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Esclation anti cristiana in Egitto

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Di Elena Barlozzari
È in corso una nuova, tremenda escalation ai danni dei cristiani. Dove? Nell’Egitto del generale al-Sisi che, lo scorso 24 gennaio, si è visto costretto ad estendere per altri tre mesi lo stato di emergenza nel Sinai settentrionale. Qui, solo nell’ultimo mese, il ramo egiziano delle bandiere nere ha massacrato sette membri della comunità copta di cui tre, tra il 22 ed il 23 febbraio, nell’arco di appena 48 ore.
L’ultima vittima, come riferiscono fonti della sicurezza locale, è stata freddata giovedì scorso a colpi di arma da fuoco nel Sinai nord-orientale. L’uomo, secondo quando riportato dall’agenzia statunitense Associated Press, era un idraulico residente nella città di al-Arish, sulla costa settentrionale della penisola del Sinai, sorpreso ed ucciso nella sua abitazione, di fronte alla moglie ed ai figli che, miracolosamente, sono rimasti illesi.
Sempre ad al-Arish, due uomini, un figlio con il padre, di 45 e 65 anni, erano già stati giustiziati. Il primo, Medhat Hana, è stato arso vivo, mentre il secondo, Saad, è stato freddato a colpi d’arma da fuoco.

“È solo l’inizio”

Ma la scia di sangue che – in una manciata di giorni – già conta il nome di altre tre vittime, sembra esser destinata ad allungarsi. “È solo l’inizio” della persecuzione contro “gli infedeli”, come ha infatti minacciato, in un video di recente diffusione, il gruppo degli ex Ansar Bayt al-Maqdis, diventato Wilayat Sinai (Stato del Sinai) dopo aver giurato fedeltà al califfato di Abu Bakr al Baghdadi nel novembre del 2014. Nel mirino dei terroristi, nemici anche dell’Islam moderato, c’è però un bersaglio preciso: i 10 milioni di copti egiziani, circa il 10% della popolazione, definiti dagli stessi tagliagole come “la preda favorita”.
Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha spiegato ai microfoni di Radio Vaticana che, “in Egitto, la situazione è terribilmente caotica come in altre realtà di quell’area del Medio Oriente perché le primavere arabe non hanno sortito tutti quegli effetti straordinari che pensavamo potessero sortire”. Proprio con l’inizio della primavera araba, infatti, la comunità copta – sino ad allora ben inserita e tollerata – ha cominciato ad esser oggetto di aggressioni e minacce da parte degli estremisti islamici che, nel 2011 ad Alessandria, pochi giorni prima dalla caduta di Mubarak, sono sfociate nel “massacro di Capodanno”. I primo gennaio di sei anni fa, una Skoda verde “targata” al-Qaeda ed imbottita di esplosivo è saltata in aria 15 minuti dopo la mezzanotte, proprio mentre i fedeli uscivano dalla Chiesa dei Santi (al-Qiddissine), nel quartiere alessandrino di Sidi Bishr, uccidendo 21 persone.

Minacce incrociate

Oltre all’accusa di apostasia, alla comunità copta, che non sostenne il leader dei Fratelli Musulmani alle presidenziali egiziane del 2012, viene ascritta una colpa aggiuntiva, ovvero quella della sua destituzione, avvenuta manu militari un anno più tardi.  “La comunità cristiana copta – ha sottolineato Monteduro – in questo momento viene accusata in modo anche cruento, violento da parte degli uomini della comunità islamista più estrema, faccio riferimento quindi ad al-Qaeda, ad alcuni appartenenti dei Fratelli Musulmani e allo stesso Daesh, di aver cospirato nel 2013 per la destituzione dell’allora presidente Morsi, leader dei Fratelli Musulmani”. E, proprio per questo, dalla “caduta” di Morsi  i copti hanno continuato ad esser oggetto di persecuzioni crescenti che, a partire dal mese scorso e con la recente impennata degli ultimi giorni, hanno toccato un picco estremo.

L’esodo dei copti

Ed è per questo che non si arresta l’esodo dei copti di al-Arish verso Ismailia, sulle sponde del Canale di Suez: come ha riferito l’Ansa, infatti, sarebbero circa 200 le famiglie già fuggite dalla brutalità della branca egiziana dello Stato islamico. Il portavoce dell’arcidiocesi di al-Arish, padre Gabriel Ibrahim, sentito dalla Agenzia Nova, ha parlato invece di 80 famiglie sottolineando però che il numero delle persone che abbandonano l’area cresce di giorno in giorno. “Sono fuggiti senza portare con sé nulla, bagagli o vestiti”, ha dichiarato il sacerdote dipingendo uno scenario molto simile a quello che ha visto protagonisti, loro malgrado, i cristiani e gli yazidi della Piana di Ninive, in Iraq, costretti per le stesse ragioni, nel 2014, ad abbandonare le loro terre.

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