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IL RISCHIO DEL RADICALISMO ISLAMISTA NELLE CARCERI ITALIANE

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Il pericolo radicalizzazione nelle carceri

Di Michel Dessì

Nelle carceri italiane il rischio di radicalizzazione è alto. È per questo che Andrea Orlando, ministro della Giustizia, ha pensato bene di istituire il primo corso di islamologia per gli agenti della polizia penitenziaria obbligati a vivere a stretto contatto con i musulmani rinchiusi nelle nostre prigioni.
Sono circa 11mila i detenuti stranieri presenti nelle 190 carceri italiane. Di questi, circa 7500 sono praticanti. 3500, viceversa, sono lontani dalla fede. Tra i praticanti sono rinchiusi anche 150 imam. Circa 20, invece, sono quelli che entrano nelle carceri per indottrinare i “fratelli” musulmani. Lo scopo è proclamare la jihad all’interno delle 70 moschee di fortuna allestite in prigione. Si tratta perlopiù di stanze adibite a luoghi di preghiera. Si sa, per i musulmani è fondamentale rivolgersi quotidianamente verso la Mecca. Meglio se guidati da un “maestro”. Il salàt, cioè la preghiera islamica, deve essere eseguita perfettamente. In modo canonico. Ed è a questo che serve l’imam.
A pregare cinque volte al giorno ci sono anche i 170 detenuti sottoposti a specifico monitoraggio. 80, sono attenzionati, 125, invece, segnalati. Per un totale di 375. Ma il numero, secondo ilGiornale, è da raddoppiare. Gian Micalessin, infatti, sottolinea come ai 375 detenuti islamici bisogna aggiungere i 400 rilasciati per decorrenza dei termini, ma identificati come i “figli” di quel processo di estremizzazione che vede normali detenuti di fede musulmana trasformarsi in convinti jihadisti.
I soggetti detenuti per reati di terrorismo internazionale nelle prigioni di Rossano, Rebibbia, Torino, Tolmezzo, Sassari, Nuoro, Lecce, Brindisi e Benevento, invece, sono 45. Rinchiusi in penitenziari classificati come AS 2, ovvero, nel circuito di alta sicurezza. Che, secondo il Sappe, non viene garantita. Le notizie che arrivano dalle carceri vengono raccolte dal NIC, il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria che, a sua volta, fa parte del CASA, il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, presieduto dal direttore centrale della polizia di prevenzione, di cui fanno parte tutte le forze di polizia ed i servizi segreti.
Il compito di istruire gli agenti, affinché possano imparare a riconoscere fra i detenuti atteggiamenti di proselitismo e radicalizzazione, è stato affidato all’ex vice presidente nazionale dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, Youssef Sbai. Musulmano di origine marocchina. È così che lo Stato cerca di intercettare e stroncare ogni forma di proselitismo che avviene, molto spesso, nelle carceri. Ma basterà?

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