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MOVIMENTO DI PACE O SETTA? IL 'CONTROVERSO MONDO' DEL FALUN GONG CINESE

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Di Lorenzo Bagnoli
Il mio primo incontro con il Falun Gong avviene a Milano, in una mattina di settembre. Mentre passeggio davanti al Consolato cinese, noto che un piccolo e silenzioso gruppo di uomini e donne sta compiendo una serie di movimenti armoniosi simili a quelli del tai-chi, ognuno in piedi su un materassino.
Qualcosa però mi colpisce: tutti i presenti indossano una maglietta gialla con una scritta blu, mentre appesi alla rete che dà sulla ferrovia alcuni cartelloni, in cinese e in italiano, chiedono di "fermare il genocidio."
Quella che si svolge periodicamente nei pressi dell'edificio consolare di via Brembo, infatti, non è un'esercitazione all'aria aperta — piuttosto, una via di mezzo tra una preghiera e una protesta.
A inscenarla sono i membri italiani del Falun Gong o Falun Dafa, una disciplina - ma qualcuno la chiama religione - ispirata a buddismo, taoismo, meditazione e arti marziali.
Il nome Falun Gong significa "ruota della legge": il riferimento è ad un simbolo buddhista che indica le buone pratiche di comportamento. Una disciplina che, secondo chi la pratica, avrebbe effetti benefici sulla salute e che per gli scettici, invece, sarebbe un 'tarocco' rispetto alle vere discipline tradizionali cinesi.
Nel 1999 il governo di Pechino ha messo Falun Gong al bando, categorizzandolo come "setta eretica." Gli aderenti alla disciplina da allora denunciano abusi e torture: secondo loro lo stato cinese starebbe cercando di eliminarne i componenti attraverso l'espianto dei loro organi. Il tutto, con la complicità di altri paesi.
In Italia il loro 'esercito' è composto da qualche centinaio di persone, la maggioranza delle quali italiane. Secondo quanto denunciato dal movimento, inoltre, almeno cinque praticanti in fuga dalle torture della Cina avrebbero ricevuto asilo politico in Italia.
La storia del Falun Gong ne racconta però altre decine: sotto la legittima affermazione della libertà di religione, infatti, si sta consumando da anni una guerra di propaganda che dura almeno dal 2000.
A combattere questa battaglia non ci sono solamente i membri della disciplina e il governo, ma anche diversi gruppi anti-comunisti e anti-cinesi, i quali hanno cercato di sfruttare il dramma del Falun Gong - e forse anche ingigantirlo - per accusare Pechino di violare i diritti umani.
Non è la prima volta che questo accade quando si parla di Cina. Ma la "questione Falun Gong" è particolare, perché il movimento ha costruito in autonomia una rete capillare per diffondere il suo messaggio.
La sua causa ha attecchito tra i ceti medio-alti, tra persone che hanno spesso ottime disponibilità economiche e che sono disposte a investire per sostenerla. Questa è, forse, proprio una delle ragioni per cui a Pechino risulta difficile accettare l'esistenza di questa "setta eretica."
Uno degli striscioni appesi a Milano.
Un sabato pomeriggio mi faccio dare un appuntamento nella centralissima via Dante, dove si posiziona spesso il banchetto di Falun Gong. Due volontarie, un'italiana e una cinese, si mettono a disposizione per spiegarmi quali sono i valori spirituali della disciplina e quali sono le accuse rivolte al governo di Pechino. Sul banchetto decine di immagini crude mostrano le presunte vittime del traffico di organi denunciato dal movimento.
La donna cinese è una rifugiata politica: "Qui in Italia faccio un altro lavoro, mentre in Cina ero una manager internazionale. Dal 2009 sono una rifugiata politica, ma non vorrei stare qui. Vorrei ritornare in Cina."
Non parla volentieri di sé: racconta solo che nel 2007 è stata arrestata in un parco nel suo paese mentre faceva meditazione. Alcuni dei suoi amici, invece, sarebbero proprio scomparsi. Crede che il governo cinese li abbia uccisi e abbia espiantato loro gli organi, proprio perché membri del Falun Gong.
Un momento di meditazione e protesta in via Dante, a Milano.
Così, una volta scarcerata, la nostra interlocutrice ha deciso di prendere un aereo per l'Italia. Ci racconta che è arrivata qui con un visto turistico, per poi richiedere asilo politico. Temeva per la sua vita, e l'Italia l'ha accolta come profuga.
VICE News non è riuscita a confermare la testimonianza della donna, né recuperare alcun dato storico sulla presenza di profughi di Falun Gong in Italia: la Commissione territoriale di Milano nega l'accesso agli archivi, mentre dagli uffici di Roma non è arrivata una risposta alla richiesta in tempo utile per la pubblicazione dell'articolo.
"Vorrei poter tornare a casa. La mia famiglia è là, ma ho paura. Non c'è libertà di credo in Cina, non si rispettano le culture antiche come la nostra. Pechino distrugge la moralità," racconta.
Silvia, praticante nel Falun Gong da diversi anni, facilita il dialogo e procura volantini, contatti, informazioni. "Noi non facciamo politica," mi spiega, "è la politica stessa in Cina a occuparsi del Falun Gong."
Per lei la pratica è un modo per stare bene con se stessa, e in passato - racconta - è stata anche una cura a diversi mali. Ha provato altre discipline, ma nessuna ha avuto lo stesso effetto della "coltivazione," cioè dell'esercizio che i membri del Falun Gong praticano su loro stessi.
La storia di Falun Gong in Italia comincia negli anni Novanta. A portare qui la disciplina è un imprenditore del biellese, Alfredo Fava Minor: "Ero partito per la Cina per avviare un business: volevo sviluppare un tessuto tecnico di alta qualità in Asia," racconta Fava Minor a VICE News.
Durante il tempo passato in Cina l'imprenditore conosce Falun Gong tramite quella che al tempo è la sua interprete, già praticante della disciplina, e che poi diventa sua moglie. Innamoratosi di quel mondo, Fava Minor comincia a importare in Italia i libri del fondatore e "Maestro" Li Hongzhi, dando inizio all'opera di diffusione della disciplina nel nostro paese.
Oggi, se volesse tornare in Cina, dovrebbe firmare un documento in cui afferma di dissociarsi dal Falun Gong e dal Maestro Hongzhi, dichiarando di essere stato soggiogato. "Non potrei mai farlo," racconta.

