Il grande gioco del petrolio

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Di Ivan Giovi
Pare che la “guerra dei prezzi” cominciata dai Sauditi nel lontano 2014 sia arrivata al termine: è finalmente giunto l’accordo, dopo il fallimento del summit di Doha, tra i paesi del cartello OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) e 14 paesi non OPEC a inizio dicembre dove si è deciso definitivamente un netto taglio alla produzione di greggio. La notizia ha subito provocato un netto rialzo dei prezzi in borsa, che secondo gli analisti si attesteranno stabilmente sui 60 dollari al barile circa per tutto il 2017. Per capire però quello che sta succedendo dobbiamo fare un passo indietro e comprendere le motivazioni dell’inizio di questo conflitto. La causa scatenante viene attribuita all’aumento dell’estrazione tramite fracking negli USA, pratica che permette di estrarre il petrolio in zone rocciose utilizzando acqua ad altissima pressione per rompere le rocce. Questa tecnica non è nuova, è un’invenzione degli anni ’40 che essendo molto costosa si è diffusa soltanto quando la quotazione del petrolio al barile ha iniziato ad aumentare vertiginosamente, ovvero dall’inizio degli anni ‘70 con i primi shock petroliferi. Questa tecnica, molto usata a partire dai primi anni Duemila dalle imprese petrolifere sul suolo USA, ha permesso agli Stati Uniti di raggiungere e superare i maggiori estrattori di greggio, ovvero Arabia Saudita e Russia nel giro di qualche anno.
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Schematizzazione della tecnica Fracking, un misto di acqua e sostanze chimiche fratturano le rocce per portare in superficie il greggio.
I Sauditi, intimoriti dal non essere più “l’ago della bilancia” della politica economica mondiale in materia di petrolio, hanno deciso di rispondere al fuoco: sfruttando i loro enormi giacimenti e in tal modo aumentando l’offerta, abbattendo i prezzi e trascinando al ribasso le quotazioni in borsa dell’oro nero e, di conseguenza, le quotazioni delle principali aziende americane del settore come la Exxon, la Chevron e la Halliburton. Questo per tagliare le gambe e rendere antieconomica l’estrazione del petrolio tramite ilfracking, che alcuni analisti considerano profittevole ad almeno 60 dollari al barile. La tecnica in questione è stata altamente remunerativa fino al 2008 quando il greggio è arrivato a toccare i 150 dollari per ogni barile e, dopo un breve stop dovuto alla crisi, fino al 2014 quando i prezzi superavano i 100 dollari al barile. Negli ultimi tempi, con il prezzo del greggio arrivato ad attestarsi anche al di sotto dei 30 dollari al barile, le aziende Americane dello shale-oil (così è chiamato il petrolio ottenuto dalle tecniche di fracking) hanno registrato una grave crisi. È per questo che Washington ha risposto raggiungendo un accordo per la questione nucleare con Teheranfacendo infuriare i Sauditi e confermando peraltro la loro poca strategia negli affari. Infatti, stringendo l’accordo, la comunità internazionale ha ritirato le sanzioni all’Iran permettendogli di rientrare sul mercato del petrolio, aumentando ancora la quantità prodotta e abbassandone ulteriormente il prezzo.
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Veduta dall’alto di Riyad, capitale Saudita, il cui simbolo è la Kingdom Tower il grattacielo più alto dell’Arabia Saudita con i suoi 302 metri di altezza.
Questo è andato avanti fino a che è stato sostenibile. Tuttavia, Russia e Venezuela (quest’ultimo membro dell’OPEC), le cui economie dipendono fortemente dall’esportazione di materie prime, hanno cominciato a spingere per un accordo sul rialzo dei prezzi dopo il fallimento del summit di Doha tra i paesi del cartello OPEC per far fronte al crollo dei profitti legati alle attività di estrazione. Soprattutto la Russia che non poteva fronteggiare a lungo i bassi prezzi del greggio, viste le sanzioni della comunità internazionale già presenti contro il Cremlino.
