La questione di Israele e l’UNESCO

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Nell’ultima settimana i giornali israeliani si sono occupati quasi esclusivamente di un caso diplomatico avvenuto fra Israele e l’UNESCO, l’agenzia dell’ONU che si occupa di cultura e protezione del patrimonio artistico. Versione breve: il consiglio esecutivo dell’UNESCO, formato da 58 stati a rotazione fra i 195 che fanno parte dell’agenzia, ha approvato una risoluzione che di fatto minimizza il rapporto fra gli ebrei e il principale complesso religioso di Gerusalemme – che in italiano chiamiamo “Spianata delle moschee”, considerato sacro sia dai musulmani sia dagli ebrei – che in tutto il documento (PDF) viene chiamato esclusivamente col suo nome islamico, Al Ḥaram Al Sharif. È una scelta evidentemente voluta, dato che nello stesso documento altri siti religiosi meno importanti vengono chiamati sia col nome ebraico sia con quello islamico. Non è la prima volta che l’UNESCO approva risoluzioni simili, rischiando ogni volta un mezzo incidente diplomatico con Israele: negli ultimi anni è già successo nel 2010nel 2015 e ancora nei primi mesi del 2016.
Stavolta l’incidente diplomatico è avvenuto davvero: la settimana scorsa, dopo l’approvazione di una prima bozza della risoluzione, Israele ha sospeso i propri rapporti con l’UNESCO, che per giorni è stato attaccato dai giornali e dai media israeliani e da altre entità legate a Israele in giro per il mondo (a Roma, ad esempio, martedì 19 ottobre si è tenuta una manifestazione a sostegno di Israele organizzata dal Foglio). Sono stati usati toni anche molto forti: il direttore della sovrintendenza archeologica israeliana ha paragonato la risoluzione dell’UNESCO a un attacco dello Stato Islamico, e si è parlato molto probabilmente a sproposito di “Shoah culturale”.
Il tweet del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, meno bellicoso del solito: «cosa dobbiamo aspettarci adesso? Una risoluzione UNESCO che neghi il legame fra burro e marmellata? Fra Batman e Robin? Fra Rock e Roll?»
Va detto che la risoluzione non avrà alcun effetto pratico: non sposterà dei fondi economici, non istituirà nuove aree protette né modificherà lo status quo della gestione del complesso. I suoi risvolti sono insomma puramente simbolici, ma stiamo pur sempre parlando di una delle questioni diplomatiche più delicate al mondo: la cosiddetta Spianata delle moschee è l’unico importante sito religioso considerato sacro da due delle principali religioni monoteiste, ed è situato al centro di una città che due stati ostili fra loro reclamano come propria capitale (per di più da decenni occupata militarmente dal più forte di questi due stati, cioè Israele).
Di cosa stiamo parlando
La collina su cui è situato il complesso religioso di Gerusalemme, situata dentro la cosiddetta Città Vecchia, è uno dei luoghi religiosi più importanti al mondo. L’edificio che al giorno d’oggi occupa più spazio è il terreno dove sorgono la Cupola della roccia e la moschea di al Aqsa, costruita nel luogo dove secondo l’Islam il profeta Maometto è salito in cielo. I musulmani considerano il complesso, chiamato الحرم القدسي الشريف‎ (Al-Ḥaram Al-Sharif), il terzo luogo sacro più importante al mondo dopo la Mecca e Medina. Ma nello stesso luogo, quasi duemila anni fa, sorgeva il Tempio di Salomone, il principale luogo sacro per gli ebrei, distrutto dai Romani nell’assedio di Gerusalemme del 70 d.C e mai più ricostruito. Del Tempio rimane solamente un muro esterno che oggi è diventato il luogo di culto più importante per gli ebrei, e che è situato pochi metri più in basso della moschea di al Aqsa: il cosiddetto Muro del pianto. Gli ebrei si riferiscono all’intero complesso religioso come הַר הַבַּיִת‎‎, Har HaBayit, letteralmente “il monte della casa [di Dio]”. È per questa ragione che in inglese è diventato Temple Mount, “il monte del tempio”. A complicare le cose, a poca distanza dalla Spianata è situata invece la Basilica del Santo Sepolcro, il luogo dove secondo i cristiani Gesù Cristo è stato seppellito e poi è risorto.
Oltre ad essere materialmente frequentato ogni anno da milioni di fedeli delle due religioni, il complesso è al centro della “narrazione” di entrambe le fazioni. Gli israeliani considerano la conquista del complesso durante la Guerra dei Sei giorni del 1967 come la loro vittoria militare più importante di sempre. Ancora oggi girano le immagini dei soldati israeliani che piangono una volta arrivati al Muro del pianto, situato appena sotto alla moschea principale del complesso.
