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Sedie vuote, dibattiti annullati e pochi stand. Finora la Festa dell'Unità di Imola è un flop. E gli organizzatori danno la colpa al periodo

Di Gabriella Cerami
È qui la festa, come avrebbe detto Jovanotti prima che diventasse un cantante impegnato? Sì, ma anche no. Nel senso che i suoni sono attutiti, nel semi deserto della festa dell'Unità, e non c'è un clima frizzante da popolo (dem) in marcia. Sedie vuote, stand pochi e poco frequentati, piadine che immalinconiscono nella solitudine e tendono a somigliare alla Luisona (il celebre dolce grande e grosso che giace invenduto nel Bar sport di Stefano Benni), birre non spillate. E il pubblico? Le mitiche masse che avevano trasformato dal '900 in poi la festa dell'Unità in un rito laico e in una grande cerimonia popolare che affascinava anche gli scrittori come Pier Paolo Pasolini o Alberto Moravia? Che fine ha fatto tutto questo? Difficile trovarne traccia, almeno per ora, sul Lungofiume di Imola nella festa nazionale intitolata al giornale che fu fondato da Antonio Gramsci e che adesso non c'è più. Soprattutto di nazionale c'è molto poco, se non nulla, in questa strana festa. Niente accenti del Sud o del Nord, nessuno è arrivato da lontano con la sua bandiera Pd per partecipare a un appuntamento di ampio respiro. Chi c'è ha percorso pochi chilometri e parla romagnolo.
L'evento è iniziato una settimana fa e solo giovedì sera c'è stato un sussulto, quando è arrivato il ministro Marco Minniti. Per il resto la fila di gente, tipica di questi eventi un tempo nazional-popolari, che aspetta il panino con la salsiccia tra l'odore di brace non c'è. Così come l'unico capannone che ospita i dibattiti viene perlopiù disertato, alcuni incontri sono stati anche annullati a causa della pioggia, vedi il dibattito tra Dario Franceschini e Anna Finocchiaro. "Abbiamo sbagliato il periodo, le date", dicono gli organizzatori che non fanno mistero di come qualcosa non abbia funzionato. "Le persone sono ormai tornate a lavoro, feste così vanno fatte a luglio o ad agosto, adesso proveremo a sponsorizzarla un po' di più e speriamo nel fine settimana". La polemica non manca: "A Bologna, a Reggio Emilia e a Modena ci sono altre feste. E questa, che è quella nazionale, e poco partecipata". Sta di fatto che il colpo d'occhio non regala una grande impressione e la scissione dei bersanian-dalemiani di Mdp - nessuno qui a Imola lo nega - ha contribuito, non solo in questo caso, a rendere meno festose le feste dell'Unità.
I pochi stand, cinque in tutto posizionati all'ingresso, non attirano la curiosità dei presenti. Ad esempio c'è quello dei deputati Pd con accanto quello dei senatori ma i parlamentari non ci sono. Dunque, perché le persone dovrebbero fermarsi? Nel tardo pomeriggio appare Simona Malpezzi, il tempo di una foto e via. Di fronte si vede lo stand della Fondazione EYU e vicino quello di Democratica, il giornale online che ha sostituito il cartaceo L'Unità. Qui nulla sembra avere particolare appeal, neanche il gazebo dei parlamentari europei. A metà pomeriggio, il mantra al bancone del bar gestito dai volontari in maglietta rossa è "speriamo nel fine settimana e speriamo che non piova". Anche perché se gli incassi scarseggiano, come è stato finora, meno soldi entreranno nelle casse del partito e ciò ne decreterebbe un flop totale.
Il cielo è plumbeo sul Lungofiume esattamente come gli animi dei militanti, quasi tutti ex Pci e in prevalenza di mezza età. Oggi anche abbastanza disorientati, qualcuno ha creduto in Matteo Renzi, ora ci crede di meno. La maggior parte di loro ricorda ciò che diceva Moravia: "I festival dell'Unità hanno il vantaggio di combinare in sé tre idee base: quella della festa cattolica, quella del soviet e quella del mercato". A Imola però si fa poca Messa, poca struttura e poca cassa.


Un signore, anche lui come tanti qui dentro tesserato un tempo Pci e presente al dibattito ai cui ha partecipato il ministro Minniti, ammette: "È vero, non ci sono molte persone ma chi ha scelto di esserci lo ha fatto per convinzione e militanza". E i giovani? Si contano sulle punte delle dita. E questo non può bastare a un partito che si definisce a vocazione maggioritaria.

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