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Nella Sardegna spopolata: “Qui non servono assegni, vogliamo un medico”


Di Nicola Pinna

Il countdown è già partito: per combattere la povertà e risolvere il problema conseguente, cioè lo spopolamento, a Cheremule hanno a disposizione più o meno una cinquantina d’anni. Massimo sessanta, dicono i massimi esperti di dinamiche umane. Usare i verbi al futuro, in questo paese del Sassarese, è quasi un azzardo, perché la prospettiva è che tutte queste casette in pietra si svuoteranno nell’arco di pochi decenni. Ora sono rimasti in 450 e tra mezzo secolo il paese non ci sarà più: la condanna è senz’appello e non è solo frutto di una ricerca universitaria. È la realtà. Per semplificare bastano i dati del 2016: un solo nato e undici morti. Dei vivi, già 149 hanno superato i 65 anni. I giovani sono tutti fuggiti, i pochi rimasti sono disoccupati.  

Nella Sardegna che spende (quasi inutilmente) 106 euro a residente per combattere la povertà, l’emergenza più concreta è la fuga di massa: dall’isola all’estero e dai paesi dell’entroterra verso le zone costiere e le città più grandi. «La Regione in questi anni è stata di manica larga nell’erogazione di risorse destinate alla povertà, ma i risultati non sono arrivati – dice il sindaco Salvatore Masia – Non basta dare assegni per sostenere le famiglie in difficoltà. Qui abbiamo bisogno di migliorare i servizi, a cominciare da quelli sanitari, per evitare che la gente sia costretta a fuggire». A Cheremule il medico è pendolare: apre l’ambulatorio tre volte alla settimana e la farmacia funziona nelle stesse giornate. Per la spesa occorre accontentarsi delle scorte dell’unico piccolo market, altrimenti bisogna salire in macchina, affrontare 45 chilometri di superstrada e arrivare fino a Sassari. La scuola media non c’è mai stata e quella elementare ha chiuso alla fine degli Anni Ottanta: i 23 bambini del paese ogni mattina salgono sullo scuolabus e vanno a Thiesi, la cittadina più grossa che da qui dista poco meno di 10 chilometri. La prima azienda del paese si chiama Inps: le pensioni sono davvero il motore dell’economia.  

«Gli anziani aiutano i tanti giovani disoccupati, se non ci fossero i vecchi la situazione sarebbe ancora più grave – racconta don Patrizio Branca – Ci aiutiamo a vicenda e per questo l’emergenza non è così evidente». Il Comune paga bollette e passa l’assegno di sostentamento a una decina di famiglie, ma l’amministrazione si è data un obiettivo che sembra quasi un sogno: «I poveri non bisogna sfamarli – sostiene il sindaco – È più importante aiutarli a trovare un’alternativa. Se tutti riescono a risollevarsi, il nostro paese potrà evitare il rischio della scomparsa». 
Da queste parti l’assistenza sociale si fa ogni giorno di casa in casa. In silenzio. Lo chiamano «s’aggiudu torrau» ed è una sorta di mutuo soccorso tra famiglie. Funziona e molto meglio dei progetti regionali. «Fossimo stati in una grande città saremmo finiti alla mensa della Caritas, qui siamo riusciti a risollevarci»: Giuseppe Sanna il dramma della disoccupazione l’ha vissuto sulla pelle. Ha perso il lavoro a 45 anni e dopo un breve periodo di cassa integrazione ha messo su due aziende, insieme alla moglie Nives. Lui gestisce il verde pubblico per i Comuni della zona, mentre lei guida il trattore e coltiva ortaggi e foraggio. «Adesso stiamo progettando di fare qualche assunzione e questa è una bella soddisfazione». 

Rita Onida ha vissuto 40 anni a Torino e quando è tornata in Sardegna si è trovata in ginocchio: sola, con un assegno di invalidità di 280 euro e nessuna possibilità di trovare un nuovo lavoro. «Ora accompagno i bambini sul pulmino che li porta a scuola. In cambio il Comune mi dà un assegno di circa 400 euro che mi basta per sbarcare il lunario». Federica Sanna, invece, ha 33 anni e una laurea in tasca: deve mantenere una bambina piccola e non trova lavoro. Ma ha deciso che da Cheremule non andrà via: «Non ce la passiamo tanto bene e andare a vivere lontano sarebbe la scelta più facile. Ma a me sembra che qui la povertà si senta di meno». 


Foto di Alessandra Chergia

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