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Perché le bufale hanno successo

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Di Antonio Preiti
Sulle bufale o "fake news" si discute molto per l'ovvia ragione che si tratta di falsità e di un metodo che inquina il dibattito pubblico, crea opinioni distorte e genera sentimenti che, per affermarsi hanno bisogno, come un doping, dell'elemento falsificatore. Quel che meno ci si domanda è perché hanno successo. Perché riescono a ottenere addirittura più diffusione delle notizie vere.
Teoricamente una notizia vera e una notizia falsa dovrebbero avere almeno le stesse chance di successo, ma accade che quelle false, ben confezionate, abbiano un successo di gran lunga superiore. Nelle recenti elezioni americane abbiamo avuto 8,7 milioni di condivisioni su facebook di notizie fake e 7,3 milioni di condivisioni di notizie vere. Vediamo come svelare il mistero del successo, ancora più importante rispetto alla stessa loro falsità.
Bisogna fare attenzione a come percepiamo le notizie.
1. Siamo, ognuno di noi, immersi in una nuvola informativa che produce ogni istante, e dovunque, materiale informativo di ogni genere. Prima l'informazione aveva i suoi canali prefissati: i giornali e la radio all'inizio, poi la televisione; adesso tutto è cambiato, con i social media che diffondono informazioni ovunque e di chiunque. Prima l'informazione era selezionata alla fonte (nel bene e nel male) e il resto era audience. La novità è la circolarità dell'informazione, perché anche se la fonte fosse selezionata (e non lo è più, in buona parte), sarebbe quasi irrilevante, perché è l'audience che ne decide il destino, condividendo o meno quel che arriva ai loro occhi. Perciò in alto la selezione è sempre meno frequente e nel basso prevale il filtro interpretativo del pubblico.
2. La nostra reazione alle notizie è quella che Kahneman (Nobel per l'economia e grande conoscitore dei meccanismi di cognizione) definisce del "sistema 1", cioè rapida, automatica, spontanea; raramente si accede al "sistema 2", quello raziocinante, che controlla i dati, compara ipotesi differenti, verifica la credibilità. In sostanza, quando vediamo una notizia abbiamo un sistema percettivo che tende a dare reazioni rapide e non si fa troppe domande. Il pensiero veloce è sufficiente, quello lento lo riserviamo a altre questioni e tendenzialmente cerchiamo di usarlo il meno possibile, perché costa tempo, fatica, energia. Chi confeziona notizie false questo lo sa bene.
3. Se questa è la modalità della percezione, quello che determina il successo di una notizia non è (soprattutto) la sua completezza, o la sua veridicità (anche perché ciò che vediamo è l'unica cosa che sappiamo), ma la sua coerenza. La notizia dev'essere un tutto pieno, cioè non deve lasciare dubbi, incertezze, parzialità, come il mondo reale lascia. Per entrare in quella che si chiama fluidità cognitiva (cioè per entrare nel nostro mondo senza ostacoli, senza vincoli e senza incertezze) più "coerente" sarà la notizia, più facile verrà percepita come vera. La sensazione di familiarità di una notizia (la sua verosimiglianza apparente) si confonde con la verità. Più coerente sarà, più vera sembrerà.
4. Qual è l'elemento fondamentale della fluidità cognitiva? La coerenza della notizia con il bias (il pregiudizio) che alberga in ciascuno di noi e che, per esempio, ci aiuta a non dover a ogni istante analizzare e rianalizzare quanto vediamo e ci accade. Il punto è che cerchiamo (spesso, sempre?) le notizie che confermano le nostre concezioni, appunto i nostri pregiudizi (cioè i giudizi acquisisti e dati a noi stessi come veri) e non analizziamo (se non raramente) le notizie per farci poi un'opinione. In sostanza, se un personaggio politico ci è antipatico, non cercheremo conferma di una eventuale cattiva notizia che lo riguardi, la diamo per acquisita e basta. Anzi, proprio per questa ragione, la condivideremo e la diffonderemo, quanto più sarà coerente con il nostro sistema di credenze.
5. Questo meccanismo di auto referenza è portato all'estremo da alcuni fondamentali cambi nei comportamenti: se prima avevamo un giornale, potevamo ancora leggerne un altro e comunque avevamo tempo e modo per riflettere sulla notizia. Questo è ancora possibile, anzi è più facile, con internet, ma quel che ha cambiato tutto è lo spostamento di internet sul mobile. Leggere una notizia sul telefono, cioè su un piccolo schermo, non è la stessa cosa del desktop, perché il telefono è usato sull'autobus, durante una fila e nelle situazioni più varie e, anche volendo, è difficile cercare fonti e riscontri. Insomma, non si può utilizzare il "sistema 2" raziocinante. Questo succede a prescindere dal livello di istruzione del lettore: quello che vedo è quello che è.
