Philippe Daverio: «L’Europa è in crisi? Colpa di élite del cavolo»

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Intervista di Francesco Cancellato a Philippe Daverio
Di Francesco Cancellato
«Se lei va in qualunque museo europeo, da Dresda al Louvre, dal Victoria & Albert Museum, dalla National Gallery al Prado, lei trova già l’Europa, là dentro. Fianco a fianco, ci sono i fiamminghi e il rinascimento italiano, gli impressionisti francesi e i romantici inglesi». È dove meno te l’aspetti, la chiave per rilanciare il sogno europeo. In cornice, nei corridoi di un'esposizione. O tra quelle élite culturali, politiche, economiche massacrate dai populisti, nel contempo problema e soluzione dei guai della tanto bistrattata Unione. A pensarla così è un intellettuale come Philippe Daverio, a margine dell’incontro “La cultura salverà l’Europa?” organizzato a Roma, in occasione delle celebrazione dei sessant’anni dalla firma del Trattato di Roma presso gli spazi di Luiss Enlabs da Culturally.euin collaborazione con una serie di realtà tra cui Cumediae, Ambro Studio, European Alternatives, Diplomacy, LVenture Group, Luiss Enlabs, Culture Action Europe, oltre che con il patrocinio del Comune di Roma e la media partnership di Rai e Linkiesta.it e la sponsorship di Ciotti, It Attitude e Tecnosfera 2000: « L’Europa sono i momenti di connessione che formano da sempre la nostra cultura: pensi a Georg Friedrich Haendel, da Hannover, che viene a Roma e grazie al cardinale Ottoboni si mette a fare il clavicembalista con Scarlatti. E da lì va a Londra a fare il musicista di corte di Giorgio I e della famiglia reale inglese».
Daverio, prima obiezione. Qualche artista non fa primavera…
Sa qual è stato il momento in cui l’Europa è stata più unita che mai?
Quale?
Il Medioevo.
Ma se si scannavano tutti…
Sì, ma è anche l’epoca del monachesimo e della conventualità che sono i due primi grandi fenomeni di europeismo. La riforma di San Francesco e di Domenico da Guzman approvata dallo stesso papato di Odorio III, forma una specie rete di intelligence che arriva ovunque, dall’Irlanda fino all’Ungheria. Il medioevo è un’era di deambulazione perfetta, funzionava meglio che con Schengen. Tommaso d’Aquino, per dire, va a piedi a Parigi, e poi da Parigi a Colonia.
Com’è che prosegue, la Storia?
Col trattato di Westfalia del 1648. È lì che l’Europa comincia a diventare un affare di Stati. Ne ha un po’ colpa la Germania, la rissa tra cattolici e protestanti, ma soprattutto la Francia di Luigi XIII, sobillato da quel geniale figlio di mignotta che è il cardinale Mazzarino, che fa nascere lo Stato francese. C’è quella bella frase di Blaise Pascal: «La verità è di qua dei Pirenei, l’errore è di là». Le barriere diventano stabili. L’Europa dell’impero, poi Europa dei popoli, diventa Europa delle nazioni, quella che darà origine alle tre guerre suicide dal 1870 al 1945.
E oggi che Europa è?
Oggi stiamo ragionando di una nuova fase, quella dell’Europa unita, ma siamo ancora in transizione.
Cosa ci manca?
La lingua, per prima cosa. Nel medioevo c’era il latino, e il latino univa. L’Europa sconta la mancanza di una lingua comune, ma è ia sua caratteristica. Noi abbiamo sempre questo sogno o questo incubo dell’impero che torna, di un nuovo Napoleone, o di un nuovo Hitler in arrivo. La genesi delle nazionalità è proprio nei francesi che nel ‘200 si oppongono all’impero.

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