Dai ceceni all'Isis, la mappa del terrore in Russia

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Di Augusto Rubei
Un'esplosione nel tunnel che separa due stazioni della metropolitana di San Pietroburgo. Per ora i morti sarebbero una decina, inclusi 50 feriti, tra cui diversi bambini. Ma il bilancio è tutt'ora provvisorio. I media russi riferiscono che le deflagrazioni sarebbero state causate da due ordigni artigianali imbottiti di 200-300 grammi di tritolo.
Il presidente russo Vladimir Putin si trovava a Strelna, proprio nei pressi di San Pietroburgo, dove ha in programma un incontro con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Informato delle esplosioni, ha chiesto al suo staff di comunicare che non ci saranno cambiamenti di agenda. È la prima risposta dell'uomo forte agli aggressori, chiunque essi siano: voi non ci spaventate, la Russia non indietreggia di un solo centimetro.
Ogni notizia di queste ore va presa con cautela. Al momento non si esclude nulla. Potrebbero essere gruppi organizzati di matrice islamica o un'organizzazione criminale. Il distinguo lo ha fatto lo stesso Putin, anche se non è del tutto chiaro. Quel che è chiara, invece, è la dinamica dell'attacco. In vecchio stile, come a Londra e Madrid, a differenza di quanto avevamo visto fare recentemente. Vedi il museo Bardo di Tunisi, il Radisson hotel Bamako, il Bataclan e Charlie Hebdo.
Una stazione metro, un aeroporto, o anche una sede istituzionale, come accaduto al Westminster ad esempio, non possono ritenersi degli obiettivi "soft". Tanto meno l'utilizzo di ordigni artigianali rientra nella categoria "low tech". Insomma, l'impressione è che al di là del risultato, a San Pietroburgo qualcuno abbia tentato di far rumore. E che lo ha abbia fatto a modo suo, lasciando comunque il segno. Era infatti da oltre un anno che la Federazione non veniva colpita da un attentato terroristico (escludendo l'assassinio dell'ambasciatore russo ad Ankara).
L'ultimo si era verificato non lontano da Derbent, nella regione del Daghestan. Un uomo aveva impugnato una pistola e aperto il fuoco contro alcuni residenti locali. Dopo qualche ora, l'assalto era stato rivendicato dall'Isis. Pochi mesi dopo erano stati, ancora, dei simpatizzanti dello Stato Islamico a colpire due agenti di polizia a Mosca. Parliamo dei primi due attacchi condotti dal Califfato sul territorio russo, dopo che il Cremlino ha fortemente allargato la sua azione di influenza in Siria, Egitto e Libia.
Questo non significa che dietro alle esplosioni di oggi ci sia l'Isis o qualche suo affiliato. È troppo presto per dirlo. Andiamo semplicemente per dati. Ed è un dato, ad esempio, che il 23 giugno 2015, Abu Muhammad al-Adnani, ex portavoce dell'Isis ucciso lo scorso anno, annuncia la formazione di un nuovo Wilayat (governatorato) nel Caucaso settentrionale. Un appello significativo, perché solleva domande circa la portata della influenza esercitata dallo Stato islamico in Russia.
Un secondo dato riguarda il tipo di obiettivo scelto a San Pietroburgo. Vale a dire: la metropolitana. In Russia non è la prima volta che delle stazioni di trasporto vengono prese di mira da organizzazioni terroristiche. Ci sono gli attacchi di febbraio e agosto 2004 alla metro di Mosca, condotti da una cellula di separatisti ceceni, la Gazoton Murdash. (Ricordiamolo: nel 2004 c'è anche Beslan, una delle stragi più cruenti e sanguinose della storia russa). E poi nel 2010 c'è un terzo attacco, che colpisce nuovamente la metropolitana della capitale. Ad ordinarlo è Dokka Umarov, il bin Laden ceceno e fondatore dell'Emirato del Caucaso, freddato poi nel 2013 in un blitz dei servizi russi.
Al suo posto oggi ci sarebbe Aslambek Vadalov. Nel 2010 Umarov lo incaricò come suo erede, dopodiché ri-designò la sua posizione per riaffermare il proprio ruolo, ma dopo la morte Vadalov conseguì d'ufficio la leadership dell'Emirato. L'agenzia Interfax ne ha comunicato l'arresto in Turchia il 5 novembre 2016. Questo non esclude che continui a coordinare le operazioni nella regione avvalendosi di alcuni suoi fedelissimi. Che sia stato Vadalov ad ordinare l'attacco è da verificare. Ma è un'altra ipotesi.
Infine ci sono diversi gruppi criminali attivi sul territorio russo (negli anni '80 e '90 la Banda di Tambov e il Fenomeno di Kazan), che vivono e si nutrono del consenso interno, il che rende assai complesso comprendere il motivo che avrebbe potuto spingere una o l'altra organizzazione a compiere un attacco di queste dimensioni. Per di più in casa propria.

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