I palestinesi ritengono che le restrizioni imposte dagli israeliani al libero accesso alla moschea – formalmente gestita dalla Giordania, di fatto da Israele – siano il simbolo dei soprusi che subiscono da decenni dagli israeliani. Per un palestinese che vive fuori da Israele, recarsi a pregare alla moschea di al Aqsa significa passare potenzialmente diverse ore nei checkpoint israeliani in condizioni igieniche pessime, e subire varie restrizioni all’ingresso della moschea per età, genere e provenienza. La riconquista della Spianata delle moschee viene spesso citata come una priorità dai gruppi palestinesi radicali: è per questi motivi che una delle milizie palestinesi più attive dai primi anni Duemila in avanti si chiama Brigata dei Martiri di al Aqsa.
Proprio una disputa sulle restrizioni decise da Israele sugli ingressi alla moschea di al Aqsa sta alla base del nuovo ciclo di violenze iniziate ad ottobre 2015. È comprensibile, insomma, che sia gli israeliani sia i palestinesi siano molto sensibili sul tema.
La risoluzione
È stata presentata il 12 ottobre da sette nazioni del comitato esecutivo dell’UNESCO, tutte a netta maggioranza musulmana e note per essere solidali alla causa palestinese: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Sudan, Oman e Qatar. Va inquadrata nei recenti sforzi dei leader palestinesi di legittimare la propria causa in sede internazionale (negli ultimi cinque anni la Palestina è diventata osservatore permanente all’ONU ed è entrata ufficialmente nell’UNESCO e nella Corte Penale internazionale).
Il 13 ottobre, in fase di commissione, la risoluzione è stata approvata dai rappresentanti di 24 paesi: in sei hanno votato contro – Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Estonia, Lituania, Paesi Bassi – mentre altri 26, fra cui l’Italia, si sono astenuti (qui c’è l’elenco completo degli stati che hanno votato a favore). Il 18 ottobre la risoluzione è stata approvata anche dal comitato esecutivo dell’UNESCO. Tutti gli stati coinvolti hanno confermato il loro voto di qualche giorno prima tranne il Messico, che dopo diverse pressioni ha modificato il proprio “sì” in un’astensione.
Il testo della risoluzione non ha un carattere uniforme: nei primi paragrafi sostiene «l’importanza della Città Vecchia e delle sue mura per le tre [principali] religioni monoteiste» e nel capitolo finale usa sia il nome ebraico sia quello islamico per definire due luoghi religiosi, cioè la Tomba di Rachele/moschea di Bilal Ibn Rabaḥ e la Grotta dei Patriarchi/moschea al Haram al Ibrahimi (anche se specialmente la prima è soprattutto un luogo di culto ebraico). Nei capitoli centrali, la risoluzione si concentra sulle restrizioni di Israele alla Spianata e in maniera piuttosto casuale sulle «uccisioni di migliaia di civili palestinesi, inclusi bambini» nella Striscia di Gaza. Il Muro del pianto, il luogo di culto ebraico all’interno del complesso della Spianata, viene citato solamente perché presente nell’indirizzo civico di quella zona, che è appunto “Piazza del Muro del Pianto”.
Tutti i principali osservatori internazionali sono convinti che la risoluzione non avrà nessun impatto sulla gestione di Gerusalemme e del suo complesso religioso. Persino qualche commentatore israeliano ha parlato di una mossa di “propaganda” da parte dei palestinesi. Qualcuno ha fatto notare che lasciando fuori la questione israelo-palestinese, le modalità con cui è stata gestita la situazione evidenziano soprattutto la debolezza dell’ONU e delle sua agenzie, in cui – per fare un esempio – il voto degli Stati Uniti pesa quanto quello di Saint Kitts e Nevis. Il voto non è passato per un preciso volere della dirigenza dell’UNESCO, ma semplicemente perché dentro all’attuale rotazione nel consiglio direttivo dell’agenza i paesi ostili o indifferenti a Israele sono la maggioranza. In passato l’ONU è stata spesso accusata di essere in qualche modo ostile a Israele, proprio perché al suo interno i paesi ostili o indifferenti a Israele sono parecchi. La stessa UNRWA, l’agenzia dell’ONU che dal 1949 si occupa dei profughi palestinesi e dei suoi discendenti, ancora oggi viene accusata da Israele di non assumere una posizione equidistante fra israeliani e palestinesi.
E ora?
La cosa più probabile è che la polemica si sgonfi, e che rimanga solo l’incidente diplomatico. Il 14 ottobre il capo dell’UNESCO – la bulgara Irinia Bokova – ha diffuso un comunicato in cui si distanzia formalmente dalla risoluzione, spiegando che «il complesso della moschea al Aqsa/Al Ḥaram Al Sharif, luogo sacro per i musulmani, è anche lo Har HaBayit, o Monte del tempio, di cui il Muro del Pianto è il luogo più sacro per gli ebrei».
Associated Press spiega inoltre che Bokova è solamente “invitata” dalla risoluzione a prendere dei provvedimenti, e a compilare un report sul tema, ma potrebbe semplicemente scegliere di escluderla dall’agenda del prossimo incontro del comitato esecutivo, previsto per aprile.
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