L’accordo attuale, stipulato a fine novembre a Vienna ed esteso a 14 paesi non facenti parte del cartello a inizio dicembre, prevede una diminuzione della produzione da 33.7 a 32.5 milioni di barili giornalieri. I mercati da subito sono andati in fibrillazione per la notizia, il greggio ha chiuso il 2016 con una quotazione di 56 dollari al barile, che è rimasta stabile in questi giorni, ma che verosimilmente è destinata ad aumentare in caso di mantenimento delle promesse nell’accordo. È purtroppo un classico dell’OPEC declamare promesse che regolarmente non vengono mantenute dai paesi che fanno parte del cartello. Eppure, questa volta sembra tutto meno prevedibile del solito, perché l’Arabia Saudita necessita davvero di un aumento del prezzo del petrolio; infatti, dalla sua fondazione non era mai accaduto che dovesse emettere buoni del tesoro per finanziare il suo disavanzo, come è accaduto nel 2015 per colpa dei bassi profitti derivati dall’industria petrolifera (che la ha poi portata a lanciare a inizio 2016 il piano Saudi Vision 2030un piano alternativo per svincolarsi gradualmente dall’industria petrolifera).
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Saudi Vision 2030, piano massiccio di investimenti su diversi settori dell’economia tradizionalmente marginali dal punto di vista energetico, che ne ridurrà gradualmente la dipendenza economica dall’oro nero.
L’intesa è stata resa possibile dall’intervento di Mosca, che ha spinto sull’acceleratore dell’accordo facendosi garante per l’alleato Teheran di una considerevole riduzione nelle estrazioni. La sola Russia diminuirà le sue estrazioni di 300mila barili al giorno, mentre il paese che subirà maggiormente la riduzione di produzione sarà la stessa Arabia Saudita con 486mila barili giornalieri, così da permettere a Libia, Nigeria e Iran di poter tornare alla loro produzione ottimale, vale a dire al livello di produzione registrato prima delle guerre civili in Nigeria e Libia e prima delle sanzioni internazionali verso l’Iran che ne hanno limitato l’estrazione e la vendita. Sono stati evidentemente gli interessi russi a rendere possibile questo accordo, ripianando la diatriba che si era presentata nel corso del summit di Doha tra gli Ayatollah iraniani e il regime wahabita di Riyadh. L’Arabia Saudita non voleva essere l’unica a sobbarcarsi tutti i tagli produttivi e sarebbe stata disposta ad accettare una riduzione se anche l’Iran avesse accettato la stessa posta; condizione che Teheran non aveva alcuna intenzione di accettare, perché fresca della revisione delle sanzioni nei suoi confronti.
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Putin il grande mediatore, anche questa volta la Russia si è dimostrata il miglior interlocutore per le controversie internazionali, riducendo ancora il peso di Obama nella regione.
C’è da dire che la rivalità tra Iran e Arabia Saudita ha radici storiche ed è sfociata ormai in parecchi campi militari: in Yemen, dove l’Iran sovvenziona i ribelli Yemeniti Houthi mentre i Sauditi hanno dato sostengo militare al Regime Yemenita del presidente Hadi loro alleato e in Siria, dove insieme a Mosca, Teheran sostiene il Regime di Bashar al-Assad mentre Riyadh finanzia segretamente molti gruppi Jhiadisti anche tra i più estremi (hanno fatto più volte scalpore le pesanti accuse del Presidente Siriano nei confronti dell’Arabia Saudita di finanziare il sanguinolento stato islamico ISIS). Il tutto passando anche dal campo economico, dove la guerra dei prezzi pensata in funzione anti-shale oil ha funzionato benissimo anche per limitare i profitti dell’Iran (appena rientrata nel mercato dopo le sanzioni), con cui finanziava le battaglie contro la stessa Arabia Saudita. La rivalità tra le due potenze, cominciata dal profilo religioso (l’Arabia Saudita è il principale paese islamico Sunnita, l’Iran è il principale paese islamico Sciita), si sta estendendo fino a diventare uno scontro diretto per il ruolo di paese islamico di riferimento della regione e questo si è dimostrato tale anche nel raggiungimento dell’accordo OPEC sul prezzo del petrolio.
