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Donne e jihad, un fenomeno in crescita

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Di Lorenzo Vita
Il fenomeno del terrorismo femminile è stato molto spesso sottovalutato in Occidente. Probabilmente per colpa di un inconscio pregiudizio non tanto maschilista, quanto della considerazione della donna nell’Islam. L’Occidente ha per anni analizzato il fenomeno in modo errato, considerando la donna terrorista come una sorta di oggetto nelle mani della jihad di impronta maschile. In sostanza, poiché per gli occidentali l’islam renderebbe la donna come un oggetto, allora la conseguenza è che la donna jihadista sia, di fatto, un oggetto in mano alle volontà terroristiche dell’uomo. L’erroneità di questa interpretazione ha di fatto escluso che per molto tempo si discutesse del ruolo della donna all’interno del jihadismo, il più delle volte contrapposto all’emancipazione della donne europea piuttosto che compreso nel suo fondamento sociale nel mondo islamico.
Il cliché della donna sottomessa senza ruolo all’interno dell’islamismo ha però una grossa lacuna nella percezione della realtà. C’è, infatti, una realtà ben diversa da quella prospettata dal sistema occidentale, che è invece la femminilizzazione della jihad. Secondo quanto affermato dal Real Instituto Elcano di Madrid, istituto specializzato nello studio dei fenomeni e delle relazioni internazionali, il 10% dei foreign-fighters sarebbe di sesso femminile. Non è una cifra bassa, al contrario, è in netta crescita rispetto al passato. Negli ultimi tre anni, sono stati, infatti, sempre crescenti i numeri delle donne impegnate nel terrorismo.
Secondo le analisi, da una parte c’è un motivo prettamente organizzativo e militare: con la perdita di terreno del Califfato in Siria e Iraq e con il numero di morti tra gli uomini, le donne possono diventare un bacino di reclutamento di notevole importanza. Il loro ruolo sta quindi cambiando in virtù della differenza di numeri e valori degli uomini. Da oggetto di piacere degli uomini o donne impegnate nella semplice gestione della casa o della retrovia, nel tempo il reparto femminile jihadista ha iniziato anche a impegnarsi attivamente nella commissione di attentati e attacchi di varia natura.
Dall’altra parte però non è da sottovalutare anche l’importanza dell’educazione occidentale che queste donne hanno ricevuto. Infatti, la maggior parte delle ragazze che giungono in Siria e Iraq viene da Paesi occidentali, in particolare dall’Europa, dove hanno potuto in molti casi ricevere un’educazione molto più approfondita rispetto alla media delle donne dei paesi arabi e delle province. Questo incide evidentemente sulle possibilità di queste donne di influire nel processo decisionale di un movimento jihadista sempre più debole e sempre più fatto di cellule solitarie.
In sostanza, le donne musulmane, giovani, e di cittadinanza europea, che giungono in Siria e Iraq, arrivano con la consapevolezza sempre maggiore di andare nel Califfato anche con l’idea di poter contare qualcosa e di lottare per qualcosa più grande di loro. È dunque una rivoluzione del concetto di jihadismo per come viene inteso in Europa, dove l’idea della donna islamica è quella dell’oggetto in mano allo schiavismo maschilista. In realtà, sono le donne stesse che vedono nel Califfato una possibilità di riscatto sociale rispetto alle periferie sociali d’Europa. Che è poi lo stesso ideale che lega molti cosiddetti lupi solitari nella loro volontà di unirsi all’Isis, cioè la necessitò di sentirsi parte di qualcosa di più grande rispetto alle frustrazioni quotidiane.
Questo riscatto della donna nell’universo jihadista procede parallelo con l’evoluzione della stessa donna nell’islam europeo. Sono sempre più le donne islamiche che ritengono di dover esprimere le proprie posizioni, così come le donne che scendono in piazza per i propri diritti di donna musulmana. La stessa larga affluenza nelle manifestazioni contro i divieti di niqab, burqa o di burkini, nei Paesi occidentali, dimostra come vi sia un ripensamento del concetto di donna islamica all’interno della comunità. Non è più la semplice donna ancillare all’uomo, ma una donna con una sua autonomia di pensiero e di azione.
Questa indipendenza e autonoma rispecchia una particolare evoluzione che può condurre a due tipologie di donna all’interno del mondo islamico. C’è una donna che diventa consapevole dell’importanza della propria posizione all’interno della fede, e si batte per essa come cittadina islamica. C’è poi una donna, più pericolosa, che si evolve in female fighters diventando una donna che pone la propria vita al servizio della guerra santa. Diventa una mujiaiahdat, una donna-combattente.
E se il fenomeno è in crescita, occorre anche trovare nuove alternative nella lotta al terrorismo. L’idea che il terrorista sia un lupo solitario, tendenzialmente maschio, solo e con un retroterra alle spalle di frustrazione, deve cedere il passo anche alla possibilità che dietro un attentato o un piano terroristico vi possa essere una donna che vede nella jihad un riscatto morale, religioso e sociale. Perché la donna non è un oggetto, da nessuna parte, ma trova una sua via particolare, in ogni società, per raggiungere l’emancipazione. Como lo fa un uomo, lo fa una donna, e questo, per un islamista radicale, può significare anche jihad.

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