LA DIFFUSIONE DELL'ISLAMISMO RADICALE IN BOSNIA

Bandiera nera per foto.pct
Di Giovanni Giacalone
Intere fette di territorio bosniaco stanno progressivamente finendo nelle mani di uomini d’affari e società del Kuwait e dell’Arabia Saudita. Terreni precedentemente di proprietà dei serbi ma anche case, società d’affari e tutto ciò in concomitanza con l’emergere di diversi centri islamici di chiaro stampo wahhabita.
Il distretto di Ilidza a Sarajevo è pieno di cartelloni in lingua araba che pubblicizzano proprietà in vendita mentre ad Alipasino Polje, una delle più popolose zone della città, spicca la moschea “Re al-Fahad”, costruita con finanziamenti sauditi e curiosamente anche sede diplomatica del Regno dei Saud.
La presenza wahhabita viene segnalata anche in molte altre zone della Bosnia, come Mostar, Osijek, Travnik, Zenica.
Darko Trifunovic, docente ed esperto di terrorismo presso la facoltà di Security Studies di Belgrado, illustra come la progressiva “pulizia etnica” dei serbi a favore dei Sauditi non solo rischia di manipolare pesantemente la demografia locale, ma pone anche le basi per una pericolosa infiltrazione islamista nella zona.
I sauditi hanno tutto l’interesse a insediarsi in Bosnia, per diversi motivi:
  • È la porta orientale d’Europa e un paese chiave dell’area balcanica.
  • Ha una notevole presenza wahhabita e salafita che risale al conflitto del 1992-95 quando numerosi jihadisti arabi confluirono nel paese per combattere i serbi e vi rimasero al termine del conflitto per instaurare delle enclaves salafite.
  • Il potere d’acquisto dei sauditi in Bosnia permette loro di comprare senza grossi problemi intere aree che rischiano di diventare veri e propri pezzi di Golfo in Europa.
  • Hanno l’opportunità di influenzare l’Islam locale, tendenzialmente di stampo etno-culturale, per indirizzarlo verso l’approccio wahhabita e salafita, alla base di tutti i gruppi jihadisti.
Un fenomeno, quello dell’infiltrazione wahhabita, che è già stato visto nel Caucaso settentrionale, con tutti i relativi problemi creati sia in Cecenia che in Daghestan.
Come illustra un analista alla sicurezza di Makhachkala, i wahhabiti tra il 2009 e il 2010 avevano tentato di raggiungere obiettivi ben precisi nel Paese, tra cui:
  • La creazione di moschee wahhabite con l’obiettivo di influenzare la comunità islamica ufficiale del Daghestan (di stampo non-wahhabita).
  • Creare canali diretti di influenza nell’arena politica a livello nazionale.
  • Infiltrare le varie commissioni e consigli locali.
  • Divulgare l’ideologia wahhabita tra la popolazione.
Le conseguenti misure messe in atto dalla Federazione Russa in coordinamento con i governi delle repubbliche del Caucaso hanno però sventato il processo di infiltrazione dal Golfo, attraverso una serie di misure come la messa al bando di ONG straniere (molte delle quali dal dubbio operato), la chiusura delle moschee wahhabite e salafite, campagne narrative anti-radicalizzazione e ovviamente anche misure cautelative adeguate.
La Bosnia però non è il Caucaso, il contesto è differente: durante i tre anni di guerra civile l’Occidente ha chiuso entrambi gli occhi davanti al flusso di jihadisti arabi, gran parte dei quali veterani dell’Afghanistan e anche davanti ai finanziamenti provenienti da paesi del Golfo, tutti fatti che hanno pesantemente influito sulla progressiva radicalizzazione.
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