Il misterioso popolo dei Khevsureti

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Di Federico Mosso
Nell’avventura storica che si sta per narrare, le fonti e le testimonianze certe si contano sulla punta delle dita, poco si sa, molto rimane avvolto dal mistero, dando all’indagine un sapore decisamente pionieristico. Come già fatto in passato per La Legione redenta: italiani al confine del mondo Roman von Ungern – Sternberg: l’uomo che volle farsi Khanusiamo la piacevole libertà di raccontare i fatti storici tramite elementi di fiction; che dunque la fantasia sia nostra destriera divertita, tenuta però ben al comando di briglie strette su luoghi, date, situazioni, per essere più possibile verosimile nell’illustrare le incredibili vicende dello strano popolo della regione dei Khevsureti, vissuto per davvero, e che un giorno fa la sua curiosa entrata teatrale nella città georgiana di Tbilisi.
È una splendida giornata di sole primaverile quel mercoledì del 28 aprile 1915, nel capoluogo della Gubernija di Tbilisi, governatorato imperiale della casa di Russia, situato nella parte occidentale dell’attuale Georgia. Dalla terrazza della Brasserie Lyon si gode di un buon panorama sul ponte Mshrali Khidi, costruito a metà del XIX secolo dall’architetto italiano Giovanni Scudieri, fino all’antico quartiere di Metekhi dove le case s’ammassano lungo le rumorose e vivaci strade del bazar tataro, e cingono d’assedio la chiesa ortodossa dell’Assunzione che si erge sulla scogliera a picco sul fiume Mtkvari; quello è un luogo leggendario, Vakhtang I Gorgasali detto testa di lupo, eroe canonizzato contro i persiani sasanidi, costruì la prima chiesa, mentre quella che si vede oggi è stata edificata nel XIII secolo dal re santo Demetrio II di Georgia, conosciuto come il Devoto, condottiero poligamo a cui i mongoli staccarono la testa.
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Il traballante confine caucasico tra Impero Russo e Sublime Porta
La Brasserie Lyon, il miglior ristorante di Tbilisi dopo quello del Grand Hotel “Kavkaz”, è frequentato da notabili, funzionari del governatorato, ufficiali russi, signore della buona società georgiana, aristocratici della vecchia corte del regno caduto in disgrazia di Cartalia-Cachezia, e in special modo, da stranieri dell’Ovest, diplomatici, imprenditori e militari in missione. Al tavolo con la tovaglia bianca sulla terrazza, imbandito di agnello al dragoncello in agrodolce, tacchino Chakhokhbili in salsa di pomodoro e vino francese di Borgogna,  siedono in allegria il capitano di cavalleria Aleksandr Viktevic, che parla un ottimo italiano, il tenente italiano di collegamento Enrico Ferrero e le due sorelle Nikoladze, allegre figlie del ricco proprietario terriero Besarion Nikoladze, disinvolte sensuali birbone, molto conosciute in città.
Il gigantesco fronte orientale della Grande Guerra trema tra avanzate e ritirate, ma lontano, al di là del Mar Nero, e in Polonia contro tedeschi e austro-ungarici; molto più vicino è invece il settore bellico del Caucaso. La linea russo-turca corre da Trebisonda alla Persia e il Mar Caspio, due imperi decrepiti duellano, quello dello Zar “per grazia di Dio” Nicola II contro la Sublime Porta in rovina del sultano Maometto V. Quella primavera l’iniziativa dei russi vincitori nella battaglia di Sarıkamış  – episodio che segna una durissima batosta alle forze ottomane – riprende vigorosa nell’area del lago di Van e dell’omonima città, in soccorso alle forze armene assediate dai turchi, nel preludio di quello che sarà poi il genocidio armeno. Nell’esercito ottomano c’è anche un venezuelano, Rafael de Nogales Méndez, una specie di Lawrence d’Arabia dall’altra parte della barricata, al servizio del sultano e decorato dal kaiser Guglielmo, un avventuriero, un poliglotta, uno scrittore, un cercatore d’oro, un cowboy, una spia, un golpista, un esagitato che ha combattuto una mezza dozzina di guerre in tre continenti diversi. Ma lasciamo Rafael ad un’altra indagine, salutiamolo mentre ispeziona le batterie d’artiglieria puntate sulle linee difensive di Van; credetemi, in quanto a stravaganza, la nostra storia non è da meno.
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