L’ultima sfida del Veneto: “Dialetto anche a scuola e posti riservati nel pubblico”

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Di Davide Lessi

Qualcuno già parla di Venexit, facendo il verso all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. Ma nelle intenzioni dei promotori il modello è un altro: il Sud Tirolo e l’autonomia del Trentino Alto Adige. Fatto sta che a Venezia il Consiglio regionale ha votato una proposta di legge per il riconoscimento del popolo veneto come «minoranza nazionale». Una norma votata a maggioranza: 27 favorevoli (Lega, Lista Zaia e tre consiglieri tosiani), 16 contrari e cinque astenuti. 

I punti della legge  
«Miriamo a vedere riconosciuti ai veneti gli stessi diritti assicurati agli altoatesini o ai trentini, ai quali sono garantiti dallo Stato italiano risorse e mezzi per tutelare le minoranze di cultura tedesca, ladina, cimbra», esulta il relatore leghista Riccardo Barbisan. Il provvedimento, che per molti ha forti dubbi di costituzionalità, non riguarda solo il bilinguismo. Oltre alla possibilità del rilascio di un patentino di veneto e all’ipotesi della cartellonistica in due lingue, la legge 116 apre la strada all’insegnamento del dialetto anche a scuola. Altro non sarebbe che l’applicazione della Convenzione quadro europea per la tutela delle minoranze, come i rom. Ma c’è dell’altro: «Mezzi di comunicazione ad hoc come giornali e tv e posti riservati nella pubblica amministrazione», sostiene Loris Palmerini, presidente dell’istituto di lingua veneta ed estensore materiale della proposta di legge votata martedì sera da Palazzo Ferro Fini. Posti negli uffici pubblici in base alla «veneticità», dunque? «Sì, il modello è quello del Sud Tirolo», rivendica Palmerini, che nella relazione allegata alla proposta di legge parla anche di «controllo dei flussi migratori» (sic, ndr). «Il senso è che un prefetto non può fare quello che gli pare – spiega ancora Palmerini - se sta colonizzando un territorio con decine di migranti, i sindaci devono rivendicare i loro diritti di minoranza nazionale discriminata». Sia chiaro: questo provvedimento resta sulla relazione allegata, ma ben inquadra lo spirito in cui nasce.  

“Noi paghiamo e non riceviamo nulla”  
Per capire cosa s’agita a Nord-Est vale la pena ascoltare le parole di Riccardo Szumski, sindaco di Santa Lucia, uno dei quattro Comuni (Grantorto, Resana e Segusino gli altri) che hanno formalmente proposto la legge al consiglio regionale. «Guardi, poche balle, la situazione è questa: la mia comunità paga 33 milioni di Irpef e Iva che vanno allo Stato, in cambio non riceviamo niente, o quasi». Sembra di risentire il mantra di Matteo Renzi contro l’Europa. Solo che lo scontro qui è tra Veneto e l’odiata burocrazia romana. Insomma, il bilinguismo sembra c’entrare poco. «Il problema non è insegnare la lingua veneta a scuola, quello è un atto simbolico – spiega ancora il sindaco -. La verità è che siamo in mezzo a due regioni autonome, Friuli e Trentino, e chiediamo anche noi più competenze e potenzialità di sviluppo per il nostro territorio». 

Il sacco del Nord-Est  
«Il tema della ripartizione delle risorse c’è, ma lo strumento della lingua è il modo sbagliato per rivendicarlo». Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova, ne è convinto. «A un veneto l’idea di pagare per i forestali siciliani giustamente non va giù», dice e cita il «Sacco del Nord», libro di Luca Ricolfi sulla giustizia territoriale. «Ma quella della lingua è una pura follia anche perché un solo dialetto scritto non esiste: basta fare un giro in giornata tra Padova e Belluno per capire che le differenze sono enormi». Nessun bisogno di tutelare il veneto, dunque? «Macché, qui è già parlato dalla maggior parte dei cittadini. E non mi sembra siano dei panda, una minoranza in via di estinzione».  

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