IL DRAMMA DEGLI SPOSI BAMBINI

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Di Daniela Lombardi

“All’inizio, l’idea che mia madre potesse trovare per me la più bella ragazza del villaggio per farmela sposare, mi sembrava normale. Anzi, immaginavo il giorno del mio matrimonio come una festa bellissima e non vedevo l’ora che arrivasse”. Khalid viene da un villaggio dell’Afghanistan, è rifugiato in Italia per problemi che gli hanno causato i talebani e racconta cosa vuol dire il matrimonio combinato, ancora in uso in tanti Paesi del Medio Oriente. Lo fa dalla prospettiva di un ragazzo giovane e desideroso di costruire da solo la sua vita.
Si parla infatti spesso, e giustamente, dei matrimoni forzati per le ragazze e del prezzo, fisico e psicologico, che queste pagano. Un po’ meno, invece, si indaga sui problemi che i ragazzi devono affrontare a causa delle scelte familiari.
“Fin da piccolo avevo visto che i miei fratelli e cugini prendevano in moglie una ragazza scelta dalla loro madre e, inoltre, noi crediamo una cosa. Quando tua madre prende questo tipo di decisione, è ispirata direttamente da Allah, quindi non può sbagliare”, dice Khalid. Forte di questa convinzione, il ragazzo non si poneva più di tanto il problema di quando e con chi sposarsi, perché ogni cosa sarebbe stata pronta per lui al momento ritenuto opportuno dai genitori.
“I primi dubbi cominciarono a venirmi quando mi innamorai di una ragazza del villaggio. Cominciai a chiedermi: ‘Cosa farò se mia madre non dovesse scegliere lei?’. La notte cominciai a fare brutti sogni. Mia madre partecipava alla festa per incontrare la mia futura sposa e sceglieva chiunque tranne la mia preferita”.
In Afghanistan, infatti, funziona così. Le ragazze “da marito”, su sollecitazione della famiglia di appartenenza, si radunano in una casa, dove possono scoprire il loro volto e mostrare la loro bellezza. Le future aspiranti suocere, tra un thé e un dolce, decidono quale sia la candidata ideale per il loro figlio. In altri casi, invece, i genitori del futuro sposo e della sposa, si accordano per il matrimonio. Questo, molte volte, quando i bambini sono ancora piccoli e non possono, in ogni caso, avere voce in capitolo.
Ad ogni modo, ad un certo punto Khalid abbandonò quel problema, perché un altro acquisì la priorità. I suoi problemi con i talebani che volevano ingaggiarlo per il jihad, lo spinsero ad uno dei tanti “viaggi della speranza” che portano migliaia di profughi in Europa.
Giunto in Italia, Khalid ebbe altri tipi di preoccupazioni, tipo ottenere il permesso di soggiorno, quindi dimenticò la donna che lo aveva fatto innamorare e, di conseguenza, sogni ed incubi sul tema del matrimonio.
“In un orribile pomeriggio, mi arrivò una notizia. Il mio migliore amico, che era rimasto in Afghanistan, si era ucciso. Da un comune conoscente scoprii che lo aveva fatto perché, dopo un paio di giorni, avrebbe dovuto sposare una ragazza che non conosceva, mentre lui aveva iniziato a frequentare di nascosto una nostra amica di infanzia”.
Una doccia fredda, per Khalid, al quale tornarono in mente tutti i dubbi che aveva già avuto ai tempi dei suoi incubi. Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Un giorno anche io mi innamorai di una ragazza italiana. Dopo mesi di frequentazione, lo comunicai alla mia famiglia. La reazione fu durissima, tanto più che lei era anche cristiana e di qualche anno più grande di me. Mi ordinarono di lasciarla e dissero che in Afghanistan, appena tornato, avrei trovato la donna per me, scelta da loro e pronta per le nozze”.

Anche se ci si allontana dalla propria terra, infatti, giunge il momento in cui si può tornare almeno a fare visita alla famiglia. Molti ragazzi, come raccontato da Khalid, appena rientrano trovano già un pranzo matrimoniale preparato per loro, con una sposa sconosciuta che li aspetta.
“C’è chi lo accetta e va avanti così, magari lavorando in Europa e andando a trovare la moglie una volta all’anno. C’è chi è persino contento di questa soluzione. Molti, invece, non ce la fanno. Il mio amico non è l’unico ad essersi ucciso per questo motivo. A farlo sono molti più ragazzi di quanto si possa pensare, solo che le famiglie nascondono la realtà perché considerano una vergogna che il figlio non abbia voluto obbedire”, spiega Khalid.

“Anche io, di fronte alla fermezza di mio padre e mia madre, per qualche mese ho pensato di fare la stessa cosa. Mi sembrava l’unica soluzione”. Di fronte a tale affermazione, ci viene da chiederci se Khalid poteva sottrarsi in altro modo a tutto questo, essendo anche lontano da casa ed avendo quindi la possibilità di non tornare. Lui ci spiega perché altre vie vengono escluse.
“Può sembrare facile uscire da queste situazioni, specie se non si vive più nel proprio Paese, semplicemente non presentandosi più in Afghanistan. Ma le pressioni familiari e il senso di colpa sono fortissimi. Ognuno di noi sa che, se fa di testa sua, espone i parenti più stretti a maltrattamenti da parte della società”.

Se chiediamo a Khalid in cosa consiste questo ricatto sociale, fa degli esempi chiari. “Un genitore che ha un figlio che non è sposato o sposato con una persona non scelta dalla famiglia, o ancor peggio occidentale, viene mal visto da tutti gli abitanti del villaggio. La madre si reca al negozio di frutta e la merce le viene negata, il padre viene escluso dai discorsi con gli altri uomini”.
Una serie di umiliazioni, insomma, piccole e grandi, viene inflitta ai familiari. “Se ci sono figlie femmine, trovano minori possibilità di avere un pretendente per il matrimonio”. Insomma, alla fine si cade in un discredito sociale che coinvolge la vita di tutto il nucleo e preclude persino la possibilità di concludere alcuni affari o contratti. La famiglia risulta, in poche parole, “disonorata”. E questo avverrebbe anche se il figlio decidesse di non sposarsi affatto.
La storia di Khalid è a lieto fine. Lui è riuscito a far accettare, tra mille difficoltà, la sua nuova vita alla famiglia, che non gli preparerà più un matrimonio “a sorpresa”. Ma nel suo villaggio nessuno deve sapere che sposerà un’occidentale. Si dovrà dire che non si sa quando ritorna e, se torna, dovrà farlo di nascosto per non dover spiegare a vicini e conoscenti perché non si sposa in Afghanistan, davanti a tutto il villaggio. Per tanti Khalid che hanno vinto – grazie all’amore della famiglia che ha rinunciato all’”onorabilità sociale” per il bene del figlio – ci sono centinaia di ragazzi in tutto il Medio Oriente i quali, pur di non iniziare un matrimonio con una persona che nemmeno conoscono, preferiscono rinunciare alla vita. Una stima precisa è impossibile perché, come si diceva, i motivi di alcuni suicidi vengono taciuti. Un altro orrore che va di pari passo con il dramma delle donne sacrificate sull’altare dei matrimoni forzati.
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