Tagli ai fondi per l’Ilva e per 900 lavoratori portuali. Emiliano: «Talmente assurdo che potrebbe sembrare che il governo ce l’abbia con me»

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Intervista di Ilaria Giupponi a Michele Emiliano

Di ILaria Giupponi


Ancora un duro colpo per l’Ilva di Taranto e soprattutto per gli abitanti della martoriata città pugliese. La Regione si aspettava cinquanta milioni per fronteggiare l’emergenza sanitaria dovuta ai veleni emessi dall’acciaieria, e invece è arrivata la doccia fredda. Quei soldi finalizzati a potenziare strutture, personale e attività diagnostiche, non arriveranno. L’ha deciso la Commissione Bilancio in nottata. Nonostante fossero già stati concordati, con apposito emendamento alla manovra Bilancio, dal sottosegretario Claudio De Vincenti e dal ministro Beatrice Lorenzin con il governatore pugliese Michele Emiliano.
Intervento economico fondato su dati epidemiologici – pubblicati da uno studio richiesto dalla Regione stessa – che fotografano una situazione sempre più allarmante: l’inquinamento provocato dall’impianto siderurgico colpirebbe soprattutto i bambini della città del mare piccolo.
Un dietrofront che lo stesso emiliano non sa spiegarsi: «Davvero non ci sono parole. È un passo indietro che non ha spiegazioni», ha detto a Left. «Siamo affranti e increduli per questa virata notturna». Il governatore aveva pubblicato il suo sconcerto su facebook.

E lei, nel ruolo di governatore, come intende procedere? «Avevamo costruito un percorso con i deputati, con l’onorevole Boccia (presidente commissione Bilancio, ndr), col governo… e con le Regioni, che alla Conferenza Stato-Regioni hanno votato perché l’emendamento passasse. Anzi, voglio ringraziarle, perché spostare il denaro sulla Puglia significa toglierlo alle altre, e in un momento del genere è un atto di estrema generosità. Ora quello che posso fare, quello che veramente conta, è aumentare la pressione dell’opinione pubblica in maniera che il governo capisca l’errore che ha commesso». Chiama alla mobilitazione, Emiliano.
Solitamente molto fumantino, è più esterrefatto che arrabbiato. “Affranto”, come lui stesso ci dice: «Davvero non ho capito che delitto abbia commesso Taranto».
Taranto o lei, governatore?
«(Ride amaro) Io non conto niente. Quello che conta a Taranto sono le persone».
Cosa farà se il governo non dovesse aggiustare il tiro?
Io spero sempre che le cose così clamorosamente giuste alla fine vincano. Devo continuare a pensare che superato un momento che non so definire, di difficoltà a capire il momento? (ipotizza) il governo capisca di aver fatto un autogol anche nei confronti di sé stesso. Certo io non posso credere che il motivo sia quello a cui lei ha alluso. Ma certo, è talmente inspiegabile l’inciampo su una questione di tale delicatezza, che è evidente che tutta l’Italia pensa quello che lei pensa».
Tuttavia, quale che sia il motivo, «è fondamentale che, se non a tutela dei cittadini, almeno per quella della propria immagine, il governo corregga il tiro». Anche perché, ci confida il presidente pugliese, «Ci siamo accorti tra le pieghe che sono saltate altre due cose, certamente di minore entità, ma allo stesso modo importanti: la statalizzazione del conservatorio Paisiello, vittima di una riforma incompleta, quella delle Province». L’Istituto, al suo duecentesimo anno di vita, subisce il vulnus del passaggio di competenze, restando privo di un’istituzione di riferimento. Motivo per cui da un anno – e per un altro anno, è la Regione a farsene carico, pagando stipendi e garantendone la sopravvivenza per un esborso di 700mila euro l’anno.
E seconda cosa: «Non è passato l’emendamento per sostenere la cassa integrazione dei 900 lavoratori portuali». E non stiamo parlando di bruscolini: 18, 1 milioni per il 2017 e 14 per il 2018.
Denaro che non solo è fondamentale per il rilancio del porto di Taranto, «sul quale il ministro Delrio ha speso tanto energie e noi centinaia di migliaia di euro», prosegue Emiliano. Quel finanziamento serve alle famiglie dei lavoratori, ma anche a mantenere la professionalità che questi rappresentano e che serve a farlo funzionare»
Sempre più tesi dunque, i rapporti fra il potere centrale e quello regionale, in una dinamica che sembra presagire tristemente alle future dinamiche Stato-Regioni previste dalla riforma costituzionale.
«Avevo creduto molto al rapporto con il governo – osserva il presidente della Regione – ma è evidente che così, non si può lavorare. e senza collaborazione, non si può governare».

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