Ecco come i Servizi segreti italiani fanno la guerra a Isis

Ecco come i Servizi segreti italiani fanno la guerra a Isis

Di Stefano Vespa
Lo hanno detto tutti e chiaramente: il rischio di nuovi attentati terroristici, in Italia e in Europa, è molto alto. Foreign fighters che tornano dai teatri di guerra, l’Isis che perde terreno e che potrebbe rifarsi mettendo all’opera le cellule all’estero, l’ipotesi di un attacco multiplo, i soliti lupi solitari: l’allarme viene dalle intelligence italiana e francese ed è il principale elemento emerso dal convegno su “Il terrorismo di matrice confessionale: caratteristiche della minaccia e strumenti per la prevenzione e il contrasto in ambito internazionale” organizzato dall’Arma dei Carabinieri.
La prevenzione resta l’arma fondamentale, a cominciare dalle carceri. Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri ha fornito dati interessanti: sono 371 i detenuti islamici sotto controllo perché a rischio radicalizzazione, divisi in tre categorie di allarme crescente: “I monitorati sono 167 – ha detto Ferri – , gli attenzionati sono 67 e i segnalati 137. Sono 34 le persone espulse a fine pena”. E a questo proposito, nelle stesse ore del convegno il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, annunciava altre due espulsioni: sono 127 da gennaio 2015, di cui 61 quest’anno. Operazioni fondamentali, ma che non bastano. “Lo scenario globale cambia in continuazione – ha detto il generale Tullio Del Sette, comandante dell’Arma, inaugurando il convegno – e abbiamo creato delle unità speciali” riferendosi alle Uopi della Polizia, alle Api e Sos dei Carabinieri, una via di mezzo tra le forze speciali e le normali pattuglie per un intervento immediato in caso di attentato.
Il prefetto Alessandro Pansa, direttore del Dis, non ha nascosto il “rischio incombente che si può concretizzare in ogni momento” derivante dal ritorno dei foreign fighters, rischio che aumenta con il perdere terreno da parte dell’Isis sui teatri di guerra, “anche se in Italia non abbiamo grandi presenze di questo ritorno”. Sappiamo che i terroristi puntano ai cosiddetti “soft target” piuttosto che agli obiettivi strategici, più protetti, perché colpire un soggetto indifeso ha un effetto “più terrificante”. Ma Pansa è stato molto diretto nell’escludere la possibilità di un’“intelligence europea”: “Il nostro lavoro è la sicurezza nazionale. E’ evidente che la minaccia jihadista non si può combattere ognuno per sé, quindi occorre allearsi, ma su uno specifico dossier. Se cambiamo dossier, quel Paese potrebbe non essere amico, ma nemico: è difficile immaginare un’attività congiunta globale”.

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