solo agli npl (e battezzata con un altro nome mitologico) dopo avere aperto il paracadute per salvare le Popolari venete. La dotazione iniziale del fondo capitanato da Alessandro Penati, pari a 4,25 miliardi, si è però più che dimezzata con il salvataggio a Nordest. Servono almeno altri 3-5 miliardi, dove trovarli? «Siamo un socio di Atlante, se giocherà un ruolo maggiore sicuramente faremo la nostra parte», ha assicurato ieri il presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Claudio Costamagna. L'altra opzione è bussare alla porta delle casse previdenziali e dei fondi pensione privati. Ulteriori risorse arriveranno dalla società pubblica Sga, il veicolo usato per il salvataggio del Banco di Napoli che ha in cassa quasi 500 milioni. L'esito finale dei negoziati lungo l'asse Roma-Bruxelles-Francoforte resta, infine, appeso al prossimo round di stress test che la Bce farà alle banche europee. Comprese le nostre. E la notte prima degli esami sarà lunga.

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