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Quel tenore così prodigioso da permettersi di essere «pop»

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Di Paolo Giordano

Luciano Pavarotti è impossibile da descrivere sperando di raccontarlo tutto. Era comunque di più. Il tenore dei tenori. Il figlio del fornaio Fernando che è riuscito ad andare oltre i confini e, come qualsiasi esploratore, ha incassato anche pregiudizi spesso troppo conservatori, talvolta persino talebani.
Oggi sono dieci anni dalla morte nella sua Modena, dopo una malattia veloce e implacabile, affrontata con lo spirito di chi sa «di avere avuto tutto dalla vita, davvero tutto. E se mi venisse tolto tutto, con Dio saremmo pari e patta».
Ha ricevuto allievi fino all'ultimo, persino quando era smagrito e sulla sedia a rotelle, proprio perché ci si può ammalare del male più grande ma il carisma naturale quello non te lo toglie neppure il peggior cancro.
È stato, secondo i critici, uno dei più grandi tenori italiani di tutti i tempi, ossia uno dei più grandi in assoluto. E se magari è esagerato dire che «quando nacque, Dio gli baciò le corde vocali» (come ha fatto Daniel Hicks del New York Times) senza dubbio a cantare non era solo la sua gigantesca voce tenorile, che da giovane era estesa fino al mi bemolle, praticamente un prodigio della natura.
Quando saliva sul palco o entrava in studio di registrazione, Luciano Pavarotti fu Fernando sfruttava il suo corpaccione da gaudente emiliano per far risuonare l'anima. Perciò la sua voce non si valuta, si sente. Non si giudica con il bilancino del perfetto critico musicale, ma con quello dell'emozione. E l'emozione prescinde persino dagli spettacolari nove «do» ne La fille du règiment al Metropolitan di New York nel 1972 o dall'imprevisto acuto in «Di quella pira» del Trovatore che all'Arena di Verona nel 1978 (direttore Gianandrea Gavazzeni) scatenò un irrituale e lunghissimo applauso.
Dal suo primo Rodolfo ne La bohème di Puccini (Teatro Municipale di Reggio Emilia, 29 aprile 1961) fino all'ultima esibizione nell'inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006, Luciano Pavarotti ha scavalcato le barriere, bonificato per quanto possibile le paludi del formalismo stantìo e avvicinato platee imprevedibili a partiture che sono patrimonio dell'umanità ma che per secoli erano rimaste privilegio di pochi. Il tutto senza tradire il rigore indispensabile, persino irrinunciabile, a chi affronta e rispetta capolavori che c'erano prima e per fortuna ci saranno per sempre.
Ha aggiunto, mai cancellato.
Perciò Pavarotti era una superstar applaudita allo stesso modo per le strade di Guatemala City (dove nel 2001 ho visto per lui un'ovazione che neanche per una rockstar) o nella platea della Scala dove aveva esordito nel 1965 e che (solo) in un comunicato lo ricorda come «un capitolo di Storia». E poco contano le sue vicende private o il matrimonio con Adua Veroni e poi quello con Nicoletta Mantovani che lo ha accompagnato alla fine e ora ne custodisce bene la memoria. Quelle sono cose da rotocalchi, così come era da semplice cronaca l'evasione fiscale che gli fu contestata nel Duemila e poi risolta con un patteggiamento.
A dieci anni dalla morte e dal funerale di Modena, che per triste ironia del destino fu celebrato quasi in contemporanea con il primo Vaffa Day di Beppe Grillo a Bologna, la voce di Pavarotti è ancora un passaporto di benessere per tantissimi, milioni, centinaia di milioni di persone.
Allora non c'è nulla di male, anzi, se stasera questo suo sconfinato rilievo popolare (che non toglie nulla ma proprio nulla a quello «accademico») sarà celebrato su Raiuno dall'Arena di Verona chez Carlo Conti (diretta dalle 21.15). Sul palco di Pavarotti - un'emozione senza fine sfileranno gli altri Tre Tenori (Placido Domingo e José Carreras), quelli nuovi come Francesco Meli e Vittorio Grigolo, gli amici Angela Gheorghiu o Fabio Armiliato e, in collegamento, quell'Andrea Bocelli che lo stesso Pavarotti stimava pubblicamente. E ci saranno anche (in un'ideale riedizione del «Pavarotti and Friends») Giorgia, Eros Ramazzotti, Massimo Ranieri, Fiorella Mannoia e l'amico Zucchero che nel 1992 convinse il Maestro a cantare l'aria di Miserere.
In poche parole, la celebrazione pop di una voce che coraggiosamente decise di diventare anche popular perché poteva permetterselo. Non è l'unica (come ricorda Alberto Mattioli sulla Stampa ieri sera c'è stata anche una Messa da Requiem nel duomo di Modena) e sono già stati fissate cerimonie in mezzo mondo, dall'Indonesia agli Stati Uniti e chissà in quante altre nazioni. Dopotutto è il privilegio malinconico di personaggi che non smettono di farsi ascoltare anche quando hanno smesso di esserci.

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