L'ascesa del Falun Gong

Quello che per Fava Minor è il Maestro, per le ambasciate cinesi di tutto il mondo è un "uomo malvagio" che "sta sabotando la stabilità sociale conquistata con difficoltà." Nato nel 1951 o nel 1952 a Gongzhuling, nella Cina nord-orientale, Li Hongzhi cresce in una famiglia del ceto medio.
Dopo una carriera nella polizia viene trasferito in ambito civile, dove trova lavoro come addetto alla sicurezza presso la Changchun Cereals Company. Fino al 1991, quando abbandona tutto per dedicarsi solamente alla "coltivazione," attività che racconta di avere cominciato "nelle montagne" all'età di quattro anni.
Il successo del Falun Gong e di Li arriva con il libro 'Zhuan Falun' (1997), in cui alle pratiche dello Qi Gong - un esercizio della medicina tradizionale cinese - l'autore accosta "un mondo pieno di demoni, alieni e avventure apocalittiche" — come lo ha descritto Heather Kavan, lecturer in giornalismo dell'Università di Massey, in Nuova Zelanda.
Kavan definisce il libro fondativo del Falun Gong una sorta di "X-Files d'Oriente," che conquista subito un grande pubblico. Secondo i seguaci del pensiero di Li, però, la storia della pratica si perde nella notte dei tempi — dalla loro prospettiva Li Hongzhi è solo l'ultimo, nonché il più grande, tra i Maestri.
L'ascesa è imponente, ma i dati sono impossibili da verificare a livello ufficiale: secondo quelli diffusi da Falun Gong stessa, alla fine degli anni Novanta i seguaci erano tra i 70 e 100 milioni.
Una rara fotografia di Li Hongzhi. [Screengrab da falundafa.org]

Voci e sospetti su Li Hongzhi

Intorno al 1997, spiega Fava Minor, i praticanti si 'auto-tassano' di propria spontanea volontà per permettere a Li di viaggiare e diffondere la pratica del mondo. "Falun Gong non ha associazioni, non riceve pagamenti, tutto si basa sul volontariato," confermano dal banchetto in via Dante.
Qualcuno però dice il contrario. Cercando su Google Li Hongzhi wealth ('ricchezza di Li Hongzhi') appaiono 64mila risultati. Quello che appare più rilevante risale al 1999: si tratta di un articolo del South China Morning Post, il più autorevole quotidiano di Hong Kong, considerato indipendente e spesso inviso a Pechino.
L'articolo riporta una serie di incongruenze e cita dossier contro Li realizzati da tre ex membri e dell'agenzia di stampa di Stato, la Xinhua. Il pezzo cita fonti investigative cinesi vicine al governo, che spiegano di aver trovato beni intestati alla moglie e alla figlia.
Da parte sua Li ha sempre negato di aver chiesto anche solo un centesimo ai suoi adepti: "Mi sarebbe bastato per diventare ricco, ma non ho chiesto loro nemmeno unpenny," riporta il quotidiano di Hong Kong.

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