6. Il meccanismo è diventato clamorosamente stringente con l'avvento di facebook come media generale. Oggi questa piattaforma serve solo in parte a condividere le relazioni personali, com'era nata, ma è un media vero e proprio. Perciò su facebook si scambiano certo ancora le foto dei gatti, ma si apprendono le notizie, si divulgano e si fanno proprie. Perciò anche la politica (soprattutto la politica) resta dentro l'ambito di facebook. Raramente si esce da questo media per andare a controllare altrove. L'altro meccanismo è l'effetto convergente di due fenomeni: su facebook tendiamo ad avere prevalentemente come amici persone che la pensano come noi (cioè che confermano i nostri bias) e facebook ci fa vedere soprattutto (o quasi sempre) le notizie che arrivano da persone verso cui abbiamo già in passato espresso dei like o condiviso dei materiali. In sostanza, alla fine, creiamo intorno a noi una bolla informativa compatta, coerente, quasi inattaccabile e immune da "infiltrazioni" di altre fonti.
7. Risultato finale: abbiamo i nostri pregiudizi di partenza (come li abbiamo sempre avuti); siamo sommersi dalle notizie, ma selezioniamo solo quelle che confermano i nostri (pre)giudizi; seguiamo soprattutto facebook, perché è una comunicazione tra pari (quella più efficace e accettata, visto che l'informazione "dall'alto" è vista come non credibile a priori); su questo social media si completa la reductio ad unum, cioè il mondo della comunicazione implode in un punto che coincide esattamente con i nostri bias di partenza. Dato che la notizia falsa è confezionata secondo questi criteri, cioè è coerente, piena, semplice, allora ottiene un successo clamoroso. Anche perché raramente le notizie vere hanno queste caratteristiche in sé, perché le persone, il mondo, quanto è reale, è pieno di contraddizioni, di aspetti non noti, di probabilità che le cose siano in un modo o nell'altro.
Prendiamo alcune recenti bufale più efficaci. La più clamorosa ha riguardato le elezioni americane. Aveva questo titolo: "Pope Francis shocks world, endorses Donald Trump for president". Il sito che l'ha lanciata, da qualche parte, avverte persino i suoi lettori che "molti articoli sono satira o pura fantasia" (ma non dice quali). E nonostante questo, la storia ha avuto 960mila condivisioni su facebook, che sono una enormità, non ironici, naturalmente, ma di persone che hanno creduto alla "notizia". Per la verità il Papa si era espresso sul voto americano in altri termini: "Non dirò mai nulla sulla campagna elettorale americana". Però è sembrato vero che potesse essere favorevole a Trump, forse a causa del profilo pro-choice di Hillary? Forse perché i lettori avrebbero voluto che il Papa si esprimesse davvero per Trump? Certamente perché una qualche coerente attesa (rispetto ai propri bias) ha agito nella loro mente.
La seconda è del nostro referendum. La bufala recitava: "Rignano sull'Arno, trovate 500.000 schede già segnate con il voto Sì. SHOCK". In quei giorni si erano diffuse "preoccupazioni" (chiamiamole così) sulla correttezza del voto all'estero, perciò il contesto era attraente. La coerenza (si fa per dire) era tutta già predisposta: c'era infatti l'attesa della "notizia" sui brogli (e ciò che si attendeva, era arrivato). Ovviamente era semplice, perché averle trovate a Rignano aveva già il nome dell'assassino, perciò anche questo aspetto della coerenza era "dimostrato". Insomma una "notizia" piena, coerente, semplice. Ovviamente il non-detto, l'altro bias di partenza è che questo tipo di notizia sembra contro il potere, e se i giornali non ne parlano è perché sono complici. Il cerchio perciò inesorabilmente si chiude.
La terza è un capolavoro di tempismo. Appena formato il governo Gentiloni, ovviamente era prevista la presentazione in Parlamento. Mentre Gentiloni parla alla Camera arriva la bufala: "Gentiloni choc: Gli Italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi". Ovviamente neppure lontanamente Gentiloni ha fatto intendere e men che mai letteralmente, una frase del genere.
Quel che era certa era l'attesa del suo discorso, la curiosità di conoscere il suo pensiero: la bufala era perfettamente sincronizzata. C'era da creare un imprinting di Gentiloni che servisse poi a inquadrare tutta l'informazione successiva. Gentiloni come Monti, assimilato a un governo tecnico; la figura del nuovo premier, proprio perché molto accreditata sul piano personale, diventa "coerente" che sia accostata a quella di Mario Monti, anch'esso personalmente molto accreditato. Bisognava stabilire una somiglianza, una contiguità, un'associazione che potesse inquadrare il nuovo protagonista dentro uno schema familiare.
Cosa s'impara da questa faccenda? Oltre alle ovvie considerazioni critiche etiche e politiche, s'impara che il mondo complesso ha bisogno di una comunicazione semplice, breve, forte e personale. Questo a prescindere se quanto si comunica sia vero o falso. E poi, nel profondo, colpendo la verità (o se vogliamo l'onestà intellettuale) si colpisce un processo essenziale della democrazia e del vivere collettivo. La verità è diffusiva di sé.
Potrebbe essere rivoluzionaria (se ascoltiamo la famosa frase di Gramsci) o avere un valore assoluto (se ascoltiamo Cristo davanti a Pilato). La verità, più semplicemente, obbliga a confrontarsi, a cercare riscontri, dati, conferme e sperimentazioni. La verità produce verità, perché è nella sua natura. Dovremmo tutti essere affezionati al valore della verità, comunque e dovunque.

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