L'ARABIA SAUDITA PERDE IN SIRIA: IL PETROLIO CROLLA E TAGLIANO I SALARI PUBBLICI

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Di Nicola Mattei
Una guerra in Siria quasi persa, una in Yemen che non va come dovrebbe, il prezzo del petrolio che proprio non vuole risalire. E così anche il colosso Arabia Saudita sente la crisi economica e si trova costretto a tagli e politiche di austerità.
Il peccato originale della monarchia dei Saud é stato quello di non riuscire a diversificare la propria economia nazionale, che resta totalmente dipendente dal greggio. Basta quindi uno shock petrolifero per mandarla in difficoltà. Proprio come in questi anni, con l’oro nero che veleggia attorno (e al di sotto) dei 50 dollari al barile, praticamente la metà rispetto alla precedente media. Una contrazione di prezzo che trascina al ribasso la crescita dell’Arabia Saudita, prevista nel 2016 al +1,1%, che per gli standard dei paesi del golfo significa praticamente ferma. Senza sviluppo, quasi automatico arrivano anche i tagli: per l’anno venuto i salari pubblici saranno tagliati di quasi il 20%, con la cancellazione di bonus e indennità. Altro che austerità Ue, verrebbe da dire, considerando soprattutto che la forza di lavoro dipendente dallo Stato rappresenta i 2/3 del totale. Una generosità, quella della monarchia, usata per coprire il malcontento soprattutto nelle zone orientali (a maggioranza sciita) del paese, che ora potrebbero ritornare a farsi sentire.
Nel frattempo, il prezzo del petrolio continua a scatenare tensioni sui mercati internazionali. Il vertice informale Opec di Algeri non sarà risolutivo, anche se le distanze Arabia Saudita – Iran sembrano ridursi. I primi spingono per un congelamento dei livelli produttivi, dicendosi disponibili perfino a tagliare di 340 milioni l’anno (quasi 1 milione al giorno) l’output, mentre Teheran non recede dal proposito di tornare ai livelli pre-sanzioni, vale a dire 4,2 milioni di barili al giorno. La sensazione é che per interesse superiore e comune l’accordo, magari su 4 milioni, si troverà. Dando un sospiro di sollievo a Riyad che però nella trattativa è diventata parte debole ed esce in parte ridimensionata dalle ambizioni di diventare la potenza regionale di riferimento.
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