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Una guida per comprendere il vero populismo americano

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Di Luca Gallesi

«Se proprio devo essere classificato con un'etichetta, non usate le vecchie categorie, dato che non sono né di destra né di sinistra: chiamatemi populista».
Così rispondeva Christopher Lasch, nel 1991, in un'intervista con Bernard Muchland, in occasione dell'uscita del libro Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica che viene ora ripubblicato da Neri Pozza (pagg. 670, euro 22, traduzione di Carlo Oliva). Il professor Lasch (1933-1994) è stato, almeno in America, un apprezzato accademico e uno stimato studioso delle idee, che non ha mai avuto paura di apparire anticonformista. Proveniente da una famiglia progressista, dopo gli anni di cosiddetto impegno all'insegna del marxismo imperante nel mondo universitario di allora, si è allontanato dal pensiero liberal negli anni Settanta. La sua conversione è avvenuta quando, studiando la famiglia dal punto di vista sociale, si accorse che i programmi di liberazione sessuale e l'enfasi sull'emancipazione della donna toglievano l'esercizio dell'autorità dalla famiglia per affidarla ai mass-media e all'opinione pubblica, inculcando un'idea distorta dell'educazione, che veniva così finalizzata a trasformare i cittadini in consumatori.
Il «paradiso in terra» è il dogma del progresso, che oggi sembra inevitabile, inarrestabile e, soprattutto, insaziabile. Già, perché da quando, verso la metà del Settecento, l'idea di bisogno viene santificata ed enfatizzata dai pensatori del liberalismo classico che la esaltarono come stimolo per la crescita e lo sviluppo economico, il desiderio diventa inappagabile, e la ricerca della felicità, che prima era intrapresa su basi spirituali, si trasforma nel frenetico accumulo di comodità e beni materiali, pronti a essere sostituiti da altre comodità e altri beni, in una spirale interminabile e, alla fine, suicida. Il fatto che tale postulato, quello della crescita infinita e indeterminata, sia condiviso tanto dalla destra, che vuole innalzare sempre più lo standard dei benestanti, sia dalla sinistra, che vuole addirittura estenderlo a tutto il mondo, non fa che confermare la necessità di abbandonare definitivamente tali categorie, inutilizzabili e, in fondo, intercambiabili nella loro comune visione di un uomo a una dimensione.
Attenzione, però, ci avvisa Lasch, a non cadere nella trappola della nostalgia, che non è che l'altra faccia dell'ideologia del progresso, irrimediabilmente legata a una visione unidimensionale della storia, che passa da un pessimismo malinconico a un ottimismo fatalistico: per evitarla è necessario acquisire un punto di vista radicalmente nuovo o veramente antico.
A questo proposito, dimostrando una libertà di pensiero davvero apprezzabile, Lasch non teme di rivalutare anche quello che chiama «il conservatorismo morale della piccola borghesia», additandone i valori, il rispetto per il lavoro, la considerazione della lealtà, il senso pratico, senza dimenticarne i vizi, come l'invidia, il risentimento, il servilismo e l'avidità. Tra i pensatori, gli intellettuali e i politici critici del Paradiso in terra troviamo, accanto a classici come Carlyle, Emerson, Burke e William James, anche autori originali come il teorico del socialismo rivoluzionario Sorel, o l'eccentrico e visionario economista Henry George o il dimenticato storico delle civiltà Brooks Adams, che nel suo classico Law of Civilization and Decay ha teorizzato l'ascesa e il declino delle civiltà ben prima e meglio - di Spengler, e senza dimenticare il corporativismo del movimento gildista, la dottrina sociale della Chiesa cattolica, il distributivismo di Belloc e Chesterton e mille altri rivoli di pensiero che potrebbero alimentare davvero una rivoluzione culturale, se i cosiddetti populisti nostrani avessero voglia di riempire di contenuti le loro modeste proposte.

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