L’OPEC e la guerra civile siriana


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Di Michele Crudelini
C’è una linea sottile, a tratti invisibile, che lega il petrolio alla guerra. Nella recente destabilizzazione del Medio Oriente l’oro nero potrebbe aver giocato un ruolo che la maggior parte dei commentatori continua a sottovalutare. Andiamo con ordine. Ieri l’agenzia Bloombergha riportato la notizia del negoziato tra Arabia Saudita e Russia.
Due Paesi che in Siria partecipano al conflitto su schieramenti opposti (la Russia con Assad, l’Arabia Saudita con gli oppositori dell’ancora Presidente) sembrano aver invece raggiunto un accordo riguardo al prezzo del petrolio. Da circa due anni a questa parte, infatti, il prezzo del petrolio è crollato sul mercato, complice l’alto livello di produzione (offerta) rispetto alla domanda dei Paesi importatori. Sembra però che lo scorso 30 novembre i Paesi facenti parte del cartello OPEC, (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) attualmente composta da quattordici Paesi, si siano riuniti a Vienna, sede dell’organizzazione, per arrivare ad un accordo per ridurre la produzione giornaliera del greggio.
Il limite è stato posto a 32,5 milioni di estrazioni giornaliere, il che vuol dire, come riportato dal Corriere, 1,2 milioni di barili in meno rispetto all’attuale produzione. Un accordo fortemente voluto dall’Arabia Saudita che si farà carico di quasi la metà del taglio totale, mentr l’Iran, principale rivale della monarchia saudita, manterrà la produzione a 3,78 milioni di barili al giorno. Dopo l’incontro di Vienna rimaneva da convincere la Russia, che da anni si gioca il primato di primo produttore al mondo di petrolio con l’Arabia Saudita, sulla riduzione della produzione. L’accordo pare essere stato raggiunto grazie a una telefonata notturna tra i due Ministri dell’Energia, Alexander Novak and Khalid Al-Falih. La Russia infine si impegnerà a tagliare 600.000 barili al giorno dalla sua produzione. Il risultato di tutta questa trattativa? Un aumento immediato del prezzo del petrolio. Già nella giornata di ieri ilSole24Ore riportava un aumento del prezzo del greggio sino a 54 dollari al barile, quando nell’ultimo anno non aveva quasi mai superato quota 45. Pare non essere un caso che il crollo del prezzo del petrolio sia crollato proprio negli ultimi due anni e che giusto adesso si sia raggiunto un accordo per porre un freno alla svalutazione, con grande resistenza e scetticismo da parte di Iran e Russia. Lo scorso febbraio 2016 Wall Street Italia parlava di una correlazione esistente tra il prezzo del petrolio e la Guerra civile siriana. “Secondo gli esperti internazionali, il patto tra Russia e Arabia Saudita per calmierare le speculazione al ribasso del greggio ha come secondo fine quello di reperire finanziamenti preziosi dai ricavi petroliferi per poter aiutare le rispettive fazioni rivali nel conflitto siriano.”
Jamie Dorsey, professore di studi internazionali alla Nanyang Technological University di Singapore, così si era espresso per Bloomberg: “Il colmo è che se l’accordo tra Russia e Arabia Saudita ottiene il risultato di stabilizzare o aumentare il prezzo del petrolio, entrambi i paesi avranno fondi extra a disposizione per finanziare la guerra per procura”.
Queste dichiarazioni sembrerebbero dunque confermare la tesi per cui la guerra civile siriana sia strettamente legata all’andamento del prezzo petrolifero. Per meglio comprendere il livello di legame tra questi due fattori occorre ora aggiungere un altro Paese all’interno di questa “contesa”: gli Stati Uniti. Washington è infatti il primo importatore al mondo di petrolio. Dunque insieme a due principali produttori, Arabia Saudita e Russia, gli States sono quelli che più risentono delle conseguenze legate ad un cambiamento delle quotazioni di mercato del petrolio. In particolare gli Stati Uniti, nel ruolo di compratori, hanno avuto grandi benefici per la riduzione del prezzo dei barili negli ultimi due anni.
Il biennio 2014/2016 coincide tuttavia con il massimo sforzo americano nella zona iracheno-siriana. Sono infatti 500 i milioni di dollari investiti dal Pentagono negli ultimi due anni per il programma di addestramento dei ribelli siriani anti Assad, mentre sempre dal 2014 è attiva nel territorio tra Iraq e Siria la coalizione a guida americana per fronteggiare l’Isis. Il ribasso del prezzo del petrolio sembrerebbe così coincidere con un maggiore impegno militare statunitense. Cosa cambia ora con l’aumento del prezzo? Come riportato da Al Jazeera, la conquista di Aleppo da parte delle truppe di Assad è questione di giorni e rappresenterebbe un importantissimo passo verso la riconquista del resto del Paese. L’accordo dell’OPEC cade, non a caso, in questo preciso momento. “Sauditi e turchi non possono permettersi di perdere Aleppo”, così riportava Wall Street Italia, e infatti l’aumento del prezzo del petrolio garantirebbe alle monarchie del Golfo un aumento di considerevole di entrate, che potrebbero essere strategicamente spostate nel settore militare. L’Arabia Saudita potrebbe quindi intensificare il proprio sforzo nel supporto al fronte anti Assad. Mentre l’Iran, nonostante anch’esso godrà dei benefici effetti dell’aumento del prezzo del greggio, ha appena subito il rinnovamento delle sanzioni economiche americane ai propri danni. Anche in questo caso tempismo perfetto. L’aumento del prezzo dei barili di petrolio sembra poi confermare anche la nuova linea di politica estera della Casa Bianca. Un maggiore sforzo dei sauditi potrebbe coincidere con un graduale disimpegno americano e la loro volontà di accrescere la produzione interna piuttosto che dipendere dalle importazioni. Gli accordi OPEC sembrano dunque delineare il nuovo scenario geopolitico mediorientale.
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