Abbassare le tasse: si può, si deve ed è l’unica cosa che può farci ripartire

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«L’Italia è il tipico esempio di Paese con un alto rapporto tra Pil e debito pubblico: una nazione che ha poco o niente spazio fiscale». Così parlò il Fondo Monetario Internazionale, in giorni in cui l’Unione Europea ci chiede un aggiustamento dei saldi di bilancio di 3,4 miliardi, a pochi mesi dalla nuova, eterna manovra per disinnescare le clausole di salvaguardia, prima fra tutte l’aumento dell’Iva. Parlare di un taglio delle tasse, insomma, come ha fatto Renzi nell’ultimo post sul suo neonato blog, sembra una boutade elettorale. Eppure lo spazio ci sarebbe, checché ne dica Christine Lagarde. Ed è uno spazio molto maggiore di quello che pensiamo. Ed è l’unica via possibile per dare una spinta al circolo virtuoso necessario per far ripartire l’Italia.
Per trovarlo, tuttavia, serve un bel po’ di ambizione. Bisogna innanzitutto partire dal grande, multiplo aborto di questi ultimi anni. Quella spending review che è dal 2011 che aleggia a mo’ di speranza e di spauracchio. E che ha bruciato, da allora, cinque commissari come Giarda, Grillo, Bondi, Cottarelli e Perotti, chiamati a Palazzo Chigi con l’obiettivo di portarla a casa. Ribadiamo un concetto mai abbastanza ribadito. Spending review è diversa da semplice riduzione della spesa. Non tagli orizzontali, quindi, ma ricostruzione radicale dei processi di funzionamento dello Stato. Tradotto: non si taglia un dito a ciascuna mano e ciascun piede, ma eventualmente, si cura il dito rotto o si amputa quello in cancrena.
Ecco: secondo Piero Giarda, uno che conosce il bilancio dello Stato così come un ultras conosce l’undici titolare della sua squadra del cuore, la spesa pubblica potenzialmente aggredibile sarebbe pari a circa 100 miliardi di euro. Carlo Cottarelli, invece, prevedeva un piano di tagli pari a 32 miliardi in tre anni.
Basterebbe questo, in un mondo analogico. La rivoluzione digitale apre spazi finora impensati per la revisione della spesa. Del resto: se la radicale riduzione dei costi che discende dallo sviluppo esponenziale delle capacità di calcolo dei microprocessori vale per qualunque cosa, dalla sintesi di una proteina alla mappatura del Dna, dai robot umanoidi al finanza, perché non dovrebbe valere per la pubblica amministrazione?
Un studio dell’Osservatorio Fatturazione elettronica e dematerializzazione del Politecnico di Milano del 2013 sostiene che una compiuta dematerializzazione della pubblica amministrazione - tradotto: archivi online, fatture elettroniche, modulistica digitale, sinergie tra le banche dati - consentirebbe di ottenere risparmi pari a 43 miliardi all’anno: 4 di risparmi dagli approvvigionamenti, 15 per i risparmi legati alla produttivitià del personale pubblico, 24 da i costi di relazione tra Pa e imprese grazie allo snellimento della burocrazia. Con uno come Diego Piacentini a disposizione del Paese, è una rivoluzione che avrebbe anche un leader sufficientemente competente carismatico e autorevole per portarla a termine.
Sono tutte riduzioni di costi che - a differenza dei tagli orizzontali - migliorerebbero di gran lunga i servizi anziché peggiorarli. Che renderebbero più facile la vita dei nostri imprenditori. E che renderebbero più attrattivo il Belpaese per gli investimenti esteri, da un flusso annuo inferiore all’uno per cento del Pil a un flusso pari al 4,5 per cento - questa è la media europea - cosa che significherebbe l’ingresso in Italia di 50 o 60 miliardi di euro ogni anno, accompagnati da piani industriali degni di essere chiamati tali.
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