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Terrorismo, arrestato presunto affiliato ad Ansar Al-Sharia. “Arruolava aspiranti jihadisti nelle carceri italiane”

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L’hanno chiamata operazione “Black Flag”. Bandiera nera. Come quelle che sventolano nelle enclave siriane e irachene. Soltanto che qui siamo nel Lazio, dove la Digos guidata dal vicequestore Mauro Fabozzi ha messo a segno una serie di perquisizioni in tutta la regione e arrestato Saber Hmidi, tunisino di 34 anni, sospettato di reclutare aspiranti jihadisti in carcere e di essere affiliato ad Ansar Al-Sharia, organizzazione legata ad al Qaida e all’Isis. Nella sua casa a Roma, nel 2014, quando fu arrestato durante un controllo, vennero trovati 30 cellulari, 10 computer e il vessillo nero. Da qui il nome dell’inchiesta.
L’ordinanza di custodia cautelare gli è stata notificata nel carcere di Rebibbia, dove era già detenuto per altri reati. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Hmidi istigava alla discriminazione religiosa in carcere nei confronti dei cristiani, presi di mira con pestaggi e spedizioni punitive. Non solo. Il tunisino, infatti, in carcere faceva soprattutto proselitismo. Per chi indaga, nei periodi di detenzione in sei carceri italiane il tunisino avrebbe “reclutato adepti da inviare, alla loro scarcerazione, nei teatri di combattimento per il compimento di atti terroristici”. Ma anche lui non vedeva l’ora di partire e non ne faceva mistero: “Una volta libero andrò in Siria a combattere con i fratelli musulmani”.
Le indagini hanno ricostruito passo dopo passo la sua radicalizzazione avvenuta dietro le sbarre. Il suo identikit assomiglia a quello tracciato pochi giorni fa dal premier Paolo Gentiloni, secondo cui i rischi maggiori per l’Italia arrivano proprio dal carcere. Hmidi arriva nel nostro Paese nel 2008. Si sposa con un’italiana, poi convertita all’Islam, con la quale avrà una figlia. Conduce una vita da balordo che nel 2011 lo porta in carcere a Velletri per droga. Ma da qui esce profondamente cambiato. Incontra l’Islam, ne sposa l’interpretazione più folle, e una volta fuori inizia a praticarlo ossessivamente nella moschea della città.
Proprio in questo periodo, il tunisino entra in contatto con Ansar Al-Sharia, ricevendo la bandiera del gruppo terroristico del tutto simile a quelle del califfato dell’Isis: “Non vi è altro Dio oltre Dio” e “Maometto è il messaggero di Allah”, è scritto sul vessillo dell’organizzazione terroristica attiva in Tunisia e Libia. “Per la prima volta in Italia abbiamo trovato un vessillo originale di questo tipo”, ha detto il dirigente della Digos Fabozzi, durante una conferenza stampa. Hmidi poteva contare su buone entrature nel gruppo, come emerge dalle intercettazioni telefoniche con il padre, dalle quali si capisce che il tunisino conosce molto bene un leader di Ansar Al-Sharia, tale Zarrouk Kamal, morto a Raqqa.
Nel corso delle indagini, gli investigatori hanno raccolto e analizzato molti indizi sulla pericolosità di Saber Hmidi ma anche riscontrato la sua capacità di indottrinamento sui compagni di cella incontrati nei vari penitenziari dove è stato detenuto in questi anni. Nel febbraio 2015, ad esempio, era a capo di un gruppo di preghiera all’interno del carcere di Civitavecchia che organizzava ritorsioni nei confronti degli altri detenuti. Come nel giugno dello stesso anno, quando Hmidi ordina una spedizione punitiva, con bastoni e sgabelli, contro un detenuto che si era lamentato delle preghiere notturne.
Violenze e aggressioni che si ripetono anche nel carcere di Frosinone, dove il tunisino viene trasferito per motivi di sicurezza nel luglio del 2015. Questa volta ad essere preso di mira è un detenuto italiano che si lamenta dei suoi sermoni. Il detenuto viene circondato dai suoi seguaci e poi preso a calci, pugni, e oggetti che gli procurano profondi tagli al collo e alla schiena. Nel maggio del 2016 Hmidi viene di nuovo trasferito per motivi di sicurezza. Questa volta a Secondigliano, Napoli, dove viene aggredito un nigeriano colpevole di essere di fede cristiana.
Hmidi si fa conoscere subito anche nel penitenziario di Salerno dove aggredisce gli agenti a cui urla di voler tagliare la testa. Nel settembre 2016, per protesta, appicca il fuoco alla sua cella. Questa volta a Viterbo, l’ennesimo carcere dove era stato trasferito. E dove continuava a reclutare aspiranti martiri del jihad.

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