Le critiche all’Economist sul referendum

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Sui giornali italiani e sui social network oggi si è parlato molto dell’editoriale dell’Economist a favore del No al referendum sulle riforme costituzionali che si terrà il 4 dicembre. L’editoriale è uscito nell’ultimo numero della rivista, che contiene anche un lungo e meno schierato articolo di spiegazione della riforma, dei suoi contenuti e delle conseguenze che avrà sulla politica italiana.
L’articolo dell’Economist – che si conclude con l’auspicio della formazione di un governo “tecnocratico” in caso di vittoria del No – è stato molto ripreso soprattutto perché in molti si aspettavano che la rivista consigliasse di votare Sì, e non solo per la sbrigativa associazione del Sì ai cosiddetti “poteri forti” da parte dei sostenitori del No: solitamente l’Economist ha un’opinione positiva di governi come quello di Matteo Renzi, cioè in sostanza filo-europei e disponibili alle riforme, e negativa di molti partiti che compongono il fronte del No come Lega Nord, Forza Italia e il Movimento 5 Stelle. Nelle ultime ore però si sta parlando dell’editoriale anche per alcune critiche che sta ricevendo, come aver riportato alcune inesattezze o aver dato per assodati alcuni punti considerati come minimo ambigui. Abbiamo messo insieme le principali osservazioni rivolte all’editoriale, citando ogni passaggio interessato.

«Qualsiasi beneficio laterale [della riforma] è superato dalle controindicazioni: su tutte il rischio che provando a mettere un freno all’instabilità che ha generato 65 governi dal 1945 a oggi, favorisca l’elezione di una figura autoritaria»
Secondo Hanretty, in questo paragrafo l’Economist introduce un equivoco che riprende più volte nel corso dell’editoriale: e cioè l’assunzione che la riforma costituzionale e la legge elettorale siano essenzialmente legate e da considerare un unico “pacchetto”. È uno dei punti principali del fronte del No, che ritiene che il cosiddetto “combinato disposto” – cioè la somma delle conseguenze della riforma costituzionale e dell’Italicum, la legge elettorale approvata nel 2015 – dia sostanzialmente troppi poteri al partito che vince le elezioni, senza dare all’opposizione strumenti sufficienti.
Il punto è questo: la riforma costituzionale prevede che il governo non debba più ottenere la fiducia dal Senato ma solo dalla Camera. L’Italicum, grazie al meccanismo del ballottaggio, assicura al partito che vince l’elezione una netta maggioranza alla Camera, sia che abbia ottenuto almeno il 40 per cento dei consensi al primo turno, sia che abbia vinto il ballottaggio al secondo turno indipendentemente dai voti del primo. Secondo i critici del governo, quindi, si rischia di creare una Camera molto forte dominata da un partito di maggioranza che ha un numero di seggi del tutto sproporzionato rispetto al consenso ottenuto alle elezioni. Ma il fronte del Sì ha spesso minimizzato il legame fra riforma costituzionale e legge elettorale; lo stesso Matteo Renzi si è detto disposto a modificare l’Italicum in futuro, e ha spiegato di essere d’accordo con alcune modifiche avanzate dalla minoranza del Partito Democratico. In ogni caso la riforma costituzionale non modifica nessuno dei poteri del presidente del Consiglio, né gliene attribuisce di nuovi.
«Tutto questo in un paese che ha prodotto personaggi come Benito Mussolini e Silvio Berlusconi, ed è paurosamente sensibile al populismo»
Anche prendendo per buono l’assunto dell’Economist che mette Berlusconi sullo stesso piano di Mussolini – e non lo è – questo inciso ha poco senso. Berlusconi è arrivato al potere attraverso sistemi elettorali di vario tipo, maggioritari e proporzionali: cosa che indebolisce l’argomento che sta facendo implicitamente l’Economist, e cioè che un sistema proporzionale o comunque più proporzionale dell’Italicum sia più efficace nel prevenire l’ascesa di figure autoritarie. Per quanto riguarda Mussolini, alcuni potrebbero ribattere che l’Italia del 2016 ha molti più contrappesi al governo – sia nazionali che internazionali – di quanti ne avesse 90 anni fa, quando il fascismo ottenne il potere.
Federica Cocco, giornalista del Financial Times che ha criticato l’editoriale dell’Economist in una serie di tweet, ha aggiunto un altro elemento spiegando che «argomentare che gli italiani dovrebbero votare No perché sono per loro natura inclini al fascismo e al populismo è francamente offensivo».

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