Tre Papi e la lenta transizione cubana: perché il Vaticano è stato importante nella storia di Cuba

Fidel Castro con Giovanni Paolo Secondo il 20 gennaio 1998 all’Avana AFP

Di  Andrea Tornielli

Negli ultimi due anni diplomazia e dialogo con la Chiesa si sono incrociate all’Avana. È noto il ruolo discreto della Santa Sede, che ha offerto Oltretevere un terreno neutro perché maturasse il disgelo tra il governo cubano e quello statunitense. E proprio l’Avana, dove Papa Francesco è atterrato per due volte in cinque mesi - la prima nel settembre 2015, la seconda nel febbraio 2016 - è stato il luogo del primo storico incontro tra un Vescovo di Roma e un Patriarca di Mosca. 

La Chiesa cattolica ha giocato un ruolo significativo nel lento e talvolta contraddittorio processo di apertura del regime cubano. Il cardinale Ortega y Alamino, da pochi mesi ritiratosi, non si è contrapposto a muso duro ma ha portato avanti un dialogo paziente e difficile che ha portato a un lento disgelo e alla visita, storica, del già anziano e malato Papa Wojtyla nell’isola caraibica, accolto in grande stile dal Líder Maximo Fidel Castro. Era il gennaio 1998 e non appena sbarcato all’Avana Giovanni Paolo II disse: «Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba». Il Papa chiedeva per la Chiesa la possibilità di svolgere la sua missione e la libertà di educazione, chiedeva maggiore libertà per il popolo. Ma anche la fine dell’embargo Usa. Dopo la visita di Wojtyla, Fidel Castro ristabilì il Natale come festa civile. 

Nel marzo 2012 era Benedetto XVI il secondo Papa a metter piede nell’isola. Fidel non era più in sella, il Paese era guidato dal fratello Raul. Ratzinger incontrò il Líder Maximo nella nunziatura, conversando con lui e Castro chiese consiglio su qualche buona lettura da fare. Dopo la visita di Benedetto XVI, Raul concesse il Venerdì Santo come festa civile. Con l’arrivo di Francesco, il primo Papa latinoamericano, i rapporti si intensificano. Il Papa che parla così spesso dei poveri e degli ultimi e prosegue sulla linea dell’approccio multilaterale ai problemi del mondo seguita dalla diplomazia vaticana, diventa un interlocutore. In un’epoca in cui per molti, a vari livelli, le parole «dialogo» e «diplomazia» sono l’equivalente di buonismo e inconcludente arrendevolezza, quando non sono considerate alla stregua di parolacce, il messaggio che giunge dalle Americhe con il disgelo tra gli Usa e Cuba è significativo. 

Papa Francesco parla della diplomazia come di un «un lavoro di piccoli passi» che avvicina i popoli e semina fratellanza e pace. Il disgelo con gli Usa avviene perché sia Raúl Castro che Barack Obama sono pronti. Serve però un terreno neutro e qualcuno a cui riferirsi. Francesco dice sì. Per mesi, nel più stretto riserbo, avvengono trattative all’ombra del Cupolone di San Pietro, propiziate dalla diplomazia vaticana guidata dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. 

Negli ultimi anni si erano moltiplicate le visite di esponenti vaticani a Cuba, a partire da quelle dell’allora Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Inoltre, Papa Francesco ha tra i suoi più stretti collaboratori ecclesiastici che sono passati per l’Avana: il cardinale Prefetto della Congregazione del clero, Beniamino Stella, è stato nunzio nell’isola caraibica. Lo stesso ha fatto il Sostituto per la Segreteria di Stato, Angelo Becciu. 

I viaggi dei Papi, le messe celebrate nella Plaza de la Revolución avendo sullo sfondo la gigantografia luminescente di Che Guevara, e l’impegno della Chiesa cattolica cubana hanno favorito il dialogo tra le parti e il dialogo nelle comunità. Nel settembre 2015, durante la prima tappa del viaggio a Cuba e negli Stati Uniti (Francesco ha voluto entrare negli Usa attraverso la porta di Cuba), il Papa ha incontrato Fidel Castro, questa volta nella sua abitazione, insieme ai suoi familiari. Come abbiamo ricordato, nel 2012, al termine dell’incontro con Papa Ratzinger, Castro aveva chiesto al Pontefice consigli su qualche libro da leggere. Francesco se l’era ricordato e aveva portato in dono a Fidel due libri di don Alessandro Pronzato, prete esperto di catechesi: il primo, intitolato La nostra bocca si aprì al sorriso. Umorismo e fede, è dedicato al buon umore e all’allegria come componenti importanti della vita spirituale; il secondo è intitolato Vangeli scomodi. Inoltre, il Papa gli aveva regalato un libro e due CD con le omelie di padre Armando Llorente, il gesuita morto in esilio a Miami che Castro aveva avuto come insegnante nel collegio di Belén, nonché i testi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium e dell’enciclica Laudato si’. 

Tra i temi della conversazione c’erano la salvaguardia dell’ambiente e «i grandi problemi del mondo contemporaneo». Castro aveva raccontato a lungo del suo passato di studente alla scuola dei gesuiti e di quanto lo facessero lavorare. Quindi aveva offerto al Pontefice il libro Fidel y la Religión, con una dedica personale: «Per Papa Francesco in occasione della sua fraterna visita a Cuba».  

Certo, a Bergoglio, come ai predecessori non era stato concesso di avere incontri con i dissidenti. Ma Francesco aveva precedentemente ricevuto in Vaticano la vedova del dissidente cubano Oswaldo Payá, morto in un sospetto incidente d’auto nel luglio 2012. I tre ultimi Papi hanno dunque cercato di favorire la transizione cubana e la lenta apertura del Paese, preferendo il dialogo, la pazienza e la politica dei piccoli passi. 

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