PAKISTAN: CENSURATE 11 TV CRISTIANE


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Di Alessandra Benignetti

Continua la stretta contro i cristiani in Pakistan. Nel Paese, dove dal 1986 è in vigore la contestata legge sulla blasfemia che permette di punire con l’ergastolo o la pena di morte chiunque offenda la religione islamica, undici canali televisivi cristiani sono stati dichiarati illegali. Lo riferiscel’agenzia Fides, la quale ha reso noto che la “Pakistan Electronic Media Regulatory Authority”, con una sentenza, ha imposto ai canali cristiani di interrompere immediatamente le trasmissioni. La minoranza cristiana del Pakistan, che non trova spazio e rappresentanza nei media pubblici, subisce così una nuova discriminazione e, con questa sentenza, inoltre, è stato inferto un nuovo, duro colpo alla libertà religiosa nel Paese.
“La comunità cattolica, e più in generale cristiana, è amareggiata”. Questa la reazione di Padre Morris Jalal, fondatore Catholic Tv, una delle Tv oggetto della censura del governo Pakistano. Il religioso ha affidato il suo commento sulla vicenda ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione di diritto pontificio che stava sostenendo, attraverso un programma di aiuti biennale, il canale.
“In quanto cittadini come gli altri, i cristiani hanno il diritto di praticare la propria religione, ma se vengono bloccati allora non sono più cittadini uguali agli altri”, ha spiegato Morris Jalal ad ACS-Italia, “noi, insieme alle altre emittenti, dobbiamo chiudere, e quando si impedisce l’espressione della fede, che è un diritto fondamentale, allora c’è persecuzione”.
Unica televisione cattolica del Pakistan, la prima ad aprire i battenti nel Paese 17 anni fa, Catholic Tvtrasmetteva dalla parrocchia di San Francesco a Lahore. La stessa città pakistana dove nel marzo scorso 72 fedeli cristiani, tra cui 30 bambini, che festeggiavano la Pasqua nel parco Gulshan-i-Iqbal, persero la vita nell’attentato compiuto da un kamikaze del gruppo islamico radicaleJamatul Ahrar, che si fece esplodere tra la folla, con addosso 20 chili di esplosivo.
La tv, finanziata dai fedeli locali, teneva compagnia a circa ottomila famiglie cattoliche attraverso la programmazione di “film di ispirazione cristiana, documentari sulle attività della Chiesa locale, talk shows ed interviste”, oltre a dare lavoro ad undici persone impiegate nello staff.
Padre Morris Jalal, ha annunciato, tuttavia, che la comunità locale non si farà intimidire. “Dobbiamo sforzarci di far sì che questo divieto venga meno e protestare contro questa decisione”, ha detto il presule, “e speriamo lo faccia anche l’Occidente”. Il sacerdote ha spiegato che lo staff che gestiva la televisione, nonostante il divieto imposto dal governo, continuerà a diffondere i contenuti della Tv tramite Cd , Dvd e social network. Anche se, ricorda infine il sacerdote, questo non potrà sostituire l’efficacia di un canale televisivo, perché molte famiglie che abitano nelle zone rurali non dispongono né di un computer, né dell’accesso ad internet.
Anche altri esponenti della locale comunità cristiana, infine, hanno chiesto al governo di revocare il provvedimento. Considerato come un vero e proprio “atto di intimidazione”, ed un “attentato alla libertà religiosa”.
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