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La grande balla della Spagna accogliente coi rifugiati

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Di Silvia Ragusa
Si sono detti pronti ad accogliere chi ogni giorno fugge dagli orrori della guerra. Quasi 900 associazioni, oltre 70mila firme raccolte - comprese gente famosa del mondo politico e culturale - e una fiumana di slogal e colori che è sfociata in riva al mare. Quel Mediterraneo che solo l’anno scorso ha ingoiato qualcosa come 5mila vite. A Barcellona, per un attimo, c’hanno creduto davvero. Benché perfino l’ospitale Catalogna, dei 1.250 posti disponibili, alla fine ne abbia utilizzato solo 451. In base alle arcinote quote europee, quella buona idea per spartirsi la magnana, al momento la Spagna ha accolto un totale di 1.034 rifugitati. Pochi o niente rispetto gli oltre 16mila cui aveva giurato di farsi carico. Ma tant’è. Barcellona vuole i rifugiati, Madrid legifera su di loro, Ceuta e Melilla li bloccano alla frontiera e a Malaga, al momento, c’è qualcuno che ci sta facendo affari d’oro.
Per quanto i suoi cittadini siano al top per accoglienza, la Spagna non è un paese per rifugiati (né vuole esserlo). Nel giro di pochi mesi, e con tre milioni di immigrati che bussavano forte alle porte d’Europa, la gestione dei flussi migratori di Ceuta e Melilla è passata dall’essere messa in discussione anche nelle alte sfere internazionali a diventare un modello da seguire, pubblicizzato a più riprese da ministri e commissari europei. In meno di un anno le cosidette devoluciones en caliente, (restituzioni a caldo secondo cui la polizia iberica ha il potere di rispedire al mittente il malcapitato sorpreso a scavalcare il muro) che il Consiglio europeo aveva fortemente criticato, sono diventate “compatibili”, tanto da essere prese a prestito dai turchi coi siriani.
A Melilla, per chi non lo sapesse, l’idea d’accoglienza barceloneta si scontra con tre muri: due da sei metri d’altezza, in mezzo un ulteriore ostacolo: dieci chilometri di filo spinato intrecciato che impedisce perfino di camminare a terra per evitare a chicchessia di avvicinarsi all’ultima recizione, inclinata verso il lato marocchino per rendere il salto ancora più complesso. La prima recinzione risale al 1998. Dopo, il muro è stato sostituito e completato con altre due barriere. Tutte le modifiche architettoniche (74 milioni di euro spesi dal 2005) sono poi state infiocchiettate con le famose concertinas: fili di lamine di acciaio inox che fanno gola perfino a Donald Trump. Funzionano come un ulteriore elemento aggressivo, pronto a ferire e uccidere (nel 2009 Sambo Sidiako, un senegalese di trent’anni morì dissanguato, secondo l’autopsia). Installate nel 2005 (con l’allora governo socialista di Zapatero), ritirate nel 2007 e ricollocate nel 2013, le concertinas sono diventate il simbolo di un Paese che, come ha detto Abdelmalik Barkani, delegato del governo iberico a Melilla, nei confronti degli immigrati adotta la linea dura: “senza le barriere saremmo diventati una specie di Lampedusa”, chiariva deciso. E di fatti le cifre qui sono nettamente diverse rispetto a quelle dell’isola siciliana.
Chi riesce a saltare questo groviglio infernale (nel 2016 solo otto persone), o viene respinto dalla Guardia Civil – a volte anche a suon di pallettoni - o finisce nel centro di identificazione (CETI) più volte criticato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: capacità reale 512, persone accolte 1401. Nel 2014, l’anno in cui si produssero più tentativi di oltrepassare la barriera, ci scappò pure la strage: 15 morti attribuiti proprio ai respingimenti della Guardia Civil. Senza contare che i fili spinati made in Spain si sono già replicati nelle frontiere di mezza Europa e l’azienda andalusa European Security Fencing (Esf) ha messo su un proprio business di tutto rispetto. La società offre i suoi servizi a una ventina di Stati, non solo europei. Tra i suoi clienti ci sono i ministeri degli Interni e della Difesa iberici, la compagnia petrolifera Repsol ma anche la Nato. Dall’Ungheria alla Grecia, dalla Serbia alla Macedonia, dalla Polonia alla Romania, dal Marocco alla Turchia, passando appunto per Ceuta e Melilla, i fili spinati sul territorio europeo portano impresso il loro marchio di fabbrica.
Se ciò non bastasse, all’accoglienza barceloneta si sommano anche armi silenziose. I governi spagnoli di qualsiasi colore le hanno usate spesso per eludere le responsabilità in materia di migrazione. Come, ad esempio, quanto denunciato dalla Commisione spagnola di aiuto ai rifugiati (CEAR): a pochi mesi dall’inizio della guerra in Siria, e davanti ai primi casi di famiglie che giungevano all’aeroporto di Madrid in transito e chiedevano asilo politico, il governo introdusse seduta stante l’obbligo del visto per arginare la questione. Un’altra modifica recente è stata la riforma della legge d’asilo, vigente dal 1994, che ha cancellato la possibilità di chiedere asilo politico nelle ambasciate e nei consolati. Lo fece allora il governo del Psoe. E oggi, coi popolari di Rajoy, si attende ancora uno sviluppo al regolamento per l’applicazione. Nel 2012 ci fu anche la discussa riforma della Salute, che ritirò la tessera sanitaria a tutti gli immigranti in situazione di irregolarità. Ma questa è già un’altra storia, in mano ad Amnesty Internacional.
Mentre Barcellona apriva le braccia in segno di benvenuto, a Ceuta circa 500 migranti, la maggior parte di origine subsahariana, saltava la frontiera. Ad accoglierli intanto, l’ospitale Spagna, pare abbia pensato di mandare dei droni in ricognizione.

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