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Dall’Internazionale socialista all’universalismo di Nenni

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Di Fabio Pizzino 

Pietro Nenni è stato uno statista fortemente interessato ai problemi internazionali sia per cultura politica che per esperienza diretta. La sua è la cultura politica della Seconda Internazionale prima e dell’Internazionale Socialista poi: un legame tra partiti socialisti a livello mondiale, sul piano programmatico e su quello della lotta politica. Anzi, si può dire che il Partito Socialista Italiano fu quello più coerente, tra quelli europei, all’ispirazione programmatica tesa a promuovere un movimento complessivo di liberazione del proletariato mondiale.Basti pensare, ad esempio, alla posizione assunta dal PSI in occasione della Prima Guerra Mondiale e della lotta contro il fascismo: Nenni è tutto all’interno di questa logica “internazionalista” anche per esperienza diretta. Egli, infatti, visse esule in Francia dal novembre 1926 e fino al 1943 vivendo un’epoca politica contrassegnata Oltralpe dal Fronte Popolare tra il 1936 e il 1938, con il Governo di Leon Blum. In quegli anni Nenni fu inoltre combattente nella Guerra di Spagna: un episodio cruciale per la formazione politica di tanti leaders della sinistra italiana (tra gli altri, Palmiro Togliatti e Luigi Longo). Occorre, infatti, ricordare che, per i riferimenti del movimento operaio, la Costituzione della Repubblica Spagnola del 1931 fu motivo di ispirazione per la nostra Assemblea Costituente, con particolare riferimento ai principi fondamentali ed all’impostazione regionalista data poi all’Italia repubblicana.
Pietro Nenni ritratto al tempo della guerra civile spagnola
Pietro Nenni ritratto al tempo della guerra civile spagnola
L’esilio in Francia e la Guerra di Spagna divengono, pertanto, per Pietro Nenni i fondamenti della sua esperienza politica e ne condizioneranno inevitabilmente l’azione, in Italia, negli anni della Ricostruzione e della Repubblica. Proprio negli anni 1973-1979, oggetto dell’ultimo volume dei Diari, avvennero cambiamenti a lungo attesi proprio nel paese iberico. Nel 1975 muore Francisco Franco e si avvia un complicato percorso per il ritorno alla democrazia; nel dicembre 1976 Nenni torna in Spagna dopo 37 anni, per partecipare ai lavori del Congresso del risorto PSOE, a Madrid. Ricorda alla data del 5 dicembre 1976:
Sono passati quant’anni di una dittatura severa, implacabile. Ma la sinistra è di nuovo in piedi. L’emozione fa corpo con la speranza della ricostituzione della sinistra. Stasera è arrivato Willy Brandt. Mi dice che incontrerà il Re, e risponde alle mie rimostranze. Dice: “Ci sono due presenze che qualificano il congresso: la tua e la mia”. Ma la mia in senso repubblicano
Dalle pagine dei Diari emerge come Nenni non avesse colto quanto stava realmente accadendo in Spagna: la transizione era stata infatti largamente preparata dall’establishment politico ed il Re Juan Carlos rappresentava il vertice di un ricambio generazione teso ad escludere proprio il ceto politico direttamente coinvolto nella guerra civile, dall’opera di ricostruzione della democrazia. Il mantenimento di una pregiudiziale contro la monarchia, in quella precisa fase storica ed in quelle condizioni, era improponibile e Brandt, viceversa, lo aveva perfettamente intesoaffiancando in tal senso i giovani leaders del PSOE nella apertura all’istituzione monarchica.
Al contempo, il periodo trattato nei Diari recentemente pubblicati per la prima volta sono anche quelli della fine della Guerra in Vietnam, con la vittoria del regime comunista di Hanoi. La sempreverde penna giornalistica del romagnolo annota alla data del 30 aprile 1975:
Il Vietnam è un esempio esaltante della forza di resistenza che un piccolo popolo può sviluppare se è deciso a tutto. Da questo punto di vista, può darsi che le difficoltà che lo attendono sul piano della vita civile siano altrettanto pesanti di quello, che ha dovuto affrontare in guerra. Come il Sud potrà ritornare all’austerità del Nord, dopo essere stato contagiato e corrotto dal benessere e dal consumismo americano? Come Saigon, ribattezzata Ho Chi Minh, potrà allinearsi alla severa Hanoi?
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La posizione del quotidiano socialista
Anche queste considerazioni fanno emergere una radicata concezione anticapitalistica che non ha avuto, poi, riscontro negli sviluppi storici successivi del paese asiatico.Tuttavia queste preoccupazioni sulla salvaguardia della “purezza” rivoluzionaria del regime di Hanoi ci restituiscono, ancora una volta, la coerenza di Pietro Nenni in tutto l’arco del suo impegno politico ed una visione, se vogliamo, romantica di alcuni fenomeni internazionali del XX secolo.Ascoltiamo a questo riguardo le sue riflessioni in occasione della morte di Mao Zedong ed il suo giudizio sulla rivoluzione culturale. Scrive Pietro Nenni alla data del 9 settembre 1976:
La rivoluzione culturale tra il 1966 e 1969 era stata opera sua. Essa occupava nel suo pensiero ciò che l’epurazione fu negli anni trenta in Unione Sovietica con Stalin e con milioni di morti. Per Mao la rivoluzione culturale è stata il mezzo per liberare la rivoluzione delle incrostazioni burocratiche, militari poliziesche che la soffocavano. Ciò che è stato caratteristico in Mao è la fiducia nell’uomo , è la prevalenza della politica sulla tecnica e sulla economia, è la nozione dell’uomo. Liberare l’uomo per liberare l’umanità.
Cosa sia stata in realtà la Rivoluzione Culturale, ben lo spiega l’odierna storiografia cinese: una immane tragedia, una guerra civile tra opposte fazioni, con un numero imprecisato di vittime che, peraltro, ritardò di diversi anni l’avvio di un autentico progresso economico e sociale della Repubblica Popolare. Oggi, tuttavia, non possiamo attribuire all’ormai anziano diarista l’erroneità di certi giudizi: il contesto storico era diverso e nessun osservatore poteva prevedere con certezza gli esiti del confronto internazionale allora in atto. Rimane il fatto che negli anni della Repubblica, a differenza di una classe politica poco interessata alle tematiche internazionali, Pietro Nenni era un leader riconosciuto a livello mondiale, per la sua storia politica nella lotta contro il fascismo e per il suo ruolo nel movimento operaio internazionale. Egli era inoltre un interlocutore privilegiato, capace di tessere sottile trame e con la nomenclatura del blocco orientale, e con l’Ovest e, infine, con quel movimento dei paesi non allineati che, all’epoca, aveva un considerevole spessore.

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