Luci e ombre del decreto Minniti

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                    Di  Francesco Colaci 

Pochi giorni fa, il Parlamento ha trasformato in legge la tanto discussa materia in merito alla sicurezza pubblica e alla risoluzione delle questioni inerenti al flusso sempre più consistente dei migranti. I decreti approvati prendevano per esteso i seguenti nomi: “Disposizioni urgenti per la tutela della sicurezza delle città” e “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Per quanto concerne il decreto sicurezza, la misura più importante è il “DASPO urbano”. Quest’ultimo prevede la possibilità, per sindaci e prefetti, di multare e stabilire un divieto di accesso ad aree specifiche per tutti coloro che dimostrino condotte ostacolanti l’accessibilità e la fruizione delle zone di trasporto (strade, ferrovie, aereoporti). Si tratta di una disposizione che, da un lato, ostacola l’operato di individui con precedenti di spaccio, (che d’ora in poi non potranno accedere ai locali notturni o sostare intorno a essi), e i parcheggiatori abusivi, che potranno essere sanzionati con multe la cui cifra oscillerà fra i 1000 e i 3500 euro. Finalmente, dunque, un colpo decisivo alle micro-attività della criminalità organizzata.
Dall’altro lato, tuttavia, le parole generiche utilizzate nel decreto sulla sicurezza lasciano intravedere uno scenario inquietante per quanto riguarda i diritti dei manifestanti: si parla di divieto di accesso a zone di trasporto per chi «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione». Non è un caso, infatti, che il DASPO sia stato utilizzato lo scorso 25 marzo per impedire l’arrivo di alcuni manifestanti a Roma, con l’utilizzo del decreto a proprio vantaggio da parte del sindaco. Si può ipotizzare che tali misure possano essere state pensate per fronteggiare le attuali proteste in più luoghi del Paese: dal presidio dei No Tap per arrivare alla Tav in Val di Susa. Se ciò fosse vero, si tratterebbe di un grave tentativo di manomissione politica nei confronti della democrazia e del diritto individuale nell’esprimere il proprio dissenso verso opere pubbliche inutili per l’economia italiana e il benessere dei cittadini, dove il blocco stradale, ferroviario o di altra natura si rivelano strumenti essenziali e pacifici di protesta.
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Prendendo in esame i due decreti del “pacchetto” presentato da Minniti, si possono elaborare delle considerazioni. Sicuramente è condivisibile la politica di sicurezza e contrasto agli individui con precedenti penali quali spaccio e generica attività mafiosa. Il commercio di droga e lo stazionamento di parcheggiatori abusivi costituiscono un fattore di disagio e talvolta molestia per il cittadino, la cui tranquillità psicologica viene minata dai condizionamenti quotidiani della criminalità organizzata. Una città autorevole e la relativa legislazione possono certamente concorrere al miglioramento dell’ordine pubblico. Resta però da discutere la validità del provvedimento in merito alla natura delle categorie oggetto di sanzioni in situazioni di ostacolo alla circolazione e all’accessibilità nelle zone di trasporto. Si legge un implicito attacco a qualsivoglia forma di protesta territoriale. In secondo luogo, la scottante materia di legge sull’immigrazione presenta, esattamente come la prima disposizione, luci e ombre. Se, per una volta, il Partito Democratico ha dimostrato di saper affrontare con risolutezza le problematiche del fenomeno migratorio (maggiori controlli sulla regolarità degli immigrati, identificazione ed espulsione atte ad evitare infiltrazioni terroristiche ecc.), dall’altra occorrerà capire se gli individui realmente bisognosi potranno ottenere lo status di rifugiato.
Il ministro dell’Interno Marco Minniti introduce i provvedimenti intrapresi in materia di immigrazione illegale e sicurezza urbana.
La promozione del “lavoro” gratuito non integra lo straniero, bensì lo emargina, costringendolo a cercare asilo presso istituzioni illegali, contribuendo al clima di schiavitù e dipendenza mafiosa. La condizione di “rifugio”, in tal caso, si allargherebbe perfino nei confronti del governo italiano. È necessario, al contrario, che lo Stato remuneri gli immigrati desiderosi di un impiego e collaborativi nel processo di integrazione; è indispensabile che quest’ultimo si erga a garante dei diritti per gli stranieri (contro gli abusi della mafia e del caporalato) e, nello stesso tempo, effettui il rimpatrio – senza se e senza ma- di tutti coloro che non dispongono di motivazioni e condizioni sociali sufficienti ad ottenere il permesso di soggiorno.

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