Mr. Robot, tra Fight Club e WikiLeaks

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Di Gianmaria Tamaro
Mr Robot ci dice abbastanza di quello che oggi il mondo è diventato. Non va visto come una critica assoluta e totalizzante del modello di vita occidentale; piuttosto, come un foglietto illustrativo dove vengono elencati, più o meno puntualmente, pregi e difetti dell’essere costantemente connessi.
Mr. Robot inizia come una serie tv su un eroe e la sua missione – hacker che, da solo, combatte la malavita – e si trasforma ben presto in un drama intenso, surreale e, a tratti, attuale. Il protagonista non è solo un ingegnere informatico; è innanzitutto un ragazzo con problemi comportamentali e di socializzazione, che va dall’analista, che vive schiacciato dal peso dell’essere solo e che prova a sopravvivere (non a vivere meglio, né a fare la cosa giusta: solo a rimanere a galla).
Qualcuno, nella bidimensionalità della carta stampata e dei siti web senza commenti, ha associato Mr. Robot a 1984 di Orwell; in realtà, la linea sottile che li separa e, contemporaneamente, li unisce è un confine che per la maggior parte del tempo resta invalicabile, e in cui solo di tanto in tanto, tramite citazioni o ricostruzioni, c’è un effettivo scambio e compenetrazione (il romanzo che entra nella serie tv, la serie tv che si rifà, tanto o poco, al romanzo).
Il punto di forza di Mr. Robot resta il modo in cui viene narrato: che non è né un modo perfetto, né, in nessun senso, rivoluzionario. Ma che è così ricco di passaggi, citazioni (i poster di Ritorno a FuturoPulp Fiction al cinema; Fight Club alla fine) e omaggi alla cultura anni ’90 da riuscire facilmente a catturare l’attenzione dello spettatore (e a trascinarla, talvolta a forza, fino alla fine della puntata). I computer, la voce fuori campo, Rami Malek, che interpreta il protagonista, che ansima, soffre, subisce. Gli occhi fuori dalle orbite, e i tasti pigiati a forza, un ticchettio continuo, costante, che fa da colonna sonora a sequenze intere. Una narrazione che cede volentieri alla confusione di toni concitati, impastati e trascinati – come la voce di Elliot, che più di una volta, pazzo inconsapevole, si rivolge alla camera, parlando direttamente allo spettatore.
In Mr. Robot qualcuno ha pure ritrovato Anonymus e WikiLeaks; ha cercato, talvolta inutilmente, una crociata dell’intrattenimento mainstream contro la censura e le multinazionali, e ha interpretato – a torto o a ragione – l’intera storia come una metafora: una fiaba contemporanea in cui nulla è lasciato al caso. Tuttavia, Mr. Robot resta una serie tv pensata, scritta e diretta per il pubblico. Che punta su certi elementi (l’attualità di una storia tra digitale e reale) e ne evita altri.
Se va vista, va vista perché resta uno dei prodotti migliori della tv di questi anni. Specialmente se si tiene conto che è stata prodotta da USA network, un canale per le famiglie e per il grande pubblico, che è alla sua prima, vera prova con una serie tv che mette in crisi (o prova a farlo) la linearità della tradizione della televisione.
Mr. Robot è sincopato, altalenante e spesso discontinuo; ma proprio per questo – e per i suoi attori, tra cui spiccano Malek e Christian Slater, che interpreta Mr. Robot – alla fine riesce a stare insieme, a raccontare una storia che, in qualche modo, è trasversale nelle sue caratteristiche (non c’è, cioè, un solo pubblico di riferimento) e che rimane slegata dai tempi e dai luoghi. Siamo nell’epoca della globalizzazione totale, e questo Mr. Robot ce lo ricorda continuamente. Dall’inizio alla fine.

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