L’ultimo villaggio cristiano a Cipro

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Di Giovanni Masini
Da Kormakitis – “Repubblica turca di Cipro nord”.  “Apri, Signore, le porte della tua misericordia – sillaba suor Piera seguendo con il dito l’iscrizione nel legno – Questa è la porta più antica dell’isola: è del 1300, sai caro?”. Poi si ferma sulla soglia e lascia correre lo sguardo sulla chiesa di San Giorgio: l’unica campana che in tutta Cipro nord non ha mai smesso di suonare, in tutti e quarantadue gli anni dell’occupazione turca.
Questa primazia è l’orgoglio delle tre suore francescane missionarie del Sacro Cuore che, alle soglie degli ottant’anni, ancora presidiano il piccolo convento di Kormakitis: il villaggio sopravvissuto.
Popolato dai discendenti dei cristiani maroniti che secoli fa attraversarono il mare ed arrivarono fin qui dal Libano,  per centinaia di anni rappresentò un’enclave araba e cattolica che ha sempre resistito alle invasioni di veneziani, ottomani e britannici .
Quando nel 1974 le truppe turche sbarcarono nella parte nord dell’isola – dove Ankara mantiene ancor oggi decine di migliaia di soldati – gli abitanti di Kormakitis furono fra i pochissimi che non fuggirono ma scelsero di restare in paese, aggrappati al campanile e “alla protezione di San Giorgio”, spiega suor Paola, sempre sorridente nonostante i 78 anni e una gamba malandata.
All’epoca le suore di Kormakitis si trovavano nella parte meridionale di Cipro per gli esercizi spirituali, ma appena possibile tornarono indietro, attraversando le linee dei turchi grazie alle Nazioni Unite. Decisero di restare con il gregge e  da allora non l’hanno mai abbandonato.
“Non potevamo lasciare i nostri bambini – ricorda suor Bernadette, che nata settantasei anni fa in provincia di Treviso e sull’isola ormai da cinquant’anni – Quando sono arrivata qui ero ancora una novizia, in paese non c’era nemmeno la luce elettrica. Con le mie sorelle insegnavo ai bimbi dell’asilo e quando è arrivata la guerra non potevamo mica abbandonare il paese al suo destino”.
La vita nei territori occupati non fu facile: molti villaggi maroniti vennero evacuati, le chiese trasformate in stalle, le case convertite in caserme. Alle cinque di sera scattava il coprifuoco, i soldati pretendevano che venisse oscurato perfino il lumino del Santissimo.
Kormakitis, grazie a una sapiente  combinazione di fede e diplomazia, seppe resistere: “Il parroco di allora ottenne dai turchi il permesso di far suonare la campana – racconta suor Bernadette – Che in tutti questi anni non ha mai mancato una messa. Certo, era dura: una volta finita le elementari i ragazzi del paese andavano a studiare oltre il confine e dicevano addio ai genitori senza sapere quando li avrebbero rivisti.”
Col tempo, la popolazione del villaggio è precipitata da duemila residenti ad appena settanta. Nel 2004 i confini sono stati riaperti e da allora molto è cambiato: diversi abitanti che erano scappati fanno ritorno per il fine settimana, qualcuno restaura le antiche case e si trasferisce qui per l’estate.
Alla Messa della domenica la partecipazione è imponente: centinaia di voci intonano i cori in greco alla Vergine e a San Giorgio. Al termine della funzione il parroco padre Selim e le tre suore sono ospiti per colazione in una delle case del villaggio: il cibo viene condiviso fra tutti, così come le piccole preoccupazioni quotidiane.
Il senso della comunità, dell’ekklesìa, è molto forte. Anche se ormai non insegnano più a scuola da tempo – l’ultimo bambino ha finito le elementari nel 1985 – le suore dividono la propria giornata fra la preghiera e il servizio al villaggio. Lavorano come infermiere, coltivano l’orto, assistono gli abitanti più anziani. Di tanto in tanto curano anche i soldati turchi, perché “siamo tutti figli di Dio, a prescindere dal passaporto”, chiosa suor Bernadette.
Iniziano a preoccuparsi per il futuro, si domandano se il loro ordine si deciderà a mandare almeno una consorella ad aiutarle. Anche perché il numero dei fedeli, lentamente, torna a crescere. Negli ultimi anni alcuni anziani sono tornati a vivere in paese e il villaggio torna a rianimarsi. Le suore sono ancora un punto di riferimento imprescindibile, la porta del convento resta aperta per chiunque. La sera, quando ci congediamo, la superiora rifiuta di chiudere il chiavistello: “E se qualcuno ha bisogno di noi, stanotte?”
Si ringrazia per la collaborazione l’ambasciatore d’Italia a Cipro Guido Cerboni e sua moglie donna Caterina, insieme al dottor Petros Katsioloudes.

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