"Quella chiamata dello scafista. Poi il telefono gettato in mare"

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Di Chiara Giannini
«Abbiamo navigato circa 6/7 ore, eravamo in 50 persone e l'imbarcazione era condotta dal driver, mentre un secondo soggetto, il compass, lo assisteva nelle manovre indicandogli la rotta e usando una bussola.
Il compass inoltrava una richiesta di aiuto, in lingua inglese. Il compass, dopo avere inoltrato la richiesta di aiuto, gettava il telefono in mare»: è solo una parte di uno degli interrogatori ai migranti, che vi forniamo in esclusiva, fatti dagli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria della Gdf di Palermo.
«Si tratta di stralci di testimonianze - spiega il colonnello Francesco Mazzotta, comandante del Nucleo delle Fiamme Gialle del capoluogo siciliano - , rese in occasione di due differenti sbarchi avvenuti a Palermo, che forniscono uno spaccato delle storie dei migranti provenienti dalla Libia. Nel 2016, in esito alle indagini svolte 'sotto bordo', in occasione di sbarchi di migranti al porto, sono stati arrestati 55 scafisti».
Dagli interrogatori risultano le condizioni disumane che gli immigrati devono affrontare prima e durante la traversata. «partivamo di notte, senza che venissimo dotati di giubbotti salvagente o che fossero cotrollati i natanti». Il primo stralcio riguarda lo sbarco di 931 migranti avvenuto il 28 dicembre 2015 al porto di Palermo ad opera della nave «SIEM PILOT», battente bandiera norvegese.

«Sono partito dalla città di Morovia, capitale della Liberia - prosegue il migrante - il 4 aprile 2015 a causa di un'epidemia di ebola. Dopo avere attraversato alcuni Paesi africani, tra i quali Guinea, Mali, Algeria, nel mese di giugno raggiungevo la Libia. Dopo essermi stabilito nella città di Tripoli per provvedere alle mie necessità ho cominciato a lavorare come imbianchino». A.D.R., queste le sue iniziali, prosegue: «Ho deciso di lasciare la Libia a causa della situazione instabile che mi faceva sentire insicuro, tanto che sono stato minacciato, per la mia fede religiosa cristiana e costretto ad abbandonare quel Paese. Circa un mese fa mi sono rivolto a un soggetto proveniente dal Gambia, che ho contattato perché ero a conoscenza che questi si occupa di organizzare i viaggi dalla Libia all'Europa. Allo stesso ho corrisposto la somma di 750 dinari libici». E continua: «Sono stato accompagnato all'interno di un campo nella località di Garlapole ubicata nei pressi della città di Tripoli. Nel luogo dove sono rimasto recluso per cinque giorni. Ero impossibilitato ad allontanarmi. Alcuni uomini armati ci sorvegliavano». Racconta, quindi, di aver lasciato il campo il 26 dicembre. «Ci hanno divisi in due gruppi da 200 persone il primo e tante il secondo - dice ancora - e raggiunta la vicina spiaggia ci hanno divisi in gruppi da 40-50 persone. Noi stessi prendevamo i gommoni e dopo averli gettati in acqua ci salivamo sopra». Da qui la spiegazione del controllo da parte di uomini armati, della partenza con due persone di colore che pilotavano il gommone e dell'arrivo in mare, fino al salvataggio e all'occultamento del telefono satellitare.
Il secondo sbarco, avvenuto il 7 novembre 2016 riguarda 1049 migranti. In quel caso furono recuperate anche 10 salme. «Sono partito dal mio Paese, la Nigeria - racconta un altro migrante - a inizio 2015, raggiungendo la città di Sabah, in Libia. Dopo poco tempo dal mio arrivo sono stato rapito e imprigionato da una banda, per i quali ho dovuto lavorare per circa due mesi come imbianchino guadagnando 200mila nera, con i quali ho pagato il mio riscatto».

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