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Falsi profughi e zero rimpatri: ora è davvero emergenza sbarchi

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Di Cristina Giudici
«Scusa, potresti spiegarmi come si fa a scappare dal porto? Mi aspettano a Milano», chiede con disinvoltura un migrante marocchino allampanato, sbarcato il 6 febbraio scorso nel porto di Augusta con altri 212 connazionali. Anzi compaesani perché come lui, quasi tutti arrivano dallo stesso paese, Beni Mellal, per continuare a dedicarsi ad attività illecite sulla “piazza” italiana, soprattutto milanese.
Sebbene l’abile Ministro dell’Interno, Marco Minniti sia andato a Tripoli a siglare un accordo con il premier Fayez Serraj, abbia invitato alcuni sindaci libici a Roma e avviato un dialogo con alcuni capi delle fazioni libiche anche per cercare di fermare il flusso, l’esodo continua. E non è quello dei profughi, sfuggiti a guerre e persecuzioni, sempre più una minoranza. Dopo un anno record di sbarchi in Italia dalla Libia soprattutto di migranti economici provenienti dai paesi subsahariani (nel 2016, sono stati 181.436), al porto di Augusta considerato dal Viminale ormai il primo porto di approdo in Europa, nel 2016 sono arrivati 26.1919 migranti, di cui 3431 minorenni in maggioranza non accompagnati e 75 cadaveri schiacciati sui gommoni sovraffollati o ustionati dagli idrocarburi, mentre nel 2017 ne sono sbarcati già 2328.
«Forse è presto per vedere gli effetti di questo accordo - osserva il commissario Carlo Parini che guida il Gicic, la squadra specializzata nel contrasto al traffico di esseri umani della procura di Siracusa -, ma durante l’ultimo sbarco ho avuto a che fare soprattutto con marocchini che avevano numerosi decreti di espulsioni dall’Italia e anche ordini di cattura per condanne legate a reati di microcriminalità».
E così, passando da una stanza all’altra della capitaneria di porto, affollata da interpreti, poliziotti, carabinieri, ufficiali della guardia costiera e funzionari di Europol intenti a esaminare il contenuto nelle schede dei cellulari, si può vedere da vicino cosa è diventato il flusso dei migranti. «Uno di loro è stato in Italia 25 volte», scuote la testa un membro del Gicic, il Gruppo Interforze di contrasto all’immigrazione clandestina creato nel 2006. Fatima, una giovane donna di Casablanca racconta la sua odissea per arrivare in Italia: i rapimenti, gli stupri, l’attesa nella casa di una donna libica da lei indicata come il capo della banda dei trafficanti. Un’altra marocchina, mentre Khadiga dice di avere la madre in Francia e ammette di parlare turco. Potrebbe essere una rientrata dalla Siria? Forse, ma per ora non c’è tempo di indagare: bisogna rimandare perché la priorità è trovare i testimoni che aiutino la squadra del Gicic a capire chi sono gli scafisti, poi arrestati. Entrambi maghrebini.
Al Cie di Caltanisetta, uno dei centri di identificazione ed espulsione da cui vengono rimpatriati islamisti e falsi profughi, non c’è più posto e allora rimangono nel tendone allestito nel porto, dove non è impossibile scappare anche se è circondato da saline e campagne. Morale: sebbene ci siano accordi bilaterali sia con la Tunisia sia sulla carta ora anche con la Libia, da Caltanisetta il questore Bruno Megale può far partire solo due charter alla settimana. E, conti alla mano, in un anno sono stati espulsi circa 1800 migranti. Una cifra che equivale alla metà del numero di migranti arrivati con un solo sbarco. Quindi è chiaro che per ora lo strumento del rimpatrio è inefficace.
Mentre scriviamo questo articolo pare che la guardia costiera libica abbia intercettato un gommone che è stato fatto rientrare, ma per ora la situazione che nessuno racconta è la seguente. Il flusso degli sbarchi è inarrestabile e non serve solo a salvare profughi ma anche a far venire in Italia gli spacciatori di Beni Mellami, molto conosciuti nelle piazze di Milano. “Nel 2016 dalla Libia sono partiti soprattutto migranti subsahariani”, aggiunge il commissario Parini, “mentre dalle coste turche e greche invece sono approdati 710 velieri e cabinati che hanno portato piccoli gruppi di 40/50 di migranti siriani, iracheni, iraniani, curdi e, fatto singolare, anche somali che hanno fatto un giro lunghissimo per arrivare in Turchia. Pagando cifre elevate, in media 6000 dollari.
Quelli sbarcati il 6 febbraio, provenienti da Beni Mellal invece sono in maggioranza marocchini, parlano italiano, ammettono di essere stati espulsi più volte, dicono di avere parenti al Nord o una moglie da ritrovare.
E soprattutto affermano che la loro cittadina si sta svuotando di giovani in partenza per l’Italia. E perciò ora gli investigatori del Gicic ipotizzano che si possa essere creata una nuova rotta creata da un’organizzazione libico-marocchina che fa transitare i migranti attraverso la Tunisia. Con buona pace forse anche degli accordi bilaterali con la Tunisia, nonostante ora si parli addirittura di un’intesa sperimentale. Ossia della disponibilità del governo di accettare 200 migranti al mese a Tunisi sbarcati in Italia dalla Libia in cambio di sostegno economico e supporto alla lotta al terrorismo. E persino degli agognati corridoi umanitari. Un altro piano macchinoso destinato a restare lettera morta? Chissà.
«Io sono arrivato direttamente all’aeroporto di Tripoli, dove mi aspettava una macchina senza targa per portarmi a Sabrata e imbarcarmi per l’Italia», ha raccontato un migrante tunisino al porto di Augusta. Con buona pace anche di tutto l’inchiostro sprecato sui quotidiani per spiegare ai lettori come dovrebbero funzionare i nuovi accordi bilaterali con la Libia devastata dalla guerra.

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