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Paesi membri dell’OPEC.
Il rialzo dei prezzi definito dal cartello porterà sia svantaggi che vantaggi. In Europa non sarà accolto come una buona notizia; la continua caduta libera dell’euro nei confronti del dollaro, dovuta anche all’annuncio della Yellen di rialzo dei tassi USA, porterà ad un forte aumento del prezzo della benzina alla pompa e probabilmente ad un aumento generalizzato del costo di prodotti che utilizzano la materia prima. Ergo, inflazione. Viste le condizioni in cui ancora grava il continente, in cui il tasso di crescita del PIL rimane sotto la soglia del 2% (la Commissione Europea prevede +1.5% per il 2017 nella zona Euro), è lecito ipotizzare il ritorno ad una situazione di stagflazione, cioè stagnazione mista a inflazione, come negli anni ’70.
In America invece la notizia è stata accolta con grande fervore dal mercato; si temeva infatti da qui a poco tempo lo scoppio della “bolla dello shale-oil”. Fino al 2014 c’è stata una vera e propria “corsa allo shale”: piccole imprese e grandi gruppi si sono lanciati in questa nuova forma di corsa all’oro con investimenti (e debiti) di dimensioni colossali, che ora non sono più sostenibili. Tutti gli impianti di fracking sono finanziati a debito per il loro enorme costo di avviamento e i debiti contratti hanno come garanzia i futuri ricavi generati dai nuovi pozzi. Il basso prezzo del petrolio costringe però le imprese a sospendere i nuovi investimenti e le esplorazioni per i nuovi giacimenti, rendendo le garanzie quasi inutili e aumentando le sofferenze sui prestiti già emessi, provocando in tal modo una spirale finanziaria negativa, in pieno stile americano. Gli investitori, infatti, hanno scommesso fortemente sullo shale-oil chissà con quali leve finanziarie, comprando titoli di protezione dei ricavi futuri che obbligano a comprare a 100 e più dollari un barile che oggi si paga la metà. Oltretutto va considerato che l’aumento dei prezzi provocherebbe la riapertura dei giacimenti chiusi e quindi a un nuovo aumento della produzione che riassorbirebbe l’incremento dei prezzi, portando nuovamente lo shale-oil ad essere fuori mercato: un cane che si morde la coda, arrivando prima o poi a mordere la bolla che esploderà lasciando qualcuno con il cerino in mano.
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Foto di un impianto di perforazione per l’estrazione tradizionale.
Lo scoppio di una nuova crisi negli USA comprometterebbe la traballante situazione mondiale di lieve ripresa, senza contare le ripercussioni sulla stabilità nella regione mediorientale; infatti, la tenuta dei regimi islamici dipende molto dalle finanze pubbliche e dagli introiti derivanti dal petrolio. Questi introiti sono decisamente fondamentali nella regione (come dimostra il fatto che il principale metodo di finanziamento dell’ISIS siano proprio i giacimenti conquistati dalle milizie dello stato islamico tra la Siria e l’Iraq), perché risultano essere la principale fonte di reddito ad altissima profittabilità. È per questo che i paesi produttori (a parte Iran, Libia e Nigeria) chiedevano a gran voce di stipulare l’accordo. Dal punto di vista politico, tra l’altro, questo è un chiaro colpo di fortuna di cui godrà il neo eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che si è sempre dichiarato a favore della tecnica del fracking e a favore di fonti energetiche fossili invece che rinnovabili.
Staremo a vedere se i paesi dell’OPEC e i paesi non OPEC firmatari del trattato rispetteranno i patti o si accontenteranno dell’aumento delle quotazioni derivanti dall’annuncio di stipula dell’accordo, considerando che non è prevedibile il mantenimento dell’euforia borsistica anche dopo che il mercato si sarà reso conto che l’accordo non sarà rispettato. Soprattutto, scopriremo se la bolla del fracking riuscirà ad essere contenuta o scoppierà come nel caso dei mutui subprime del 2007. Sarà nei primi mesi di questo nuovo anno che cominceremo a intravedere come si sbroglierà la matassa.
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