Landini: “Non mi interessa la sinistra, serve una nuova cultura del lavoro”

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Intervista a Maurizio Landini di Giacomo Russo Spena

Di Giacomo Russo Spena
http://temi.repubblica.it/micromega-online/
La sua università è stata la fabbrica. I suoi punti di riferimento provengono dal mondo sindacale e hanno le sembianze di Giuseppe De Vittorio, Claudio Sabattini e Bruno Trentin. Per lui il vero nodo è soltanto uno: il lavoro. “Bisogna ricostruire un pensiero nel quale il lavoro torni ad essere il perno centrale per un nuovo modello fondato sulla giustizia sociale”. Maurizio Landini ci accoglie nel cuore di Roma, al terzo piano di un palazzo dove sventolano in cima le bandiere dei sindacati metalmeccanici Fim, Uilm e Fiom. Nella sua stanza un dipinto con scritto “C’è chi dice NO”, sotto una poesia di Bertolt Brecht.

Dal rapporto Tecnè sulla qualità dello sviluppo emerge la fotografia di un Paese in cui la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi, la ripresa economica è fragile, cresce la disoccupazione giovanile e la disaffezione nei confronti della politica. Un quadro desolante. Landini, come se ne esce?


Innanzitutto dobbiamo affrontare il nodo della diseguaglianza sociale e per farlo va attuata una rivoluzione culturale. La politica delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e dell’assenza di qualsiasi vincolo al mercato ci ha portato all’attuale sfacelo tra precarietà esistenziale, compressioni salariali e disoccupazione. Dobbiamo invertire la rotta, attuare nel Paese un’operazione di contenuto politico e sindacale dove si ipotizza un nuovo modello di sviluppo nel quale il lavoro deve riassumere un’importanza centrale, insieme ai diritti di cittadinanza: avere un’occupazione significa poter vivere dignitosamente e partecipare alla vita democratica di un Paese.

Sul tema dei diritti per i lavoratori, c’è chi sostiene che Matteo Renzi ha fatto più danni di Silvio Berlusconi. E’ d’accordo?
Assolutamente sì, l’attacco all’articolo 18 è un aspetto emblematico: si è passati da una legislazione che difendeva il singolo lavoratore da un licenziamento ingiusto – che così aveva possibilità di reintegro – ad un impianto che tutela esclusivamente l’imprenditore, anche se pessimo. Cambia il sistema valoriale e assistiamo ad un capovolgimento culturale. Il governo Renzi è arrivato dove si era fermato Berlusconi ed ha deciso di schierarsi con gli imprenditori abbandonando i diritti e la dignità del cittadino/lavoratore.

Adesso Renzi parla di “lavoro di cittadinanza” rispolverando il pensiero del sociologo Luciano Gallino. Un passo in avanti o rimaniamo sempre indietro visto che nel resto d’Europa si parla di reddito di cittadinanza?
Bisognerebbe ricordare a Renzi che senza diritti non c’è cittadinanza nel lavoro e quindi che la prima operazione da fare è cancellare il Jobs Act. Poi, visto che lo si cita, bisognerebbe anche ricordare a Renzi che Gallino non ha mai contrapposto un piano per il lavoro con un intervento pubblico alla possibilità di introdurre un reddito minimo o un reddito di dignità. Le due cose non sono contrapposte, questo è l’errore che si sta facendo nel nostro Paese.

Lei insiste nella centralità del lavoro e nel frattempo è favorevole all’introduzione del reddito di cittadinanza?
Occorre un piano straordinario per il lavoro, che affronti anche il problema di un ruolo pubblico nel lavoro di cura e di manutenzione del territorio, in cui lo Stato possa svolgere un ruolo di soggetto di ultima istanza sul lavoro, ma questo non è sostitutivo né alternativo a un possibile reddito di dignità o reddito minimo. Anche perché per poter reggere un reddito minimo, che deve essere naturalmente a carico della fiscalità generale, è chiaro che bisogna puntare a un obiettivo di piena e massima occupazione. In questo senso non condivido chi contrappone lavoro e reddito, le due cose devono andare avanti di pari passo e servono innovazioni culturali e di proposta per entrambe le soluzioni.

Torniamo al Jobs Act, l’Inps attesta il flop del provvedimento con il crollo della crescita dei contratti stabili (-91,1 per cento nel 2016).
Non è un caso che l’82 per cento dei giovani ha votato No alla consultazione dello scorso 4 dicembre. Renzi ha dichiarato che il Jobs Act è la cosa “più di sinistra” fatta dal governo, se veramente è questa la sinistra – permettimi la battuta – credo che nessun giovane scelta oggi la sinistra. Come Cgil, oltre a sostenere la raccolta firme per il referendum, abbiamo depositato una legge di iniziativa popolare per riscrivere l’intero impianto sul lavoro, dal 1997 – il famoso pacchetto Treu, sempre di un governo di centrosinistra – ad oggi. Dobbiamo stabilire che i diritti fondamentali, inseriti nella nostra Costituzione, devono essere garantiti a tutti i lavoratori, compresi gli autonomi. E qui, sottolineo, è un passaggio storico per un sindacato: occupiamoci anche dei lavoratori autonomi.

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Landini: “Non mi interessa la sinistra, serve una nuova cultura del lavoro” Landini: “Non mi interessa la sinistra, serve una nuova cultura del lavoro” Reviewed by Informazione Consapevole on marzo 04, 2017 Rating: 5

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